Programmare un viaggio in Cina: le fasi principali

Un invito a un matrimonio di un amico non si può rifiutare. Se poi questo matrimonio si svolgerà in Cina, allora non c’è proprio discussione. Si accetta e basta. Ma come organizzare un viaggio in così poco tempo? Come si prepara una avventura di questo genere quando hai a disposizione meno di un mese per farlo? Vediamo il processo per fasi, raccontando come lo abbiamo affrontato noi nel gennaio del 2015.

Volo

In effetti, per la prima volta in vita mia mi trovavo a dover progettare qualcosa senza aver dedicato ad essa quelle settimane di riflessione che normalmente precedono qualsiasi scelta. Dovevo fare tutto d’un fiato, quasi senza considerare i pro e i contro, con una dose di imprudenza fin troppo elevata per i miei standard abituali. Innanzitutto, bisognava pensare al volo di andata e ritorno. L’avrei trovato a buon mercato, praticamente last minute? Qui mi è venuta in soccorso Aeroflot, la compagnia di bandiera russa, l’unica che potesse competere in termini di prezzi con tutte le altre. Il costo del biglietto non superava i 420€ a persona, per noi andava benissimo (e anche per Guido, che avrebbe risarcito) e quindi il primo scoglio è stato superato.

Tuttavia, rimaneva una complicazione da risolvere prima di acquistare il volo. Dovendo partire in compagnia della madre di Guido, era opportuno, anzi doveroso, ascoltare anche lei. Il nostro volo prevedeva uno scalo piuttosto rapido sia in andata che in ritorno. La signora sarebbe stata in grado di sopportare, fisicamente e mentalmente, un doppio imbarco? O forse per lei sarebbe stato meglio optare per un volo diretto? La questione ci ha tenuti un po’ in ansia per qualche giorno fino a che tutto si è risolto con la classica soluzione a metà strada. All’andata la signora sarebbe venuta con noi, e quindi avrebbe affrontato lo scalo a Mosca; al ritorno sarebbe tornata da sola, imbarcata a Shanghai con un volo diretto per l’Italia.

Visto

Preso il volo, bisognava affrontare il problema più grosso, il visto per la Cina. Come ho già raccontato per un viaggio successivo, il visto per la Cina è il momento più laborioso, esasperante e defaticante di tutto il viaggio. Le informazioni richieste per ottenerlo infatti sono talmente minuziose da farti perdere il sonno! Il visto si richiede compilando un modulo in ogni sua parte, anche la più insignificante, stando attenti a non sbagliare, a non mostrare cancellature e sopratutto a non dichiarare il falso. Ogni informazione contenuta su questo pezzo di carta verrà vagliata e verificata fin nei minimi particolari, quindi l’attenzione nel compilarlo deve essere massima. Il che rende l’operazione un tantino stressante…

Una delle parti più controverse è la dichiarazione della ragione del viaggio. Si può andare in Cina per turismo, ovviamente, ma anche perché invitati da un residente interno. Ed è questa la formula che ha utilizzato Guido. Ha preparato una lettera di presentazione da allegare al modulo e ce l’ha inviata. In questo documento la parte del viaggio che riguardava la provincia a sud dove si sarebbe celebrato il matrimonio è stata per così dire “coperta” dall’invito ufficiale. Dal momento che io e Paola non volevamo perdere l’occasione di fare i turisti, siamo stati costretti a compilare anche tutti i campi relativi agli altri luoghi dove saremmo stati, in sostanza la sola Pechino.

Compilato il modulo, verificata la validità del passaporto, non restava altro che recarsi all’ufficio apposito e richiedere il visto. Ma ciò avrebbe comportato altri due giorni di lavoro persi, e né io né mia moglie potevamo permettercelo. Mi sono risolto dunque di rivolgermi all’agenzia Zama di Roma, specializzata proprio nell’ottenimento rapido di visti per i luoghi più “difficili” della terra. Cosa che ha comportato un costo, naturalmente, che aggiunto a quello “naturale” del visto, ha determinato un primo esborso di circa 100 euro a persona… Non proprio una bazzecola, a dire il vero, ma niente in confronto a come sarebbe aumentato negli anni successivi!

Alberghi

Volo e visto fatti. Adesso veniva la fase più divertente di questa programmazione. Decidere dove alloggiare a Pechino. La nostra intenzione era infatti quella di restare due notti nella capitale per acclimatarci e smaltire il fuso; partire per il sud (con il treno, prenotato nel frattempo da Suzhan); tornare a Pechino per sfuttare un altro giorno pieno di visite. Dovevamo quindi scegliere uno o più alberghi, a seconda delle esigenze: il primo non troppo distante dalla abitazione di Guido; il secondo possibilmente nelle vicinanze della metro che conduce all’aeroporto.

Quanto al primo albergo, non abbiamo avuto dubbi. Abbiamo scelto lo YoYo, lo stesso dove avevamo alloggiato nel 2010. Perché? Semplice: si trova a Sanlitun, il quartiere moderno e cosmopolita di Pechino, non distante dalle maggiori attrazioni della città e ben collegato con metro e bus. Di questo alberghetto di 3 stelle, piccolo e raccolto, ammobiliato in maniera un po’ trendy e molto colorato, ci eravamo subito innamorati appena arrivati nel 2010. Le sue chiavi del successo erano (e sono tuttora): 1) la wifi molto affidabile, sebbene disponibile solo nella hall; 2) le camere sufficientemente ampie e ben ammobiliate; 3) la colazione compresa nel prezzo, non proprio abbondante ma ricca quanto basta da accompagnarti almeno fino a pranzo; 4) il ristorante dello Yunnan, collocato appena fuori dell’ingresso ma appartenente alla stessa gestione, dove nel 2010 gustammo il nostro primo autentico pasto cinese.

Il secondo albergo, l’Howard Johnson Paragon Hotel, 4 stelle, lo abbiamo scelto perché vicinissimo alla linea metro che conduce direttamente all’aeroporto. Una scelta dettata dalla pigrizia, se vogliamo, visto che tutto sommato non è un problema muoversi con la metro a Pechino, dovunque ci si trovi. Si tratta di un vecchio albergo per commessi viaggiatori e uomini di affari, prevalentemente cinesi, dalle infrastrutture un po’ datate, arredato in modo molto classico, direi persino pacchiano. La nostra camera, per esempio, era totalmente tappezzata da un tessuto simile al raso e la moquette aveva uno spessore di almeno 2 centimetri. Ogni elemento di arredo assomigliava vagamente a quelli visti nei motel dei film anni Cinquanta americani: assolutamente impersonali e dozzinali. Da non tornarci mai più, c’è decisamente di meglio a Pechino.

 

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