Il caffè dello Yunnan e il suo aroma indefinito

Dovunque vai, c’è sempre qualcuno che pensa di avere la migliore versione di una pietanza, di un abito, di un monumento, di un panorama, ecc.. E’ un atteggiamento tipico, dettato da motivi campanilistici, orgoglio nazionale, puro spirito propagandistico o strategie di marketing, probabilmente. Ad ogni modo serve a dimostrare, in genere agli estranei, che arrivare fin lì per vedere, provare, assaggiare, ascoltare quella particolare cosa ne è valsa la pena.

Nondimeno, il più delle volte l’oggetto di tale spropositata propaganda si rivela un bluff e non regge al confronto con altri beni simili. E’ il caso del famoso (per i cinesi, o meglio per gli abitanti della provincia omonima) caffè dello Yunnan. Non appena metti piede in zona, già in aeroporto, ci sono manifesti e cartelloni che pubblicizzano questo famoso prodotto agricolo locale, descritto come il non plus ultra della bontà. La pressione promozionale aumenta man mano che ci si sposta verso le montagne dove – a differenza delle pianure a più forte prevalenza del tè – il caffè sembra essere l’unica bevanda disponibile sul mercato.

Nel corso del nostro viaggio nello Yunnan ci siamo confrontati spesso con la tentazione di assaggiare questa bevanda. Non che non ci piaccia il caffè, per carità, ma non ci sembrava il caso ripetere una esperienza che in altri posti – in Indonesia sopratutto – si era rivelata una delusione. Il caffè, per noi italiani, è una cosa seria, non scherziamo! Non è forse vero che ci riteniamo i massimi esperti in questione? Chi meglio di un italiano può disquisire con competenza di miscele e tostature? Peraltro, tale convincimento è ampiamente giustificato dalla diffusione ormai planetaria di alcuni nostri prodotti da bar come l’espresso e il cappuccino.

Pertanto, quando ci presentano un tazzone di bevanda scura fumante dal vago odore di orzo, è probabile che rimaniamo quantomeno spiazzati. E’ ciò che è successo a noi a Shangri-La, una fredda mattina di agosto. Il locale, di per sè, era graziosissimo, e solo per questo motivo consiglio comunque di visitarlo, almeno una volta. Era letteralmente tappezzato di scatole e flaconi di ogni tipo, dimensione e colore, con dentro tutte le versioni possibili del famoso caffè dello Yunnan. Era evidente che si trattava più che altro di una rivendita per turisti, cinesi sopratutto; tuttavia, in fondo, spiccavano due tavoli con relative sedie, e ciò è bastato per indurci ad entrare e ordinare un caffè dello Yunnan.

La preparazione di questa bevanda è forse l’unico elemento davvero interessante di tutta la faccenda. Il caffè infatti viene disposto in fondo ad un imbuto di carta forata, all’interno del quale si versa lentamente dell’acqua bollente. Il caffè sembra sciogliersi, o comunque emulsionarsi, lasciando colare un liquido marrone dall’aroma poco pronunciato, in verità, ma all’apparenza allettante. Il risultato è un caffè molto chiaro la cui fragranza assomiglia a quella dell’orzo appena tostato. Il sapore è meno deciso di un caffè americano ma molto più aromatico di un Kopi Luwak (il che è tutto dire!).

Non è stata l’esperienza più coinvolgente della mia vita. Il caffè si è lasciato bere, certo, ma non ha lasciato ricordi indelebili. E’ probabile che la differenza tra un caffè italiano e tutti gli altri stia nel modo in cui vengono tostati i chicchi di caffè. Da noi sono quasi bruciati, per tirar fuori il massimo dell’aroma possibile; nelle altre parti del mondo, al contrario, la tostatura si limita spesso ad una semplice ripassata su un calderone ardente. Forse sta tutto qui il divario di sapore che solo noi italiani, in fin dei conti, siamo in grado di avvertire…

 

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