Il tempio del dente di Buddha, il luogo simbolo di Kandy

Mettiamola così: il tempio del sacro dente di Buddha sta ai buddisti come il Vaticano sta ai cattolici. Niente di più, niente di meno. Questo per ribadire – semmai ce ne fosse bisogno – l’importanza del luogo. Di conseguenza, venire a Kandy senza visitare questo articolato complesso religioso, sarebbe come andare a Roma e rifiutarsi di vedere San Pietro.

Detto questo, ho il dovere di raccontare la mia esperienza all’interno di questo complesso edificio avvenuta, come altrove già detto, durante l’Esala Perahera, la festa buddista più importante in Sri Lanka. Di conseguenza, la visita si è svolta in uno dei giorni di massimo afflusso al tempio, quando una folla immensa di fedeli e pellegrini si introduce al suo interno per portare un’offerta e pregare qualche secondo davanti alla sacra reliquia. Insomma, il momento meno adatto per andarci, in fin dei conti. Ma che vuoi fare, eravamo in ballo e dovevamo ballare…

La folla che stazione nel parco del Tempio

L’ingresso al tempio si trova alla fine di un grande parco recintato. Il suo lato sud confina con la strada attraverso la quale, in serata, avverrà la processione degli elefanti sacri. Per questo motivo è colma di persone che presidiano ferocemente il posto appena conquistato. Il resto del giardino è praticamente un dormitorio a cielo aperto: la gente si ripara dal sole sotto i grandi alberi e occupa ogni centimetro libero all’ombra. Molti dormono malgrado la confusione; altri mangiano; i più si dedicano a faccende più familiari o alle chiacchiere, senza mai tuttavia lasciare incustodita la zona privilegiata in cui stazionano.

Tutti gli altri, i pellegrini e i fedeli, vestiti rigorosamente di bianco, si incamminano lungo il viale che conduce all’ingresso del tempio. Portano offerte votive: in genere mazzi di fiori, elegantemente combinati tra loro, che poi verranno depositati davanti a qualche altare all’interno del luogo sacro. Da qui in poi, ovvero una volta varcati i cancelli del recinto, è obbligatorio coprirsi gambe e spalle. Quindi è bene portarsi dietro un pareo da avvolgere sui fianchi. Chi non lo fa viene immediatamente redarguito dai numerosi poliziotti presenti.

L’edificio principale del Tempio del Dente

Il Tempio del Dente è una costruzione che ha subito parecchie disgrazie nella sua lunga vita. Incendi, crolli, distruzioni in serie. E una autobomba, nel 1998, piazzata dalle Tigri Tamil che ha casuato 20 morti e il crollo della facciata. Ciò che vediamo oggi è solo l’ultima versione di esso, una specie di fortino con tanto di fossato e con un torrione ottagonale sormontato da un tetto rosso a punta. Un elegante muretto traforato di calce bianca lo circonda da tutti i lati. In fondo, a ridosso del tempio, incombe la magnificenza della foresta (ma si tratta in verità di un parco pubblico).

La gente si ammassa davanti ad un portone che introduce ad un vialetto che scavalca il fossato e penetra nell’edificio. Non rimane altro che mettersi in fila, quindi, ma non prima di aver effettuato una operazione vitale: levarsi le scarpe. Esiste un servizio di custodia, ovviamente a pagamento, ma il consiglio che posso dare è quello di tenersi ben strette le proprie scarpe e nasconderle nello zainetto. Non perché possano essere rubate, no davvero. La ragione è più pratica: ci vuole molto tempo per consegnarle, anche un’ora, per cui è meglio tagliare i tempi e iniziare a fare la fila. Una volta infilate nello zainetto, nessuno vi dirà nulla, ma occhio a chiuderlo ermeticamente: nessuna parte delle calzature deve restare visibile in un luogo sacro buddista. E questo consiglio vale anche per i tempi induisti, come vedremo.

Una delle scalinate esterne del Tempio

Da qui in avanti inizia la lenta, defaticante, snervante processione lungo gli stretti corridoi che si inerpicano lungo le pareti dell’edificio esterno. Attraverso cunicoli, scalinate strette, corridoi bui e volte bassissime, si giunge alla fine all’interno del tempio vero e proprio. Una camminata che può durare anche un paio di ore! Si tratta di una sfida con se stesso e l’umanità tutta, lo posso assicurare. L’andatura è estremamente lenta e la folla sembra aumentare man mano che si va avanti. Nondimento, ciò che stupisce è l’estrema dignità e compostezza dei pellegrini, che rispettano il proprio posto in fila e sfoderano quel sorriso leggiadro e rassicurante che possiedono solo le persone di fede – e che noi agnostici non potremo mai avere.

Il momento critico per eccellenza è quando bisogna affrontare l’ennesima scalinata. La fila sbanda vistosamente, costretta a piegarsi a 90 gradi, si stringe e s’assottiglia. L’effetto imbuto è opprimente, accrescendo nei non credenti la percezione di essere in trappola, di non arrivare mai a destinazione, di poter morire da un momento all’altro per mancanza d’aria, e altre esagerazioni del genere… Ovviamente non accade nulla di tutto questo. Semplicemente l’andatura subisce un ulteriore rallentamento, aumenta temporaneamente l’intimità con i propri vicini, e tutto ciò che resta da fare è aspettare pazientemente di arrivare a destinazione. Nel frattempo, sei così stipato, stretto, compresso con la gente che ti circonda che non riesci neppure a vedere dove metti i piedi.

D’altronde ciò in cui siamo immersi, i devoti, l’ambiente, gli odori, le immagini sacre, l’atmosfera, vale da solo il biglietto che si è pagato all’ingresso, garantito! Quindi bando alle insofferenze o ai tardivi ripensamenti: ciò a cui stai partecipando in prima persona, che ti coinvolge così totalmente, che ti trascina nel gorgo di una delle passioni umane più antiche e inesplicabili, la fede, è forse l’esperienza più intensa che si possa fare in tutta la vita. E non conta quanti spintoni prendi, quante volte ti acciaccano un piede, o quando ritieni (a ragione) di non essere più padrone del tuo corpo, tanto è sballottato e strattonato… Vivere un momento del genere è impagabile.

Le ultime 8 zanne di elefanti cingalesi rimaste…

Tornando alla processione, la prima fermata obbligata è in prossimità di un ampio cortile interno, al centro del quale troneggia una imponente costruzione il cui ingresso è adornato da 8 enormi zanne di elefante. Evidentemente le ultime appartenute a questa specie, visto che quasi tutti gli elefanti di Sri Lanka ne sono privi. E’ una sosta che fa bene al fisico e ci consente un breve attimo di relax. Possiamo così concentrarci maggiormante sulla straordinaria bellezza del tempio, costruito in legno e pietra e adornato megnificamente di paraventi e intarsi colorati. Molti pellegrini s’inginocchiano davanti ad esso e pregano; i turisti ne approfittano per fare qualche foto e prendere fiato.

L’ultima rampa conduce ad un piano che custodisce, al suo centro, il famoso Dente sacro del Buddha. Un canino, ho saputo dopo. In sostanza ciò che si intravede è un lungo corridoio sul quale si affaccia, a sinistra, una specie di tabernacolo ricoperto d’oro. La folla si riversa in questo condotto come una corrente in piena ed esattamente come un liquido denso inizia a mulinare nei pressi della nicchia. Grumi di persone si affollano davanti ad essa provando a fermarsi quell’attimo necessario per proferire una preghiera. Per alcuni di loro potrebbe essere l’ultima occasione, nella vita, per trovarsi a tu per tu con il sacro Dente; per molti arrivare fin lassù, trafelati e sudati, è costato molto in termini di tempo e denaro. Hanno dato tutto, insomma, per quell’unico fugace momento di devozione intima…

La folla che sfila davanti alla nicchia del Dente

Ma davanti all’idolo non ci sono considerazioni che tengano, non c’è pietà o empatia. Il tempo è e deve essere uguale per tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, bisognosi o meno… La massa di teste e mani giunte in continuo movimento garantisce da sola il corretto fluire della fila, spingendo impietosamente via chi indugia troppo. Per quei pochi che resistono qualche secondo in più, ecco che intervengono immediatamente i poliziotti con modi francamente fin troppo energici. E così il momento tanto atteso, programmato con cura un intero anno, costato spesso un occhio della testa, dura appena il tempo di dire “amen” e scorre ineluttabilmente via.

In alcuni pellegrini ho colto l’espressione della delusione, lo scoramento, a volte la disperazione per non essere riusciti a portare a termine la missione. Molti si accasciano ai lati del corridoio, seduti per terra, ma non per stanchezza. E’ come se volessere prolungare la permanenza in quel luogo sacro, restando in contatto con la sacra reliquia il più a lungo possibile. Ma anche per loro non c’è scampo, e i sorveglianti e i poliziotti prima o poi li fanno sloggiare con una ferocia impressionante.

Per noi turisti è come immergersi in un ambiente senza gravità e punti cardinali. Una volta entrati nel camerone il flusso della corrente umana si impadronisce dei nostri corpi, ci avvolge, ci avvince, ci trascina in direzione dell’uscita senza che noi riusciamo minimamente a resistere. La nicchia del Dente ci scorre accanto per un attimo: ecco la statua del Buddha, quella stessa che viene caricata sull’elefante più imponente ogni sera dell’Esala Perahera, ma pensare di fermarsi e fare una foto è impensabile. E anche per noi subentra quella vaga, stizzita delusione di chi ha avuto una opportunità e non è riuscito a sfruttarla.

L’unico modo dignitoso per ingoiare il rospo è quello di imboccare quella porta in fondo e guadagnare l’uscita dal Tempio. Tutto, dopo, ritorna ad essere normale. L’atmosfera mistica e frenetica di pochi minuti prima si dissolve e, complice anche la ritrovata libertà di movimento, si torna con i piedi per terra. E’ finita. L’empatia è finita, i sentimenti di partecipazione evaporati, lo stupore svanito nel nulla. Si torna sulla terra degli uomini, lontano da qualsiasi dio o suo profeta, alle prese con i problemi quotidiani: dove si trova il bagno più vicino, cosa mangiamo adesso, dove andiamo stasera…

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