Dormire sul futon: cronaca di una notte insonne

E finalmente venne il giorno del ryokan. Dopo le convulse vicende del nostro ritorno a Tokyo, che ho raccontato qui, per l’ultima notte giapponese ci eravamo riservati il piacere di soggiornare in un alloggio tradizionale. Il ryokan che avevamo scelto, non troppo caro e sopratutto ben collegato alla metro (per raggiungere agevolmente l’aeroporto), disponeva infatti di tutto ciò che l’immaginario collettivo attribuisce a questo tipo di alberghi: camere con pareti di carta, tavolini a quota zero, stuoie vegetali, un piccolo onsen. Ma la prova più ardua che avremmo dovuto superare era quella di dorminre sul futon, il famoso/famigerato letto giapponese senza rete e materasso.

Devo dire che l’evento era stato accuratamente programmato per non lasciare fastidiosi strascichi sul viaggio. Il ryokan, con le sue particolarità e i suoi piccoli disagi, rappresentava per noi una prova che era saggio lasciare per ultima. Dopo 15 notti trascorse su letti ristretti ma in fin dei conti piuttosto soffici, ci sarebbe toccato finalmente la dura esperienza di dormire sul pavimento. Perchè il futon, in pratica, questo è: un materasso sottile (non più di 7 centimetri di spessore, secondo le regole giapponesi) che viene srotolato su una stuoia di canapa (il tatami) quando è ora di dormire. L’isolamento termico è garantito dalla composizione del tessuto, composto di fibre di cotone sovrapposte (o di di bambù, considerato più igienico). L’unica concessione alla comodità è il cuscino, che può essere, di volta in volta, più o meno alto e soffice.

Date le premesse, eravamo alquanto preoccupati di come sarebbe andata la nottata. Per prepararla al meglio, per l’intero pomeriggio avevamo passeggiato in lungo e largo per Tokyo, sperando di stancarci a sufficienza. A cena avevamo perfino lasciato andare il cordone della borsa, concedendoci due carissime birre artigianali giapponesi.

Il momento della verità era arrivato. Ma ecco la sorpresa: dopo aver srotolato il futon e spento le luci ci siamo trovati in una posizione che non definirei scomoda. Anzi, tutt’altro. Il contatto con il pavimento non ci è apparso così duro. Da supino, infatti, la schiena rimane dritta e comunque il futon riesce a mitigare il contatto con il pavimento. Essendo molto stanchi, ci siamo addormentati quasi subito nella nostra cameretta che – completamente priva di mobili – assomigliava più a una scatola di cartone che a una stanza di un albergo.

I dolori – in senso letterale – sono venuti dopo. Terminato il primo sonno, che è sempre il più profondo, è iniziata la tortura. Appena mi sono girato sul fianco, ecco che ho avvertito il primo segnale che qualcosa non andava. La pressione del corpo sul braccio, infatti, non mitigata da una base morbida o elastica come quella di un materasso tradizionale, è iniziata a divenire sempre più insopportabile. Allora mi sono rigirato sull’altro fianco. Ma anche qui, inevitabilmente, ho provato la stessa spiacevole sensazione.

Per farla breve: ho passato le due ore seguenti a girarmi e rigirarmi da un fianco all’altro, passando qualche volta dalla posizione supina che adesso non era più così comoda come prima. E non c’era niente da fare. Il pavimento sotto di me aveva assunto una consistenza sconosciuta, implacabilmente solida: le scapole, le costole, il bacino, ogni osso del mio corpo sembrava improvvisamente capire quanto può essere dura e dolorosa una semplice superficie piana.

Non so quanto è durato questo supplizio. Alla fine penso di essermi addormentato, vinto più dalla stanchezza che dal sonno vero e proprio. Ma la mattina mi sono ritrovato raggomitolato su un fianco con una mano praticamente rattrappita e un forte formicolio dalla spalla in giù. Alzandomi, mi sono chiesto come fanno i giapponesi – e tutti i popoli che genericamente dormono per terra – a sopportare tutto ciò, tutte le notti, e per tutta la vita. Come è possibile che loro non subiscano i fastidi, i disagi, i doloretti, le ossa peste del risveglio?

Ma la cosa che mi ha più impressionato è stata un’altra: vedere mia moglie svegliarsi con un enorme sbadiglio e dichiarare di non aver mai dormito così bene come quella notte!

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