la religiosità dei giapponesi

La religiosità dei giapponesi

Una cosa che è facile osservare presso i templi, i monasteri o in genere i luoghi di culto, è come i giapponesi esprimono la propria religiosità. Lo fanno non solo davanti ad altari facilmente riconoscibili anche da noi occidentali, ma anche in presenza di alberi, statuette appena abbozzate, cespugli, o più spesso lastroni di pietra piantati nel terreno, incisi con antichi caratteri e decorati con drappi e fiori.

In ogni caso, i gesti che compiono sono sempre gli stessi, semplici e rapidi: battono le mani due volte, si piegano in avanti con un mezzo inchino, stanno pochi secondi in meditazione, poi si raddrizzano e se ne vanno, lasciando il posto ai fedeli che li seguono. Tutto qui.

La religiosità dei giapponesi sembra quindi più una espressione intima che una manifestazione corale, istituzionalizzata, come avviene per le altre religioni, specie quelle occidentali. Laggiù non è necessario, a quanto ho capito, esprimere la propria appartenenza al “gruppo” religioso, partecipando a riti e cerimonie particolari. Basta una vecchia statuetta corrosa dal tempo al cospetto della quale disbrigare le formalità religiose del caso, con discrezione e rapidità, ed è fatta.

C’è anche un aspetto originale, da sottolineare, che caratterizza la religione più diffusa, autoctona, del Giappone: lo shintoismo. Questa forma di religiosità si caratterizza per l’adorazione di spiriti e divinità naturali radicati nell’ambiente: alberi, monti, fiumi, giardini, animali… sembra quasi una derivazione diretta, riveduta e corretta, di antiche religioni animistiche, le stesse che dominavano il paese agli albori della sua storia. Poi arrivò il buddismo e si trovò una sintesi tra credenze pseudo-pagane e spiritualità trascendentale.

braciere sacro
Un braciere sacro all’ingresso di un tempio

Nel corso del nostro viaggio, avendo ovviamente visitato decine e decine di templi e tempietti, ci siamo resi conto di quanto sia evidente e particolare questa sintesi religiosa. La ritualità a cui si assiste in questi luoghi è molto interessante e vale la pena soffermarsi e scattare qualche foto, oltre che naturalmente rifletterci sopra. Per esempio, osservando come ci si comporta davanti ai bracieri come quelli della foto: la gente pianta uno stelo acceso di incenso nella cenere e poi con ampi gesti delle mani cerca di attirare verso di sé il fumo che si sprigiona. Lo scopo? Sembra che respirare quell’aroma porti fortuna e benessere.

Un’altra manifestazione è quella di scrivere su foglietti di carta bianca qualcosa, probabilmente richieste o preghiere, piegare il foglio in modo da ridurlo a una striscia, infine legarlo con un nodo semplice a un ramo di un albero o di un cespuglio. In alcuni siti, come a Nikko, per esempio, i cespugli addobbati in questo modo sono letteralmente coperti di foglietti, tanto da far pensare, da lontano, che siano carichi di strani frutti allungati…

Molto diffuse sono inoltre le tavolette votive come quelle raffigurate nella foto iniziale. Si acquistano all’interno dei complessi shintoisti e sono decorate con immagini o semplici caratteri. Lo scopo principale è quello di portare fortuna, a quanto ho intuito, ma non è escluso che i giapponesi le usino anche come “ex voto”.

Altra particolarità, questa tipicamente buddista, sono le statuette votive ammucchiate una appresso all’altra nei giardini che circondano i templi. Questa abitudine è molto diffusa in Asia: ne abbiamo visti a centinaia, anche migliaia, in Birmania e il Laos, ma qui l’originalità tutta giapponese sta negli addobbi con cui sono abbigliati i vari Budda. Indossano infatti nastri colorati e stoffe pregiate e in testa presentano degli strani zuccotti che sembrano di lana, coloratissimi, simili a quelli che portano i musulmani in India. L’effetto è piuttosto disorientante, perfino comico, perché così addobbati i poveri Budda sembrano perdere gran parte del loro fascino misterioso e un po’ severo che dovrebbero invece conservare.

Infine, sono senz’altro da segnalare le fontane per le abluzioni che sorgono sempre all’interno dei complessi shintoisti. Servono a purificarsi, lavandosi mani, gomiti e bocca, prima di entrare nel tempio. Qualche straniero, scimmiottando gli autoctoni, le usa anche per dissetarsi, specie nei momenti di afa soffocante, ma non penso sia ben visto dai giapponesi, che però tollerano seraficamente e lasciano perdere.

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