Dal Taman Negara a Tioman, un viaggio fin troppo avventuroso

Il programma di viaggio in Malesia del 2009 prevedeva un trasferimento da effettuarsi in giornata dal Taman Negara a Tioman, una delle isole più belle al largo della costa orientale. Sulla carta niente di così impervio o complicato. Si trattava in sostanza di poche centinaia di chilometri, perlomeno in linea d’aria, perché sulla mappa le due località sembravano sinceramente vicine. Avendo programmato la partenza di buon’ora, pensavamo di avere tutto il tempo del mondo, e qualcosa in più, per realizzare l’impresa senza ostacoli.

Non era così nella realtà. La geografia è sempre più complessa di quanto si possa capire interpretando una mappa. Si compone infatti di colline, foreste, improvvisi impedimenti naturali, strade che si dirigono apparentemente in tutt’altra direzione… Quei pochi centimentri della cartina geografica si trasformano in ore e ore di cammino, un procedere lento, strascicato, spesso inframmezzato di soste e deviazioni impreviste. Il tempo si dilata, si espande a dismisura, e senza sapere come ci si trova a tarda sera in un luogo sperduto, al centro del nulla, a decine e decine di chilomentri dalla meta. Tutto questo è successo a noi, nel 2009, quando decidemmo di affrontare questo famigerato trasferimento dal Taman Negara a Tioman fidandoci unicamente dei trasporti locali e della nostra buona stella.

La prima tappa del viaggio consiste nel raggiungere Jerantut, la città più vicina al Taman Negara e il punto di partenza per i trasporti verso altre destinazioni. Ci sono essenzialmente tre modi per farlo: via fiume (Tembeling) e autobus (o van), arrivando al campo base Nord del parco, ovvero Kuala Tembeling. Sistema molto suggestivo ma poco praticabile, perché alla fine non fa altro che allungare il percorso di qualche decina di chilometri. Il secondo metodo è quello di prendere un bus diretto dal parco a Jerantut. Il terzo metodo, infine, è fermare un taxi disposto ad accompagnarvi alla meta a un prezzo ragionevole. Noi, per questioni di praticità (avevamo molti bagagli ingombranti) abbiamo scelto l’autobus, come testimonia l’immagine sotto.

Gli autobus malesi, specie quelli predisposti alle medio e lunghe percorrenze, non si possono certo definire di prima fascia. Sono piuttosto datati, rumorosi e inquinanti, e tutti invariabilmente lenti. Inoltre, al loro interno, gli allestimenti sono pesanti, le tappezzerie logore e puzzolenti, i sedili appena appena reclinabili, scomodi e piuttosto infossati. L’unico elemento al passo coi tempi è l’aria condizionata, che anche qui, come altrove in Malesia, è tenuta a livelli molto bassi, al limite del congelamento.

Una volta arrivati a Jerantut, la seconda fase del viaggio prevede il trasferimento a Mersing, il principale punto di imbarco per i traghetti verso l’Isola di Tioman. E’ questo il vero momento critico del viaggio. Diverse compagnie di autobus operano sulla rotta Jerantut-Mersing, quindi non c’è nulla da temere. Tuttavia il viaggio dura circa 6-7 ore. E davvero, guardando la cartina non sembra che ci si possa mettere così tanto tempo a percorrere così pochi chilomentri! Noi, arrivati alla stazione degli autobus, ci siamo subito fiondati verso il primo che sembrava in procinto di partire, ma siamo stati respinti vigorosamente, dato che non avevamo prenotato. A quanto pareva, infatti, occorreva prenotare il mezzo, in modo da assicurarsi il posto.

Scornati e sfiduciati, abbiamo trovato 4 posti su un bus che sarebbe partito ben 3 ore dopo! Un ritardo che rischiava di spostare in avanti ogni fase successiva, mettendo in pericolo addirittura il proseguo del viaggio! Avevamo prenotato l’albergo a Mersing per la sera e il traghetto per l’isola di Tioman per la mattina dopo, ma i tempi si erano improvvisamente ristretti: un micidiale effetto domino di eventi negativi stava per far saltare tutto.

Mi ricordo che trascorremmo il pomeriggio nel vicino, minuscolo centro commerciale di Jerantut, al riparo dal caldo asfissiante della cittadina, facendo la spola dal ristorantino al caffè e sperando che il tempo trascorresse più velocemente. Finalmente, alle 15:30, siamo riusciti a salire sul nostro autobus.

Il viaggio per Mersing è stato funestato da una serie di interruzioni e ritardi che lo hanno trasformato in un calvario. Dapprima, un violento nubifragio ha reso la marcia più lenta di quanto non lo fosse già. Il mezzo procedeva in una valanga d’acqua, avvolto in una improvvisa oscurità squarciata, di tanto in tanto, da saette e lampi da far accapponare la pelle. All’interno dell’autobus, occupato in prevalenza da turisti, dominava il silenzio più assoluto. Anche la musica di sottofondo sembrava essersi chetata, quasi per timore di sovrastare i suoni e i fragori che la natura produceva tutto intorno a noi.

A circa metà percorso, non ricodo ovviamente dove, l’autobus si è fermato per la sosta pipì. Nessuno ha avuto il coraggio di scendere, un po’ per timore di inzupparsi da capo a piedi, cosa assolutamente da evitare dato che l’aria condizionata era al minimo; un po’ con la speranza di non rallentare ulteriormente la corsa, già in ritardo di alcune ore. Malgrando ciò, l’autobus non è partito nei tempi previsti. L’autista si era trattenuto all’interno del piccolo caffè del distributore, aspettava che il tempo si ristabilisse quel minimo indispensabile per ripartire in sicurezza. Cosa che è avvenuta almeno 1 ora dopo.

Siamo arrivati a Mersing alle 2 di notte. Il nostro albergo aveva chiuso i battenti e non c’è stato verso di farlo aprire. Sconsolati e scoraggiati ci siamo diretti verso una piazzola dove bivaccavano alcuni giovani dall’apparenza poco raccomandabile, vista anche l’ora. La prospettiva era di restare tutta la notte lì, all’aperto, aspettando la mattina dopo. Disperato, mi sono risolto di chiedere aiuto proprio a quella banda di sfaccendati che avevamo di fronte. E sono rimasto sorpreso dalla loro gentilezza e disponibilità. Subito si sono dati da fare per mandare qualcuno a cercare un albergo ancora aperto. Una volta trovato, ci hanno caricati, armi e bagagli, su due vecchie vetture degli anni Sessanta e ci hanno accompagnato direttamente all’alloggio, addirittura offrendoci di darci una mano con i bagagli. Il tutto, senza parlare neppure una parola di inglese!

L’albergo era del tipo un po’ ambiguo che caratterizza questo tipo di alloggi per uomini d’affari e commessi viaggiatori. L’unica camera disponibile era una quadrupla essenziale, con la doccia protesa sopra il water. I due letti però erano comodi e grandi. Erano ormai le 3:30 e mancavano solo poche ore alla sveglia prevista. Ci siamo coricati vestiti, tanto eravamo disfatti dalla fatica, ma sicuramente molto più sereni di quanto lo eravamo poche ore prima. Almeno avevamo la certezza che, indomani mattina, ci saremmo imbarcati per Tioman come da programma.

 

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