Un giorno in bus, da Vang Vieng a Luang Prapang

C’è un solo mezzo per andare da Vang Vieng a Luang Prapang: il bus. Secondo Google Map si tratta di un percorso tutto sommato breve, circa 186 chilometri, in linea teorica appena 3 ore e 40 minuti di viaggio. Questo sulla carta. In pratica occorre mettere in conto almeno 7 ore piene, considerando la velocità media del mezzo e le frequenti soste per rifocillarsi. Senza considerare il clima, che nella stagione delle pioggie tende a rallentare qualsiasi spostamento, anche minimo. Come dimostra la nostra esperienza.

Il giorno della partenza il pulman che ci doveva portare al nord partiva alle 8:30 del mattino. A Vang Vieng la stazione degli autobus è ubicata sulla strada principale, quindi piuttosto lontana dall’area degli alberghi. Niente paura: esiste un rudimentale servizio navetta che raccoglie i turisti davanti ai loro alloggi e li deposita sani e salvi a destinazione. Quel giorno del 2013 ci siamo dunque recati nel luogo predisposto all’attesa del mezzo in compagnia di un discreto numero di altri compagni di viaggio. Molti di questi, ironia della sorte, li avevamo già incontrati a Vientiane: evidentemente stavano compiendo il nostro stesso giro e infatti li avremmo rivisti anche a Luang Prapang.

Ha iniziato a piovere. Prima in modo leggero e quasi piacevole, visto che contribuiva a rinfrescare l’aria. In breve si è trasformato in un acquazzone e poi in una specie di tempesta tropicale. Noi ci ritiravamo sempre di più nell’unico punto del negozio (era un alimentari con una tettoia sporgente) che offriva un riparo, ma contro le raffiche di vento non c’era nulla da fare e in breve ci siamo troviati tutti inzuppati. E del mezzo non si vedeva neppure l’ombra.

Durante questo interminabile lasso di tempo non ho potuto fare a meno di registrare la diversità di atteggiamento tra noi turisti e i locali. Noi in preda a una specie di panico irrazionale, spaventati dalla furia degli elementi, preoccupati di preservare abiti e scarpe dalla pioggia battente. Loro, al contrario, assolutamente a loro agio in mezzo alla tempesta. Continuavano a lavorare, fare la spesa, giocare senza minimamente curarsi dei vestiti fradici e dei piedi perpetuamente a mollo.

La scena che mi ha affascinato di più è stata la seguente: due giovani ragazze che si lavavano i lunghi capelli neri sotto l’acqua che scendeva copiosa dalle grondaie… Una visione piena di grazia e genuinità, quasi da paradiso perduto, che conserverò sempre nella memoria.

Tornando a noi, abbiamo atteso la navetta per tre quarti d’ora e alla fine, quando è arrivata, il sentimento comune non era dei più benevoli verso l’intera organizzazione dei trasporti di Vang Vieng. Inoltre eravamo andati oltre l’orario di partenza del nostro autobus e, malgrado le rassicurazioni, non sapevamo se l’avremmo trovato davvero una volta arrivati alla stazione. Naturalmente l’autobus ci aspettava e, piacevole sorpresa, era moderno e confortevole, proprio come da depliant. Unico problema: saremmo partiti con 2 ore di ritardo: le strade erano allagate e occorreva aspettare almeno la fine della bufera.

Una stazione di servizio laotiana

Il viaggio è stato tutto sommato piacevole. Lento ma piacevole. Con almeno tre fermate per espletare bisogni e mangiare qualcosa. Queste soste mi hanno consentito di osservare come funziona più o meno l’intero sistema dei trasporti su strada laotiano. La maggior parte degli autobus, quelli destinati ai locali, erano francamente in condizioni precarie. Ad ogni stazione di servizio era possibile notare la fila di bus fermi con il cofano del motore aperto; a volte il motore fumava a tal punto che interveniva un addetto con la pompa per raffreddarlo. Anche il nostro autobus, in fin dei conti, sembrava soffrire molto il tragitto, che per una buona parte si arrampica sulle colline e prevede salite molto pronunciate. Ho avuto quindi il sospetto che le tre soste fossero più una concessione alle necessità fisiologiche del mezzo che delle nostre.

Le stazioni di sosta sono strutturate tutte alla stessa maniera. Una zona gabinetti, un’altra ristoro – spesso pericolosamente vicina alla prima – una ampio piazzale da cui è possibile ammirare il panorama. L’area dei “bisogno corporali” è divisa in zona maschile e femminile. Mentre le femmine possono usufruire indistamente di piccole cabine sopraelevate, noi maschietti possiamo fare la pipì in una zona specifica dove sorge una lunga e stretta parete in metallo, digradante in basso, irrorata da fiumi d’acqua. Contro di essa vanno indirizzati i nostri zampilli.

L’elemento curioso di questa struttura sta nella sua collocazione e altezza: due volte su tre era piazzata proprio di fronte ai gabinetti delle donne; poco male, sarebbe il caso di dire, se non fosse che questa parete metallica è stata costruita ad altezza di uomo medio laotiano. Noi occidentali, più alti, ci troviamo così ad espletare i bisogni mostrando a tutto il resto del mondo – e le donne in particolare – gran parte della nostra figura. Con conseguente imbarazzo per entrambi i sessi…

Le colline con le zone deforestate

Decisamente migliore è l’area in cui è possibile mangiare un pasto caldo (zuppe e spiedini), o acquistare patatine e snacks di tutti i tipi. Qui spesso si può godere del panorama, che in alcuni luoghi è davvero stupendo. La foresta domina ogni angolo visivo ma in alcuni punti si notano segni evidenti di deforestazione, come mostra la foto sopra. E’ uno dei danni più ingenti di cui soffre l’ecosistema laotiano. Il crescente bisogno di cibo spinge la popolazione locale a deforestare ampie zone naturali a favore di coltivazioni di palme da olio o mais. Ma dopo le prime produzioni il terreno, povero di risorse, non fornisce più il sostentamento necessario a nuovi raccolti. Viene quindi abbandonato nello stato illustrato sopra e si procede ad una nuova deforestazione.

 

 

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