La campagna birmana vista dalla strada

La prima tratta del nostro viaggio verso il nord prevedeva l’attraversamento della vasta pianura centrale. Questa area è caratterizzata da una zona agricola piuttosto rigogliosa, unica per i colori, l’atmosfera e la varietà delle colture. E’ un mondo che sembra rimasto ancorato ad un passato bucolico, mitologico, in cui il tempo è scandito dai monsoni e dai raccolti e dove è possibile percepire la presenza di spiriti e demoni. La campagna birmana, in effetti, trasmette questo tipo di sensazioni.

La strada principale che corre da sud a nord è davvero caratteristica: una lunga linea serpeggiante che scavalca continuamente una serie infinita di corsi d’acqua e si insinua in mezzo al verde cupo delle ultime aree di foresta vergine rimaste. La strada infatti costeggia campi di riso di vari colori, piantagioni di palme da olio e zucchiero, zebù e bufali d’acqua, foreste di banane e manghi. E sfiora scene di ordinaria e serena vita agricola: contadini al lavoro, che si voltano e salutano le auto dei turisti, bambini che ruzzolano nelle buche piene d’acqua, donne che vendono qualche prodotto ai bordi della strada, processioni di monaci in rigorosa fila indiana.

Ogni tanto spunta la guglia acuminata di una pagoda il cui abbacinante riflesso dorato contrasta con il marrone smorto del resto degli edifici. Il traffico si riduce alla presenza di qualche camion sovraccarico di merce e a poche motorette che sgasano fumo nero e pestilenziale.

Un’altra particolarità a cui fare attenzione è la presenza, ai due lati della strada, di un fosso, largo da poche decine di centimetri a qualche metro e dalla profondità variabile. Si tratta probabilmente di un canale che convoglia l’acqua piovana e la trattiene vicino alle case. Il luogo ideale, per i bufali d’acqua, per immergersi e trovare sollievo dai parassiti. E – penso io – propizio alla proliferazione di zanzare.

La cosa che colpisce – almeno in questa parte del Myanmar – è la serie ininterrotta di abitazioni e fattorie lungo la strada. Sembra quasi che tutta la popolazione del Paese viva lungo questa via di comunicazione, e il resto del territorio sia lasciato alle colture e alla foresta. Per chilometri e chilometri, infatti, gli edifici dell’uomo formano un muro continuo e impenetrabile, da ambo i lati della strada. La natura è lasciata dietro, alle spalle, in secondo piano, non ha il diritto di interferire con la modernità e il progresso, rappresentati dalla striscia di asfalto screpolato e dai mostri che la percorrono, a quattro e due ruote.

 

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