Pathirakali Amman Temple

Il fantasmagorico Pathirakali Amman Temple di Trincomalee

Il Pathirakali Amman Temple, comunemente conosciuto come Kali Kovil, è uno dei templi più importanti di Trincomalee. Rappresenta uno spettacolare esempio di architettura dravidica, così comune nel sud dell’India, importata e impiantata in terra cingalese molti secoli fa dagli invasori Tamil. Chi è già venuto in contatto con questi edifici sa di cosa sto parlando. E sa anche che questo tipo di complessi religiosi non passa di certo inosservato…

E’ ciò che succede a questo Kali Kovil, i cui altissimi gopuram decorati e coloratissimi svettano nettamente sul panorama urbano di Trincomalee. Impossibile non notarli, passeggiando sul lungomare interno. E semmai non fossero individuabili al primo sguardo, ci pensa il fracasso che proviene dal loro interno per attirare l’attenzione dei più distratti. Una visita diventa quindi obbligata.

La visione d’insieme del complesso Pathirakali Amman

Il tempio Pathirakali Amman è dedicato alla dea Bhadrakali, la forma benevola della dea Kali (sì, quella con sei braccia dei romanzi di Salgari). Insieme a lei, vengono adorate due figure che fanno parte dello sconfinato pantheon indù: Mahalakshmi e Mahasaraswati. Il Tempio è una parte del più vasto e ramificato complesso di strutture religiose induiste che risalgono a parecchi secoli fa e sono genericamente conosciuti come i templi Koneswaram. Il Kali Kovil, in particolare, sembra risalire ai tempi in cui questa parte dell’isola era sotto il dominio diretto dei re Tamil indiani. Fu costruito infatti, almeno nella sua struttura originale, dal re Chola I, probabilmente nel corso dell’XI secolo dopo Cristo, e da allora attira pellegrini e devoti da tutte le parti dell’India e non solo.

Il tempio può essere visitato senza problemi, basta rispettare le consuete regole imposte in quasi tutti gli edifici sacri cingalesi: togliersi le scarpe, evitare di interferire con le pratiche svolte dai fedeli, non sedersi con le piante dei piedi rivolte verso l’altare, possibilmente cercare di visitare il tempio percorrendolo in senso orario.

Un particolare del gorupam principale

Dall’esterno ciò che lascia senza parole è l’indescrivibile calca di figure umane, animali, vegetali e astratte che affolla le pareti dei tre templi principali. La varietà è talmente grande che risulta impossibile non attardarsi ad osservare e restare un po’ rapiti un po’ sbigottiti per tanta abbondanza di forme e colori. Nelle intenzioni degli scultori e artisti che lo hanno realizzato, su queste pareti dovrebbero essere narrate le vicende di dei o semidei particolari, che sarebbe arduo anche solo provare a descrivere sommariamante. Dirò soltanto che si intravedono abbastanza chiaramente molte figure sacre (che hanno il volto colorato di blu) e semplici personaggi umani, come le immancabili ballerine o i sacerdoti.

L’impressione che ne ho avuto io – e non solo davanti a questo tempio – è quella della ricerca della rappresentazione di un ideale religioso globale. Una idea di armonia del cosmo e della terra che vede coivolti tutti gli dei, da quelli più importanti (le figure generalmente più grandi delle altre) a quelli minori, poste quasi sempre in secondo piano. Tutti impegnati a gestire le sorti del cosmo con serenità e direi quasi con ottimismo, almeno a giudicare dai sorrisi delle statue.

Se l’esterno del tempio ha lasciato senza fiato, l’interno è l’equivalente di un cazzotto in pieno stomaco.  Non ci sono parole per descrivere la sinfonia di immagini, rilievi, colori, suoni e aromi che ti investono con la forza di un ciclone, appena varcata la soglia del tempio. Lo slider qui sopra è appena in grado di illustrare cosa ci si trova di fronte. Si rimane quindi abbacinati, sgomenti, divertiti, sbigottiti, in una altalena di emozioni che vanno dalla commiserazione per la creduloneria umana al più alto senso mistico mai provato sino all’ora…

L’altare del Pathirakali Amman

Ciò che colpisce, tra le tante cose, è l’impressionante affollamento di immagini che ti circonda. Le figure sbucano letteralmente dalle pareti, si protendono verso di te, alcune perfino sembrano penzolare nel vuoto. Il tutto in una fantasmagorica ammucchiata di figure umane, dei, animali, oggetti, simboli, alcuni rappresentati con realismo estremo, altri raffigurati quasi in forma di parodia. L’impressione che se ne ricava è disorientante, lo giuro. Come quando si osservano i cavalli rampanti delle colonne, di un accecante color rosso-ocra. O le anatre che svolazzano dai soffitti che, al contrario, paiono realizzate da un disegnatore di Paperino. Su tutto e tutti, in fondo alla sala, proprio sopra la nicchia più nascosta e sacra, impera la dea Bhadrakali, con le sue sinuose sei braccia protese nel vuoto, davanti a sé, quasi a voler ghermire i passanti. Difficile non pensare a un polpo gigante…

La preparazione di una pietanza a base di lenticchie, davanti al tempio

Quando sono uscito dal Pathirakali Amman ero confuso, esaltato e allo stesso tempo incredulo, perché tutto ciò che avevo visto mi aveva letteralmente stordito. Mi sembrava di aver visto e provato davvero troppo, in termini sia di quantità che di qualità, e devo confessare che, in qualche misura, sentivo di averne abbastanza. A ciò, devo dire, aveva contribuito il suono stridente e straziante di una buccina, suonata a tutto spiano all’interno del tempio allo scopo di accompagnare un gruppo di persone impegnate in una cerimonia rituale.

Il ritorno alla realtà, semplice e familiare, mi è stato fornito dalla scena che si vede nell’ultima foto di questo post. Una signora, avvolta nel suo elegante sari giallo-rosso, stava controllando la cottura di una enorme pentola di metallo colma di lenticchie. Una pietanza rituale, ho pensato, vista la collocazione, proprio davanti all’entrata del tempio maggiore. Il profumo di spezie e cocco che spargeva intorno quella pentola è stato il miglior balsamo per i miei sensi sovraeccittati.

 

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