Il ponte di teak più lungo al mondo

Il Myanmar tutto è più grande, più bello, più ricco, più esteso che nel resto del mondo. Non so da cosa derivi tale convinzione, ma sembra che i birmani considerino il loro paese la terra dei primati (e non parlo di scimmie). Un esempio concreto è il ponte di teak di Mandalay. E’ una costruzione di poco più di 1 chilomentro che congiunge le due rive più vicine del fiume Irawaddy. Il record sta proprio nella sua lunghezza: pare che non esista al mondo un ponte interamente costruito in teak più esteso di questo.

Tale meraviglia si trova poco distante da Mandalay, la capitale religiosa del Myanmar. Per noi, che provenivamo dal sud, era una meta obbligata e un modo piuttosto originale di entrare in città. Come raccomandano le guide di viaggio, il momento migliore per visitare il ponte di teak è il pomeriggio tardi, in prossimità del tramonto, quando il fiume si colora di tutte le sfumature dal giallo al rosso e la luce è perfetta per godersi il panorama. Sempre che non piova, ovviamente…

Anche noi, grazie all’esperienza di Sonny, siamo giunti a Mandalay nel momento giusto, verso le 16:30 del pomeriggio. Il ponte ci è apparso sulla nostra sinistra ma non lo abbiamo attraversato subito. Il tour prevedeva infatti di approdare dall’altra parte e poi percorrerlo a piedi a ritroso; il ritorno sarebbe stato svolto su una delle caratteristiche barche a disposizione dei turisti.

Veniamo quindi a questo celeberrimo ponte di teak (è l’immagine della copertina della Lonely Planet del 2009). E’ stato costruito a metà dell’Ottocento e realizzato con circa 1060 tronchi di teak; per sua stessa natura, quindi, si impone una accurata manutenzione che prevede la sostituzione sistematica e tempestiva dei tronchi ove occorre farlo. L’acqua del fiume, infatti, contribuisce decisamente al loro degrado dal momento che in alcune stagioni dell’anno li sommerge completamente e arriva a lambire la piattaforma pedonale.

Il ponte attraversa il principale fiume del Myanmar, l’Irawaddy, che da queste parti non raggiunge le imponenti dimensioni di Bagan, per esempio, ma resta comunque un corso d’acqua dall’aspetto impressionante. Quando ci siamo passati noi, nel giugno 2011, quindi in un periodo secco, il suo livello era abbastanza basso. I tronchi di teak, quindi, apparivano ancora più alti e sottili di quanto non lo fossero realmente. E non contribuivano certo a dissipare la sensazione di inscurezza che pervade chiunque decida di percorrerlo a piedi.

La struttura, in effetti, di per sé è alquanto leggera. Ci si chiede quanto possa resistere a una piena del fiume.  Il fatto che sia ancora in piedi dovrebbe dissolvere qualsiasi dubbio, tuttavia non rassicura del tutto. E’ inevitabile quindi che il suo attraversamento venga preceduto (e accompagnato) da un minimo sindacale di irrequietezza.

Ciò che caratterizza maggiormente questo ponte, oltre alla sua struttura, è il via vai di gente che lo percorre nei due sensi. Persone comuni, turisti, scolaresche, monaci e monache in grandi quantità. Tutti sembrano animati da uno spirito di assoluta e beata rilassatezza. Sembra infatti che il ponte di teak sia utilizzato essenzialmente per farci delle belle passeggiate serali e nient’altro. Il ritmo della camminata è lento, prevede frequenti soste sulle numerose panchine disposte a intervalli regolari o al riparo delle cinque aree di sosta in cemento. Sopito il timore di calpestare tavole traballanti, rimane il piacere di fare una bella passeggiata in uno dei posti più incantevoli del mondo – e in questo i birmani hanno ragione.

Il ritorno, come accennavo prima, si è svolto in barca. Prima però una sosta in una specie di bar, semiallagato, che sorgeva sull’altra sponda del fiume. Qui ci siamo rifocillati con una bevanda che è stata il nostro piacere quoitidiano per tutto il corso del viaggio: la Star Cola, una variante approssimativa – ma gustosa – della Coca Cola. Una volta ripristinato il livello dei nostri liquidi corporei, abbiamo noleggiato una barca come quella che si vede nella galleria. Il viaggio di ritorno, quindi, svolto rigorosamente a forza di remi, ci ha permesso di ammirare da vicino la complessa e fragile disposizione dei tronchi al di sotto della piattaforma pedonale.

Ci siamo accorti pertanto che in alcuni punti i fusti di legno sono stati sostituiti da piloni in cemento armato. Questo probabilmente per rafforzare la struttura del ponte nelle zone di maggiore carico. La particolare configurazione delle travi disposte ad X, inoltre, mi ha rassicurato – ma fino a un certo punto – sulla solidità della costruzione. Il pezzo forte della traversata in barca è appunto quando si passa sotto i tronchi e ci si dirige verso i banchi di sabbia che sorgono dall’altra parte del ponte. Queste aree sono caratterizzate da enormi allevamenti di anatre. Ce ne sono tantissime, raggruppate in giganteschi stormi che stazionano sulle rive e svolazzano di quanto in quanto tra una riva e l’altra, senza però mai allontanarsi dal banco di sabbia originale.

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