Visita al “Piccolo Potala” di Shangri-La

La dimensione religiosa, a Shangri-La, domina su tutto. I grandi templi che sovrastano la piazza principale sono i luoghi più visitati in assoluto sia dai locali che dai turisti; stessa cosa per la grande torre-ruota della preghiera, di cui ho già parlato. Ma la grande attrazione della zona, distante appena qualche decina di chilometri, è il monastero di Songzalin, altrimenti chiamato il “Piccolo Potala” dello Yunnan. Basta guardare una delle innumerevoli immagini che lo ritraggono, a Shangri-La, per capirne il perché.

Non c’è albergo, bettola, stamberga di Shangri-La che non organizzi una visita al Piccolo Potala. Si potrebbe pensare che sia l’unico luogo che vale la pena vedere nel raggio di 200 chilometri. L’assillo inizia fin dal primo momento che si mette piede in hotel. Subito l’addetto alla ricezione, in un inglese zoppicante, comincia a magnificare le bellezze naturali, storiche e architettoniche di questo posto che, come è descritto, sembra quasi la casa degli dei. Anche chi non avesse la minima intenzione di vederlo, prima o poi, è costretto a cedere. Il servizio si acquista quindi in albergo e comprende il trasferimento in auto privata, andata e ritorno, fino al piazzale dal quale inizia la lunga ascesa al monastero.

Uno scorcio interno del monastero di Songzalin

Ovviamente, tralasciare questo luogo così famoso non era affatto nei nostri piani. Fin dall’organizzazione del viaggio avevo messo in conto che un giorno lo avrei dedicato senz’altro a Songzalin. Un po’ perché sollecitato da quanto raccontavano le guide di viaggio. Molto per un banale calcolo opportunistico: nell’impossibilità quasi certa di non poter mai ammirare l’originale, quello che si trova a Lhasa, in Tibet, mi sarei accontentato volentieri di un suo succedaneo, anche in versione ridotta.

La visita al Piccolo Potala si è svolta in una giornata che, miracolosamente, ci ha regalato qualche bel momento di sole e luce intensa. Il cielo si è aperto, dopo due giorni di pioggia quasi incessante, e siamo stati in grado di affrontare l’avventura senza temere di dover ricorrere alla cerata o agli ombrelli ogni 5 minuti. In Agosto, come detto più volte, il rischio è questo…

Il punto di partenza è un grande piazzale, molto affollato, su cui sorgono due edifici moderni e dall’inconfondibile stile tibetano. Uno ospita la biglietteria (si paga il biglietto di ingresso, infatti, ma non ricordo più quanto costa). La fila non è particolarmente lunga, devo dire, e in pochi minuti si riesce ad avere in mano il proprio pass per il monastero. L’edificio prospicente ospita invece una specie di museo/supermarket, dove è possibile, indifferentemente, osservare oggetti e suppellettili antiche e moderne, e quest’ultime si possono acquistare.

La porta d’ingresso al villaggio e al monastero

Attraversato quest’ultimo palazzo inizia una lunga via che conduce alla porta principale del villaggio. Qui bisogna mostrare il biglietto agli addetti e prepararsi ad una estenuante (anche per l’altitudine) salita. Oltre questo varco, infatti, una stretta strada si arrampica lungo la collina, attraversando un centro abitato che da solo vale il prezzo del biglietto. In questo luogo, infatti, vive e lavora davvero la gente del posto; non si tratta quindi dell’ennesimo baraccone in stile sino-disneyano che è fin troppo facile trovare – purtroppo – altrove in Cina.

La ripida scalinata che conduce al monastero

Alla fine della strada ecco l’ultimo “strappo”, come si direbbe nel ciclismo: una impressionante rampa di scalini di pietra che lascia facilmente prevedere quale calvario ci aspetti. La scalinata, infatti, oltre ad essere gremita di gente che soffre, sbuffa, rifiata penosamente, appare molto più ripida di quanto sembri dai primi gradini. Le zone di sosta, che coincidono con gli incroci della rete viaria cittadina, sono poche e assolutamente insufficienti ad ospitare il gran numero di persone che le occupano, in cerca di un luogo piano ove rifiatare. L’ultima rampa è la più penosa e coincide con il luogo più affollato in assoluto: molte persone arrivano qui letteralmente senza fiato; alcune addirittura si accasciano a terra, sfinite; altre si appoggiano ai muri delle case e iniziano a usare le bombolette di ossigeno.

Insomma, come tutti i luoghi religiosi, anche questo pretende il suo contributo di sacrificio e sofferenza. E quando finalmente si sfocia nell’ampia terrazza che fa da base ai quattro grandi edifici che compongono il monastero, la gioia e la soddisfazione sono tali da indurre a pensare al miracolo. Questa benigna disposizione d’animo rende più leggero ogni passo, più semplice ogni respiro; la testa sembra improvvisamente svuotarsi di ogni pensiero e una tenue forma di felicità ci pervade da capo a piedi. Per i devoti si tratta senz’altro dell’effetto benefico che il luogo sacro trasmette; per noi laici è più prosaicamente la rarefazione dell’aria…

Gli edifici principali di Songzaling sono quelli che si affacciano direttamente sulla piazzetta. Sono degli esempi maestosi e piuttosto impressionanti di una architettura sacra che – con poche trascurabili varianti – è comune a tutti templi buddisti di tipo tibetano. Le forme massicce, le finestre decorate, i tetti a leggero spiovente e l’uso di colori vivaci sulle pareti sono elementi che si trovano dalla Cina all’India, passando dal Tibet e dal Nepal. A pensarci bene, si tratta di aspetti comuni a paesi anche molto distanti uno dall’altro. Ciò contribuisce a rafforzare l’idea che la cultura tibetana sia molto più di una semplice tradizione etnica locale – come qualcuno insiste a sostenere…

Uno degli edifici laterali del monastero

La visita non prevede un percorso obbligato. L’unica accortezza è quella di procedere sempre in senso orario, come raccomandato dai precetti buddisti. Per il resto si ha la massima libertà di scorazzare da un edificio all’altro, di entrare e uscire dalle cucine, di fermarsi a bivaccare sui gradini per consumare una bevanda o l’immancabile yogurt di yak.

Ogni costruzione è caratterizzata da una forma a parallelepipedo con una scalinata che conduce al suo ingresso. Lateralmente, si intravede spesso un ponte sospeso di legno che unisce l’edificio al suo vicino. L’interno è magnificamente decorato, disseminato ovunque di paraventi e statue sacre, ma non è possibile fare fotografie o riprese video. Una proibizione che non scoraggia né credenti né quantomeno non credenti, i quali, provvisti dell’immancabile telefonino, possono fare scatti come questo:

L’interno di uno degli edifici utilizzati per la preghiera dei monaci

In un momento in cui sono riuscito ad eludere la ferrea sorveglianza degli addetti alla sicurezza, ho compiuto un rapido giro con il cellulare acceso ed ho scattato, senza mirare, alcune foto dell’interno. Molti, come me, facevano lo stesso, e non erano turisti stranieri ma cinesi.

Dalle terrazze poste sulla sommità del monastero è possibile ammirare il panorama circostante. In basso, proprio accanto al villaggio, si nota un piccolo lago letteralmente invaso da giunchi e canne palustri. Solo in alcuni punti è possibile scorgere la superficie dell’acqua, e uno di questi è presso la sponda più vicina, dove scorazzano beate e indisturbate alcune specie di anatre e papere locali. Il laghetto – ovviamente anch’esso sacro – è circondato da imponenti colline boscose su cui troneggiano, in lontananza, alcuni tipici templi tibetani, caratterizzati dai lunghi fili di bandierine colorate appese a raggiera attorno a essi.

Un tempio con le bandierine di preghiera intorno

La passeggiata attorno al lago è l’ultimo sforzo richiesto prima di abbandonare definitivamente il monastero. La compiono tutti, grandi e piccoli, un po’ per sgranchire le gambe, dopo la lunga ascesa e discesa, un po’ per rispondere probabilmente ad un precetto religioso. Il sentiero è facile e praticabile, se non fosse per la presenza di alcune vacche le quali, invece di pascolare ai lati di esso, preferiscono camminarci sopra e – cosa più disgustosa – sganciarci i loro escrementi. In alcuni tratti il passaggio è reso estremamente difficoltoso proprio per la necessità di trovare alcuni gli spazi del terreno sgombri da sterco vario dove mettere i piedi…

Il laghetto di Songzalin visto dal sentiero che lo costeggia

A parte quest’ultimo inconveniente, il giro del laghetto è una passeggiata gradevole e traboccante di luoghi da cui si possono ammirare magnifici panorami del Piccolo Potala in tutte le sue angolazioni. Per i più coraggiosi, o comunque per chi non ne ha avuto ancora abbastanza di sbuffare come un mantice, c’è anche da arrampicarsi su per le colline e raggiungere i vari templi di cui si è detto. Una impresa tuttavia che ben pochi sono disposti ad affrontare, a giudicare dalla mortificante solitudine che contraddistingue questi edifici. Evidentemente la fede da sola non basta…

 

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