A proposito della correttezza dei giapponesi: una storia esemplare

La vicenda che mi appresto a raccontare ha uno scopo puramente didattico: intendo dimostrare che i giapponesi sono senza ombra di dubbio un popolo civile. Con civile non intendo migliore di noi o di qualcun altro. La civiltà non si misura solo dalla quantità di monumenti che possiedi o dalla storia che hai tramandato. Non si conta nemmeno dal numero di inchini o salamelecchi che sei disposto a compiere. La civiltà di un popolo è quel mix di correttezza, senso di giustizia, gentilezza e profonda empatia che emerge nei momenti di difficoltà, quando normalmente non è richiesta, quando sarebbe più facile farne a meno.

La mia storia è iniziata il giorno del ritorno a Tokyo, nel lontano 2014, quando il viaggio era ormai agli sgoccioli. Ci eravamo riservati altre due notti nella capitale per visitare quei quartieri che non avevamo visti all’arrivo in Giappone. In realtà, l’intento non troppo celato era quello di non dedicarci a niente di particolare e trascorrere il nostro tempo vagando beatamente da una fermata della Metro all’altra. Quel momento fondamentale, insomma, di relax e dolce far niente che ogni vacanza dovrebbe sempre contemplare all’interno del suo programma.

Giunti a Tokyo, dunque, ci siamo diretti verso l’albergo. Questa volta avevamo scelto nientedimeno che un ryokan, ovvero uno di quegli alloggi tradizionali giapponesi dove si dorme per terra e le pareti sono di carta. Una scelta un tantino masochistica e autolesionista, se vogliamo, vista le condizioni della mia schiena… ma ci sembrava poco elegante lasciare il Giappone senza aver provato, almeno una volta, il piacere del futon!

L’alloggio in questione si trovava in un anonimo ma elegante quartiere – adesso non ricordo esttamente dove – dedicato quasi esclusivamente alla ristorazione e a piccole attività commerciali. Un posto molto tranquillo e piacevole, se rapportato con il caos delle zone più celebri di Tokyo: una location ideale, peraltro, per dare un addio adeguato al Giappone.

Giunti alle reception del ryokan, ci accoglie un sonnacchioso individuo che fatica a capire la carta che gli metto sotto il naso, attestante l’avvenuta prenotazione su Booking. Una signora più distinta, dai modi estremamente gentili, gli viene immediatamente in soccorso. Sembra lei la direttrice dell’albergo ed è l’unica, a quanto pare, a masticare qualche parola di inglese. La tipa dà un’occhiata al documento e subito muta espressione. In un attimo, tutte le emozioni possibili immaginabili invadono il suo volto: i suoi bei tratti passano in pochi secondi dalla meraviglia allo sgomento, dalla costernazione alla disperazione. Restiamo un po’ sopresi, ma anche in noi subentra in breve la massima sorpresa quando la signora, genuflettedosi variate volte, confessa che ci aspettava per il giorno dopo.

Segue un momento di gelo assoluto. Io e Paola ci guardiamo senza riuscire a proferire parola, allibiti e un tantino contrariati. La signora continua a chiedere scusa in giapponese e in inglese, inchinandosi continuamente, ma né lei né noi riusciamo a tirare fuori una soluzione. Una situazione di stallo che dura qualche minuto; almeno finché Paola, mostrando un imprevedibile decisionismo, chiede alla signora come intende riparare all’errore, visto che di errore si tratta. La nostra prenotazione, infatti, è corretta. E’ lei, o molto più presumibilmente il suo sonnacchioso compare, ad aver combinato il patatrac.

E qui emerge l’onestà tutta nipponica di questa gente. La signora, dopo un’altra serie di inchini a raffica, ci fa capire che intende riparare, assolutamente. La sua soluzione è la seguente: chiama un albergo vicino, dall’altra parte della strada, e chiede se hanno una camera libera per una notte; la notte seguente, invece, torneremo ad essere ospiti nel suo ryokan, come da programma. Sulle prime pensiamo che siamo stati fregati: ci tocca infatti trovare un altro alloggio e magari pagarlo caro e salato. Ma non è così. La signora, molto cortesemente, ci accompagna alla receptione dell’albergo prescelto e confabula con il direttore. Poi torna e ci comunica che per quella notte siamo suoi ospiti, paga lei, non ci sono problemi; e per ripagarci del disagio procurato, ci invita quella sera stessa al suo ristorante dove saremo liberi di mangiare ciò che desideriamo.

Insomma, nel breve volgere di poche ore le nostre prospettive sono cambiate radicalmente: da dormire quasi per strada ad alloggiare in un albergo a 4 stelle e per di più con una cena pagata! Non poteva andarci meglio. La sera ci siamo recati al ristorante del ryokan – che poi abbiamo appreso essere uno dei più prestigiosi del quartiere – per “riscuotere” la cena promessa. Siamo stati accolti come principi, sistemati in un angolo delizioso del ristorante, serviti in continuazione di piatti su piatti, uno più buono dell’altro, finché non ne abbiamo avuto abbastanza. L’albergo che ci aveva scelto la signora, peraltro, era uno dei più prestigiosi in zona, con una camera davvero fuori dal comune per gli standard nipponici.

Il giorno dopo ci siamo presentati al ryokan, come d’accordo, per prendere possesso, almeno per l’ultima notte, del nostro alloggio prenotato. Questa volta tutto è andato liscio come l’olio: la camera era quanto ci aspettavamo, il prezzo adeguato, la colazione niente male. La signora ci ha personalmente servito di tutto punto, mostrando ogni volta un atteggiamento contrito e francamente comico, data la nuova situazione. Ormai il problema era stato risolto, infatti, e con la nostra massima soddisfazione; ma lei non mancava di farsi carico dell’errore, e cercava in tutti i modi di farci capire che, in un modo o nell’altro, stava cercando di riparare.

Cosa dire? Siamo restati strabiliati, e lo siamo ancora, di questo comportamento ai limiti dell’autolesionismo economico. Quella donna ha probabilmente pagato più di quanto ha riscosso da noi per l’unica notte in cui siamo stati suoi ospiti. Certo, è possibile che abbia fatto 2+2, comprendendo che un atteggiamento di chiusura l’avrebbe danneggiata in termini di credibilità e autorevolezza su Booking. Ma è altrettanto sicuro che gran parte delle sue premure sono derivate dal profondo senso di onestà e di giustizia che questo popolo, in maniera innata, naturale, spontanea, coltiva dentro di sè.

 

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