Jakarta in due parole

Caos. In questa parola si condensa l’essenza di questa città. Fra tutte le metropoli asiatiche viste fino ad oggi, Jakarta è quella che mi ha impressionato maggiormente per numero di automobili, motorini, mezzi a tre e due ruote vari per chilometro quadrato.

Il pedone qui è un imbucato alla festa, un ospite sgradito, una presenza necessaria ma mal digerita e ancor meno tollerata. Basta vedere cosa succede ogni volta che  scatta il verde ai pochi semafori incontrati per strada. La regola è semplice: attraversare in fretta, addirittura stando attenti a non farsi investire perché qui, a quanto pare, la strada è dominio assoluto dei mezzi gommati anche quando hanno il rosso, e non è saggio farli aspettare.

Pertanto, nei pochi secondi di verde si assiste ad un fuggi fuggi generalizzato con le automobili che  lentamente,  ma inesorabilmente,  riconquistano il territorio perduto e invadono le strisce pedonali ben prima di averne legalmente diritto. Ma la vittoria è effimera, perché appena scatta il verde, dopo appena 20 metri di strada libera, ecco che tutti si vanno ad ammucchiare nell’ennesimo ingorgo della giornata, e non si cammina più.

La cosa buffa è che gli autobus, almeno quelli della Transjakarta, godono di vie privilegiate,  sono veloci, efficienti, ma incredibilmente poco affollati. La gente preferisce prendere la macchina, magari appena acquistata, e trascorrere ore e ore in fila, piuttosto che sfruttare questo mezzo pubblico così efficace. È un atteggiamento che noi italiani conosciamo bene, e i nostri mezzi pubblici, al contrario, spesso non sono così efficienti.

Quanto alla cittá vera e propria, non c’è molto da dire. Come altre megalopoli asiatiche, non ha un centro storico propriamente detto. La parte vecchia, Kota, corrisponde più  o meno alla antica Batavia, la capitale della colonia olandese. Di quel periodo conserva francamente poco: una bella piazza su cui si affaccia l’antico palazzo del governatore, con tanto di cannoni d’epoca ai lati dell’ingresso; alcune viuzze ultra trafficate e zeppe di merci di tutti i tipi, francamente impossibili da transitare; due o tre edifici di epoca coloniale dall’aspetto fatiscente.

Il paesaggio urbano, qui come in altre zone, è caratterizzato da ondate di motorini parcheggiati uno appresso all’altro, su parecchie file parallele, quasi a tappezzare intere strade senza lasciare neppure lo spazio per il passaggio di un topo. Questi mezzi si appropriato spesso anche dei marciapiedi, impedendo di fatto il transito ai pedoni,  costringendoli a pericolose deviazioni sulla strada.

Il marciapiede, insomma, è un concetto astratto, abusivo, assolutamente improprio allo scopo per cui è stato progettato. Serve solo come parcheggio di fortuna, per accumulare, scaricare e caricare merci, per occuparlo con piccole attività di commercio, per dare asilo a molti sfaccendati che qui, come altrove nel mondo, utilizzano il proprio tempo per accovacciarsi in un luogo e dedicare la propria attenzione a guardare gli altri fare qualcosa.

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