Scalo a Kiev, una riflessione (amara) di geopolitica

L’Ukraine Airlines è una delle ultime arrivate nel ricco mercato dei voli intercontinentali a basso prezzo. E’ quindi legittimo che nutra ambizioni di diventare, in futuro, uno dei più importanti vettori per l’estremo Oriente. Ma voli frequenti e prezzi bassi non bastano a fare la fortuna di una compagnia aerea. In questo post ho già delineato, a grandi linee, quali sono le lacune, dal punti di vista strettamente tecnico, che l’Ukraine Airlines dovrebbe affrontare per colmare il gap con le compagnie concorrenti. Qui voglio parlare di ciò che ho osservato durante i due scali all’aeroporto di Kiev.

Questo aeroporto appare subito molto diverso da tutti gli altri per via delle ridotte dimensioni. Un elemento in più di disagio, specie durante i mesi di vacanze, perché risulta molto affollato, al limite della saturazione. E’ composto da due grandi ali su cui si aprono i vari gates. Per percorrerle bastano 10 minuti appena, avanti e indietro, e poi non c’è altro da fare o da vedere. I negozi e i duty free sono dislocati sulla parte interna e non rappresentano un ostacolo per il transito – come invece avviene all’aeroporto di Mosca. Ma sono davvero pochi: quattro o cinque ristoranti (di cui il più grande è italiano), due grandi magazzini, qualche negozio di souvenirs…

La cosa che risalta di più è la definizione dei prezzi. Che sono espressi tutti in Euro. Non v’è traccia della valuta locale nè della moneta del paese più prossimo, la Russia. E nemmeno del dollaro. Si potrebbe pensare che l’Ucraina abbia ben presente quale sia la sua collocazione internazionale. E’ l’Europa, infatti, il faro e la meta a cui sembra protendere. Complici anche – e non sarebbe per niente scandaloso – le difficili relazioni con la vicina Russia. Con un vicino così potente e aggressivo, in effetti, non sembrano esserci molte vie di uscita. L’Europa, sia pure lontana, malgrado le sue contraddizioni, è pur sempre un punto di riferimento importante, e la sua moneta ormai viene accettata e scambiata come se fosse la valuta nazionale – almeno all’aeroporto.

Ciò ha scatenato in me una serie di amare considerazioni sui danni che uno stato di guerra produce sulle nazioni, le loro economie, il benessere dei popoli. Fino a 10 anni fa i collegamenti tra tutti i paesi dell’area erano molto frequenti. Nel 2010, quando feci scalo a Mosca per il mio primo viaggio in Cina, rimasi sorpreso nel constatare quanti collegamenti aerei esistessero tra la capitale e tutte le principali città dell’ex Unione Sovietica. I voli per Kiev, all’epoca, erano continui come quelli tra Roma e Milano. Pensai, allora, che tutto sommato nulla era cambiato: la nuova situazione geopolitica, che aveva visto separarsi le ex repubbliche, adesso le riuniva – e forse ancora più strettamente – grazie all’economia di mercato e al vigoroso impulso prodotto dalla libera circolazione di beni e persone.

In quel caso, mentre ero in coda per imbarcarmi per Pechino, mi trovai in compagnia di gruppi di atleti provenienti da tutte le repubbliche. Lo capii dalle loro tute, che riportavano, sulle spalle, l’indicazione del paese di provenienza. E c’erano anche atleti ucraini, così come bielorussi, tagiki, e persino mongoli. Tutti avevano fatto scalo a Mosca, considerata idealmente come il naturale punto di ritrovo prima del comune trasferimento in Cina.

Oggi, purtroppo, è cambiato tutto. I voli per e dalla Russia sono stati sospesi. I cambiamenti geopolitici avvenuti in Crimea e lo stato di tensione crescente (se non di guerra sommersa) nelle aree di confine contese hanno definitivamente rovinato le relazioni fra i due paesi, in fin dei conti isolandoli entrambi.

Tutti i popoli ambiscono alle stesse cose: benessere, salute, progresso, serenità. Non importa che siano russi, ucraini o bielorussi. Questi sono elementi che nessun paese, da solo, autarchicamente, può sperare di garantire. Non è mai successo in passato, se non a danno di altri paesi, non può succedere a maggior ragione oggi, in un mondo in cui tutto ciò che ci rende felici e appagati è composto da beni universali. Ambire ad acquistare lo stesso identico IPhone e farsi la guerra per due metri quadrati di territorio… ecco, questo per me è incomprensibile!

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