I mille e impensabili usi del guscio di cocco

La noce di cocco, oltre ad essere utilizzata per scopi alimentari (come ho già descritto in questo post), è la risorsa primaria per innumerevoli utilizzi. La polpa infatti viene usata in modo intensivo dall’industria della bellezza, sfruttando le caratteristiche emolienti e profumate del frutto. Il rivestimento esterno, fibroso e resistente, è impiegato per fare il fuoco, realizzare corde, produrre scopettoni. Ma che fine fa il guscio di cocco? Dove va a finire?

E’ una domanda a cui i viaggiatori seriali come me sanno dare immediatamente una risposta. E’ impossibile, infatti, non aver notato cosa si riesce a ricavare dal guscio di cocco. Basta passeggiare in un mercatino qualsiasi, in una qualsiasi località fra i due tropici, per rendersene conto. Gli oggetti ricavati da questo materiale sono innumerevoli e a volte impensabili. E si va dai manufatti di uso quotidiamo alle vere e proprie opere d’arte.

Il guscio di cocco, per sua natura, si presta facilmente ad essere impiegato in qualche modo che non sia il focolare domestico. E’ liscio, quasi perfettamente rotondo, robusto e flessibile quanto basta. Una volta liberato dalla polpa e seccato, diventa facilmente lavorabile, a patto chiaramente che rimanga integro. In genere l’oggetto più prodotto, venduto e utilizzato è il classico coppino. Il guscio è diviso a metà e quindi legato – o inchiodato, a seconda della tradizione e della tecnologia utilizzata – ad un lungo manico di legno. Tutto qui. Sfido chiunque abbia solo osservato tale oggetto a non ammettere di averlo desiderato ardentemente…!

La forma concava quindi agevola la produzione di una innumerevole serie di contenitori, provvisti o meno di una base, utilizzati per gli usi più svariati. Non starò qui a descriverli tutti perché sarebbe inutile; invece voglio raccontare come gli artigiani dello Sri Lanka utilizzino il guscio di cocco a fini squisitamente ornamentali. La foto di questo articolo mostra abbastanza chiaramente in grado di maestria degli artigiani locali. I quali utilizzano indifferentemente sia il mezzo cocco (tagliato però longitudinalmente) sia il cocco intero, per realizzare dei mascheroni stravaganti che rappresentano dei buffi ceffi con grandi baffi e barbe.

Questi volti bislacchi e vagamente comici affollano tutti i negozi di souvenirs dell’isola. Ce ne sono di tutti i generi, come si vede, ma il denominatore comune è la particolare forzatura artistica con la quale vengono rappresentati i volti. In primis, sono evidenti le lunghe barbe e i capelli incolti. Inoltre,  gli occhi sono grandi e piegati all’ingiù; il naso è sempre schiacciato. Tutto testimonia, insomma, che si tratti molto probabilmente della visione artefatta, bizzarra e un po’ sardonica di fisionomie occidentali…

Un elefantino realizzato con una noce di cocco intera
Un elefantino realizzato con una noce di cocco intera

L’altro manufatto piuttosto diffuso – ma questa volta non proprio originale – è l’elefantino ovale. E’ realizzato lavorando un guscio di cocco quando ancora non è del tutto privo delle fibre che lo circondano. In questo modo è possibile lavorare la superficie anche “in profondità”, realizzando in tal modo proboscide, zampe, orecchie e perfino la coda. Le fibre, inoltre, simulano abbastanza bene il pelo ispido del pachiderma.

La caratteristica peculiare è che in questo caso viene utilizzata una noce di cocco intera, quindi non aperta. Alcuni elefantini possiedono anche delle lunghe zanne, realizzate con stecchetti di legno, ficcati a forza dentro appositi ugelli. Il che è quantomeno stravagante, visto che a Sri Lanka gli elefanti, in gran parte, non hanno proprio le zanne…

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