Il tubing a 50 anni suonati? Si può fare!

La proposta indecente è arrivata tra le pieghe di altre offerte più o meno allettanti. Il nostro driver di Yogyakarta sciorinava senza soluzione di continuità tutta una serie di escursioni da fare in giornata nei dintorni della città. Visto che non parlava un inglese proprio fluente – e dato che anche noi, in definitiva, ci capivamo ben poco – è praticamente passata in secondo piano l’idea più stravagante di tutte: fare tubing in un fiume locale. Nondimeno, noi abbiamo accettato il pacchetto completo senza afferrare con la dovuta lucidità che tra le tante cose che avremmo fatto c’era anche questa attività all’aperto.

La conferma è avvenuta al momento di lasciarci davanti all’albergo. Il tipo ha rapidamente riassunto i termini del nostro accordo (prezzo, durata, ora di partenza, ora di ritorno, località, ecc.) ma alla fine ha molto insistito su un indumento da portare/indossare a ogni costo: il costume da bagno. E’ stato allora, finalmente, che abbiamo capito cosa significava quella parola strana (“tubig”) che aveva pronunciato un paio di volte con crescente entusiasmo. Ci siamo guardati in faccia tutti e quattro con sgomento: a 50 anni suonati come avremmo affrontato questa avventura?

Il tubing in questione è una attività ben più interessante di quanto descritto frettolosamente quella sera. Si tratta di una escursione piuttosto articolata che si svolge in due fasi: un passaggio all’interno della grotta Pindul; la navigazione del placido fiume Oya per raggiungere luoghi di interesse paesagistico come cascate e rapide. Tutto questo viene effettuato un po’ a piedi, il più acciambellati all’interno di una camera d’aria di camion, legati uno all’altro da corde (per non perdersi), lasciandosi trasportare dalla corrente del fiume che non è mai troppo forte.

Il tubing alla Pindul Cave, quindi, è una attività che vale la pena affrontare, specie se la giornata è afosa e il caldo opprimente. Non c’è niente di meglio, infatti, che immergere gambe e lato b nelle acque fresche e torbide dei fiumi giavanesi, lasciandosi cullare dal movimento basculante del gommone. Il resto è quasi marginale, pur essendo comunque interessante.

La prima tappa è il grande parcheggio posto a qualche chilometro dalla grotta. Qui bisogna lasciare macchina fotografica, videocamera e scarpe (che saranno custodite dal fidato driver fino al termine dell’escursione) e indossare un ingombrante giubbotto di salvataggio. Il mio consiglio è di andare con una t-shirt e i pantaloncini da bagno, niente di più. Per le donne, un pareo/batik acquistato in qualche bancarella è più che sufficiente. Ai piedi, se è possibile, indossare scarpe di gomma (anch’esse affittate in loco); evitare quindi di andare scalzi perché ci sono punti in cui bisognerà camminare in mezzo a torrenti, erba e fango. Il problema, per gli occidentali alti, è trovare un numero sufficientemente grande…

Quanto al cellulare, di cui non potremmo mai fare a meno, suggerisco di acquistare, per poche rupie, la custodia impermeabile trasparente (offerta a ritmi ossessivi da una miriade di venditori ambulanti). E’ la soluzione ideale per avere qualche immagine di questa escursione memorabile. Nel parcheggio è possibile acquistare anche da bere, fare una doccia (al ritorno) e mangiare.

L'imbragatura dei gommoni, condizione fondamentale per non risperdersi
L’imbragatura dei gommoni, condizione fondamentale per non disperdersi

Il secondo step è raggiungere il laghetto che si apre ai piedi della grotta. Dei camioncini scoperti e sgangherati fungono allo scopo. Da qui è possibile iniziare l’escursione accucciandosi sulle camere d’aria predisposte appositamente. Ogni gruppo è accompagnato da una guida; il ragazzo che ci aveva presi in carica aveva modi abbastanza spicci e parlava un inglese appena sufficiente. Ha legato le 4 camere d’aria una all’altra e ci ha spinti verso l’ampia apertura della grotta. La corrente e qualche vogatina effettuata per aggiustare il tiro, ci hanno permesso di allinearci e di entrare nell’antro.

L'interno della grotta Pindul attraversata con il tubing
L’interno della grotta Pindul attraversata con il tubing

La Pindul Cave è una grotta carsica scavata nel corso dei millenni dal fiume. L’ingresso è piuttosto ampio, ma ben presto, procedendo all’interno, gli ambienti si fanno sempre più angusti e bui. E’ questa, in effetti, la sua caratteristica principale: la caverna è oscura e solo le torce delle guide rivelano, qua e là, le sue meraviglie. E’ possibile osservare pertanto alcuni blocchi di stalattiti e stalagmiti e i punti più spettacolari dell’erosione prodotta dall’acqua. Ci avevano avvertiti che era possibile incontrare anche i pipistrelli – cosa che aveva terrorizzato abbastanza le nostre donne – ma in verità non ne ho visto né sentito alcuno.

Il tragitto si svolge lentamente e placidamente. Ogni guida cammina (l’acqua qui è bassa) trascinandosi dietro il proprio fardello di turisti e gommoni. Ogni tanto una apertura nella volta fa entrare un raggio di sole che colpisce la superficie dell’acqua o qualche masso, ma per il resto l’impressione è che si proceda solo per raggiungere l’uscita. L’unico intoppo è dovuto ai frequenti scontri fra cordate di turisti. Ogni tanto, infatti, qualche fila va a ingarbugliarsi con quella successiva, o precedente, e le rispettive guide sono costretta a districare i gommoni per riportare l’ordine.

Il tubing riprende sul fiume Oya
Il tubing riprende sul fiume Oya

All’uscita si giunge in un altro laghetto, del tutto simile a quello di partenza, in cui bisogna guadagnare la riva. Da qui, in fila indiana, ciascuno con la propria camera d’aria sulle spalle, inizia un tragitto piuttosto accidentato in mezzo a campi e risaie. Alla fine, dopo qualche minuto, si giunge presso il fiume Oya, in un punto in cui risaltano alcune piccole rapide che non fanno presagire nulla di buono. Il programma prevede di rimettere i gommoni in acqua e lasciarsi andare a filo di corrente lungo questo fiumiciattolo. Niente di particolarmente arduo se non fosse che le camere d’aria, adesso, sono instabili e riuscire ad entrarci dentro come avevamo fatto prima è quasi una impresa.

Tubing sul fiume Oya
Tubing sul fiume Oya

Ma tant’è, con l’aiuto della solerte guida anche questo ostacolo è superato. Da qui inizia un percorso che definirei persino rilassante, se non fosse per le soventi perdite di rotta alle quali i gommoni sono soggetti per via della corrente. Ogni tanto, infatti, è opportuno correggere la direzione perché la natura tortuosa del fiumiciattolo espone i natanti a frequenti tamponamenti contro le pareti del canyon. La guida continua a seguirci, ma questa volta è costretto ad aggrapparsi a una delle camere d’aria perchè l’Oya è piuttosto profondo. L’acqua è poco limpida ma risulta straordinariamente tiepida. A tal punto da invogliare l’abbandono del gommone per nuotarci dentro.

Io non ho saputo resistere. Ho lasciato il mio giubbotto dentro il gommone e mi sono gettato in acqua. Appendendomi ad esso ho percorso almeno un chilometro prima di giungere – piuttosto affaticato, devo riconoscerlo – nel luogo più interessante e suggestivo dell’intera escursione: le cascate finali.

Le cascate,  tappa finale del tubing sul fiume Oya
Le cascate, tappa finale del tubing sul fiume Oya

In verità si tratta di due getti d’acqua provenienti da un afflluente del fiume Oya. La frattura tettonica che produce tale fenomeno è piuttosto recente, come si evince dalla conformazione rocciosa, ma non per questo meno suggestiva. Queste cascate possono raggiungere dimensioni e volumi notevoli, a seconda della stagione, ma all’epoca del nostro viaggio, a fine agosto, la perdurante siccità le aveva ormai ridotte a due rivoli appena appariscenti. Il che non mi ha impedito di nuotarci sotto, come facevano quasi tutti, divertendomi un mondo e sprecando le ultime energie residue. Per i più coraggiosi, infine, era stato predisposto un trespolo su uno sperone di roccia (si intravede nella foto sopra tra le due cascate) in modo da facilitarne i tuffi.

Questa area è essenzialmente la fine dell’escursione. Le guide si affrettano a raccogliere le camere d’aria disperse nell’acqua per riportarle al più presto alla stazione di partenza. Lo scopo è intuitivo: prima si torna, prima si organizza un altro giro. I turisti vengono raccattati sulle sponde del fiume dai driver che li hanno accompagnati all’inizio. Il tutto avviene in modo spiccio e sbrigativo. In men che non si dica ti ritrovi al parcheggio di partenza, bagnato, scottato in vari punti del corpo, stanco all’inverosimile ma felice. Il tubing, questa pratica una volta giudicata stupida, superficiale, da ragazzini, si è miracolosamente tramutata nella gloriosa e meritevole sfida che sei riuscito a superare. A 50 anni suonati, perché no!

Colmo di bruta contentezza, quasi incapace di intendere e di volere, ti abbandoni quindi alle lusinghe dei numerosi ristoratori, usciti chissà da dove, che ti propongono il peggio del cibo per turisti in circolazione. Ma tu lo mangi e lo apprezzi pure, perché anch’esso, a suo modo, appartiene all’impresa che hai appena affrontato e vinto…

 

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