Nilaveli e Pidgeon Island

I risvolti comici di una disavventura tra Nilaveli e Pidgeon Island

Tra Nilaveli e Pidgeon Island esiste un invisibile quanto solido cordone ombelicale. Si può affermare, senza tema di essere smentiti, che senza Pidgeon Island, Nilaveli sarebbe solo un puntino nella mappa e poco più. Una sperduta e alquanto malmessa località in grado a malapena di soddisfare le esigenze dei villeggianti locali o delle gite scolastiche. La realtà invece è che Pidgeon Island rappresenta per Nilaveli la gallina dalle uova d’oro, la fonte di reddito più importante e trainante per l’economia locale. In grado di indurre migliaia di turisti a scegliere Nilaveli (e non la più attrezzata Uppalevi) come base delle operazioni malgrando le evidenti lacune dal punto di vista urbanistico, strutturale e logistico.

Questa forte simbiosi ha alimentato, nel corso del tempo, un business piuttosto florido basato sul trasporto su barca da e per Pidgeon Island. I chioschetti per le prenotazioni e la vendita dei biglietti sono numerosissimi e si contendono, abbastanza ferocemente, i tratti di spiaggia più vicini all’agognata isoletta. Ciò permette ai i turisti di poter trovare, in qualsiasi momento della giornata, una barca pronta a trasportarli a Pidgeon Island, e viceversa. E questa è una comodità non indifferente.

Il rovescio della medaglia è che, con il tempo, sono fiorite attività per così dire complementari, secondarie, a volte vagamente border-line, che danneggiano equamente sia i turisti che i gestori del trasferimento su barca. Non si tratta di vere e proprie truffe. Possiamo definirli tentativi, a volte goffi e improvvisati, di inserirsi all’interno del processo di creazione di ricchezza innescato dal business dell’isola. Alcuni individui, in pratica, pur non appartenendo a nessuna agenzia, si spacciano per guide, driver, accompagnatori, gestori di servizi accessori, e in tal modo riescono ad ottenere – quando è possibile – qualche briciola del pasto principale.

Ripeto: non è un’attività a rischio per i turisti. I pericoli sono praticamente assenti e tutto si riduce a qualche malinteso o nel pagamento di un servizio che non era dovuto o, a volte, in qualcosa di più controverso e perfino comico. Come è successo a me, e la vicenda che mi appresto a raccontare lo testimonierà ampiamente.

Un giorno sotto il sole a Pidgeon Island

Superato il malinteso di cui ho già parlato, dovuto in gran parte alla scarsa comprensione dell’inglese parlato da quelle parti, ci siamo recati presso il chioschetto di pertinenza per indossare i nostri giubbotti di salvataggio e affittare, io e Paola, maschera e pinne per lo snorkeling sull’isola. L’accordo era che li avremmo pagati solo al nostro ritorno, al momento di consegnarli. Abbigliati e accessoriati come meglio non si poteva, siamo partiti a razzo (e non è un modo di dire!) per l’isoletta che si intravvedeva appena all’orizzonte.

Una volta approdati, il driver ci ha chiesto di rammentare il numero di identificazione della barca e di stabilire un orario per il rientro. Cosa che abbiamo fatto non senza qualche perplessità, dal momento che non avevamo idea di quanto saremmo durati su quella minuscola isola, sotto un sole implacabile, praticamente in balia di piccioni e corvi affamati. Concordato un orario di massima, il driver ha voltato la prua ed è tornato a Nilaveli per un altro carico di turisti.

La giornata pertanto è trascorsa nel modo più sereno e convenzionale possibile: bagni frequenti, qualche brutto incontro marino (squali sovradimensionati e una medusa), un paio di pisolini all’ombra delle mangrovie, un pasto leggero a base di cornetto Algida e Coca Cola. Niente di particolarmente eccitante o faticoso, a dire il vero. Tuttavia, man mano che passava il tempo, abbiamo iniziato ad avvertire un disagio crescente che aumentava in maniera preoccupante con il progredire della giornata. Era dovuto probabilmente al caldo, sempre più soffocante e opprimente. O forse alla gente che continuava ad arrivare sull’isola a ondate e che riduceva progressivamente i nostri spazi vitali. O magari semplicemente alla noia di fare e rifare sempre le stesse cose. In realtà, non so cosa sia successo. Fatto sta che ad un certo punto Daniela e Paola hanno deciso che ne avevano abbastanza e che era ora di tornare.

A questo punto è emerso clamorosamente che nessuno di noi si rammentava del numero della barca. Io pensavo che lo avesse preso Sergio, lui pensava avessimo fatto noi uno scatto con il cellulare. Avevamo una vaga reminiscenza dei primi tre numeri, mi pare, ma il resto era nebbia e vaghe supposizioni. Daniela ha preso allora decisamente l’iniziativa. Ha chiesto in giro e ha trovato, non si sa come, altre due turiste italiane che stavano cercando la stessa barca, anche loro in preda ad un crisi di amnesia. L’arrivo improvviso del nostro driver, con un altro carico di turisti, ha risolto definitivametne l’impasse. Saremmo tornati con lui prima dell’orario concordato.

Abbiamo pertanto preso posto nella barca insieme alle due ragazze venete appena conosciute. E tutto sembrava filare liscio come l’olio. Tuttavia, la traversata di ritorno è stata effettuata a velocità stranamente ridotta, direi perfino guardinga, e ciò mi ha dato modo di riflettere su quanto stava accadendo. Ho iniziato a porre maggiore attenzione ad alcuni elementi che fino ad allora non avevo considerato.

Gli elementi della truffa

Il driver, innanzitutto, non sembrava lo stesso dell’andata. Non era lui, in effetti, ma sull’isola si era presentato come il cugino del driver originale, con il quale si dava occasionalmente il cambio nel corso della giornata. Una pratica che, ci ha assicurato, è molto comune e permette di compiere più viaggi nel corso della giornata senza stancarsi troppo, condividendo peraltro  i proventi tra più persone. Spiegazione che, sul momento, mi ha convinto.

Il percorso di ritorno, inoltre, non era lo stesso dell’andata. Ovvero, non stavamo percorrendo la via più breve per tornare indietro. In parole povere: non stavamo tornando al chioschetto di partenza. Il tipo, interpellato a propostio, ha tirato in ballo le due ragazze, che essendo partite da un resort collocato molto più a sud, dovevano essere accompagnate per prime. Vabbè, ho pensato, sarà un modo per economizzare su carburante e tempi di viaggio, e mi sono quietato.

I dubbi sono prepotentemente ritornati, quando, dopo aver scaricato le due giovani sulla spiaggia, il driver ci ha portato appena 2-300 metri più a nord e lì ci ha chiesto se potevamo scendere! Abbiamo protestato, chiedendo di essere riportati esattamente dove ci eravamo imbarcati, ma il tipo non ha voluto sentire ragione. Ha iniziato ad accampare scuse sempre meno plausibili, tipo: che mancava il carburante, che doveva riconsegnare la barca al cugino, che non c’era più tempo per un secondo viaggio all’isola, ecc.. In parole povere, è stato irremovibile. E noi siamo stati costretti a scendere e a farci almeno un paio di chilometri a piedi per tornare al punto di partenza.

Le conseguenze di un errore

E’ proprio vero che quando si commette un errore inizia quasi invariabilmente un processo di causa ed effetto che innesca una serie di eventi sempre più disastrosi e incontrollabili. E non c’è verso di fermare la valanga che si precipita sopra di noi! Questa metafora, forse un tantino esagerata, rende l’idea di quanto poi è successo. Innanzitutto, avevamo un accordo con dei proprietari di tuc tuc, sulla spiaggia, secondo il quale sarebbero venuti a riprenderci all’orario che, inizialmente, avevamo concordato con l’agenzia di trasporto. Essendo ritornati almeno due ore prima, questo accordo è saltato, e di conseguenza non abbiamo potuto usufrire del passaggio in albergo.

In secondo luogo, le maschere e le pinne noleggiate sono rimaste nella barca del secondo driver. Lui stesso si è raccomandato di lasciarle a bordo: ci avrebbe pensato lui, a fine giornata, a riportarle al chioschetto sulla spiaggia. Tale insistenza, sulle prime, non mi ha dato particolari motivi di apprensione. Mi sembrava una gentilezza che compensava il fatto di averci lasciati in mezzo al nulla, a due chilometri di distanza da dove avevamo stabilito. Tuttavia, appena il tipo è partito (e questa volta a razzo, come se desiderasse sparire dalla circolazione nel più breve tempo possibile), mi è sovvenuto che non avevo ancora pagato il noleggo dell’attrezzatura. Tornando, abbiamo trovato il chioschetto chiuso, quindi ho rimandato la faccenda al giorno dopo e non ci ho pensato più.

I nodi sono inevitabilmente venuti al pettine l’indomani. Ci trovavamo tutti mollemente adagiati sui nostri lettini, all’ombra di ombrelloni di foglie di palma, a goderci succhi di frutta e gelati. Niente e nessuno avrebbe potuto alterare quel momento di pace e ozio che solo i soggiorni al mare, specie se in luoghi esotici, sanno offrire. Eppure è successo l’impensabile. Un paio di signori si sono avvicinati ed uno di essi ha iniziato a parlare in modo alquanto concitato. Non capivamo un accidente, ovviamente, e neppure l’accompagnatore, per quanti sforzi facesse di parlare un inglese comprensibile, riusciva a farsi capire.

Tale pantomima è durata appena pochi minuti. Poi i due signori se ne sono andati. Avevamo afferrato che il giorno prima era successo qualcosa durante il tragitto dall’isola alla terraferma, ma niente di più. Pensavamo a qualche incoveniente, magari dovuto al nostro rientro anticipato, che in qualche modo avesse messo in difficoltà l’organizzazione dell’escursione, ma faticavamo sinceramente a capire come. Tutto sommato avevamo semplicemente deciso di rietrare prima; quale reato poteva essere questo?

Sembrava finita lì, senonché, verso mezzogiorno, non si ripresentano i due signori, e questa volta in compagnia di un poliziotto? Il quale, in un inglese finalmente comprensibile, ci chiede se ci ricordiamo come si chiamava il driver che ci ha ricondotto indietro dall’isola. Cadiamo dalle nuvole, non ci ricordiamo neppure il volto, figuriamoci altro… I tre si accontentano delle nostre goffe spiegazioni e vanno via. Poco dopo tornano insieme ad un altro ragazzo, che li accompagna di malavoglia. Ci chiedono, sempre più rudemente, se è lui il tipo che ci ha prelevato sull’isola. Ma non è lui. A quel punto decido di farmi spiegare tutto per bene. E il signore, opportunamente tradotto dal poliziotto, mi racconta l’incredibile vicenda che la nostra decisione ha scatenato il giorno prima.

Come si innesca un malinteso perfetto

Ecco come è andata. Il secondo driver, a quanto pare, era un truffatore piuttosto conosciuto da quelle parti. Un ragazzo che viveva al margine del grande business dei trasporti da e per l’isola dei piccioni lavorando effettivamente come driver, ma più spesso borseggiando gli ignari turisti che lasciavano qualche oggetto nella barca. Quel giorno aveva regolarmente accompagnato alcuni turisti a Pidgen Island – e fin qui la versione che ci aveva fornito era veritiera. Nondimeno, non appena ha capito che nessuno di noi (comprese le turiste venete) si ricordava il numero della barca, ha escogitato un piano per potersi imposserrare di tutto ciò che ci eravamo portati appresso dai rispettivi chioschetti di partenza: giubbotti di salvataggio, maschere e pinne.

Insomma, non il colpo del secolo, ma a quanto pare una pratica ampiamente diffusa che permette di raggranellare qualche spiccio noleggiando in proprio l’attrezzatura per lo snorkeling. Consuetudine naturalmente conosciuta dalla polizia. E così si spiega la richiesta di identificazione del ragazzo sulla spiaggia – che però nel nostro caso non centrava nulla. Il truffatore, ho saputo il pomeriggio, lo hanno poi acciuffato. Con la barca e refurtiva. E’ stato il poliziotto stesso a comunicarcelo.

Insieme a lui è tornato anche il noleggiatore di maschere e pinne del giorno prima. Con fare molto ambiguo, tra mille salamelecchi e scuse esagerate, mi ha chiesto se per caso avevo intenzione di pagare per il noleggio del giorno prima o no. A quanto pare riteneva che la vicenda avesse danneggiato più noi, ignari turisti, che lui, e che quindi non avesse alcun diritto di pretendere il dovuto. Il modo in cui me lo ha chiesto mi ha sorpreso e un tantino intenerito. Mi sono subito offerto di pagare e l’ho fatto immediatamente. Lui mi ha ringraziato e se ne è andato ringalluzzito e soddisfatto, come se avesse vinto alla lotteria. Peccato che poi, a conti fatti, non si sia accorto che la cifra che mi aveva richiesto equivaleva al noleggio per l’attrezzatura di una sola persona!…

 

 

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