L’hot pot più famoso di Pechino

Una delle esperienze più curiose, divertenti ed esaltanti  a Pechino è mangiare lo Hou Guo in uno dei locali che lo preparano proprio davanti ai tuoi occhi. O meglio, non preparano proprio tutta la pietanza; quella, come ho già spiegato in questo articolo, viene semplicemente predisposta sul tavolo a uso e consumo del cliente. La specialità dei camerieri è invece quella di esibirsi in una performance, a metà strada tra il balletto e la prestidigitazione, che ha lo scopo di trasformare un minuscolo panetto di farina di riso nei vermicelli che poi affogheranno nel brodo del nostro hot pot.

Non so se gli abitanti di Pechino e i pochi stranieri che ci vanno siano attratti più dallo spettacolino che dalla qualità del cibo. Bisogna dire però che da questo punto di vista i cinesi ci sanno davvero fare. Non è raro, infatti, davanti ai locali più affollati, assistere a delle esibizioni di abilità che a volte sfiorano addirittura la più spericolata acrobazia.

E’ il caso per esempio dei “lanciatori di pizza” di uno dei locali più gettonati di Wangfujing. Quattro o cinque giovani camerieri, anche ragazze, si esibiscono in uno spettacololo acrobatico in cui le pizze appena impastate vengono lanciate, fatte roteare, tirate da un cameriere all’altro, passate sotto gambe e ascelle, per il più grande divertimento dei passanti. I loro movimenti sono elegantemente sincronizzati, armoniosi, disinvolti, a ritmo di una scatenata musica tecno diffusa da un impianto stereo portatile.

Al termine dell’esibizione il gruppo si scioglie velocemente e dà il cambio ad un altra gang di ragazzi – vestiti anch’essi da camerieri – che riprendono da dove i primi si erano interrotti. Delle forme di pizze utilizzate per il balletto non se ne sa più nulla. Si spera ovviamente che non vengano riciclate su qualche piatto all’interno del locale… Anche per questo, malgrado l’aspetto invitante del ristorante e delle pizze, abbiamo deciso di passare oltre.

Il locale in cui servono l’huo guo di cui parlo in questo articolo si trova poco distante. E’ il famosissimo HaoDiLao Hot Pot, una catena di ristoranti dedicati esclusivamente alla declinazione, in ogni forma e sapore, di questo famosissimo piatto cinese (e non solo). Il posto in cui Guido ci ha condotto è un enorme edificio a più piani ciascuno dei quali è occupato da un singolo, vastissimo ristorante con parecchie sale. In una di queste, non ricordo ovviamente quale, affollata all’inverosimile, ci siamo infilati io Paola e Guido. Senza curarci del personale di sala, che ci chiedeva un po’ di pazienza, evidenziando una notevole faccia tosta, siamo andati a sceglierci un tavolo vicino alla vetrata, assicurandoci anche una vista invidiabile.

La prima stranezza è che ti invitano a indossare una specie di grembiule da macellaio, con tanto di pettorina. E’ una precauzione necessaria, scopriamo presto, perché il piatto che stiamo per affrontare è tristemente famoso per gli schizzi e l’estrema viscidità di alcuni ingredienti. La seconda curiosità, più tecnologica, è che la scelta del cibo avviene attraverso la consultazione di una applicazione su tablet. Appare un menu molto fitto e articolato – corredato da ottime foto – da cui bisogna scegliere il tipo di carne, le verdure, le uova, i vermicelli oltre che, naturalmente, quanto piccante dev’essere il brodo.

Operazione non facile, lo assicuro, visto che la varietà e quantità di elementi da visionare è enorme. Persino Guido, ben più esperto di noi di queste diavolerie tecnologiche, ad un certo punto si è confuso, dandomi l’impressione di cliccare un po’ a casaccio. Le leccornie, d’altronde, erano troppe e troppo invitanti per non indurci a provarle tutte. Il timore che avessimo esagerato è stato ben presto convalidato dal numero di portate che il cameriere, dopo appena pochi minuti, ha iniziato a disporre sulla tavola. Ritengo che la foto di questo post lo testimoni abbastanza chiaramente.

Mancava l’ingrediente principale, ovvero i vermicelli di riso. Non appena la bacinella centrale ha iniziato a bollire, ecco che si è presentato un cameriere, secco e agile come un grillo, con un vassoio contenente alcuni panetti di farina di riso impastata. Senza darci neppure il tempo di capire cosa stesse succedendo, ha preso a lavorare un panetto stendendolo, tirandolo, strizzandolo, allungandolo… il tutto a ritmo di disco-dance!

Man mano che il prodotto si trasformava, aumentando in lunghezza e restringendosi in spessore, le mosse del cameriere diventavano sempre più acrobatiche e spericolate. Dato che oramai l’impasto aveva superato il metro e mezzo e non era più possibile stirarlo ulteriormente, almeno con le proprie braccia, non restava che lanciarlo in aria. In questo modo l’impasto cotinuava progressivamente ad allungarsi e ridursi, ma evidentemente non era ancora abbastanza…

Alla fine, ecco il colpo di scena finale, accompagnato dappertutto in sala da urla isteriche e applausi: il cameriere si allontana dal tavolo e dà inizio ad un pericolosissimo lancio in orizzontale dell’impasto. Obiettivo dichiarato? Gli avventori stessi, che si scansano e sobbalzano in preda alla più viva inquietudine, poichè ogni lancio arriva quasi a sfiorarli, sanza mai centrarli. E’ un momento piuttosto emozionante, lo ammetto, dopo il quale, con la massima disinvoltura, il cameriere riduce in strisce finissime l’oggetto della sua manipolazione e lo getta nel brodo bollente al centro di ogni tavolo.

E qui subentra un lieve sconcerto. Dopo quel lungo maneggiamento ci si chiede se sia poi così salubre mettere in bocca quei vermicelli. E’ un dubbio che non si ha neppure il tempo di approfondire, perché la cottura dei vermicelli di riso, si sa, è praticamente istantanea, e lo stesso cameriere, se rimasto in zona, provvede a riempire ogni ciotola. Non si ha praticamente scelta: o si mangiano o tutta la cena va a farsi benedire.

E quindi non resta che dedicarsi all’attività tutto sommato più divertente: cuocere le pietanze nel brodo bollente. Arte in cui i cinesi sono dei maestri, noi turisti un po’ meno. Ogni alimento, infatti, va a confondersi con quelli gettati da tutti gli altri commensali, e quindi diventa arduo capire cosa è mio e cosa è tuo. Inoltre, ci sono ingredienti che sono davvero difficili da recuperare con le bacchette. I funghi, per esempio, ma anche le palline bianche di incerta natura che galleggiano nel brodo. Ogni volta è un’impresa afferrare queste pietanze viscide e scivolose: si prendono e un attimo dopo ci scappano via, sprofondando nel brodo bollente e perdendosi nella massa informe di cibo.

Mia moglie, a furia di fallire le prese, ad un certo punto ha preferito mangiare la verdura cruda, afferrandola direttamente con le mani! Cosa che ha sollevato ben più di un sopracciglio cinese, ma nessun altra reazione di un certo rilievo. Evidentemente gli autoctoni sono talmente abituati alle nostre inefficienze da prendere le nostre goffaggini con la giusta tolleranza e filosofia; quella in fondo per cui sono così famosi nel mondo.

 

 

 

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