Lo stupa di Mingun, monumento incompiuto alla follia umana

Lo stupa di Mingun è una escursione che qualsiasi tour operator locale inserisce sempre durante il soggiorno a Mandalay. Si tratta di una gita che si svolge in gran parte in battello, percorre controcorrente il fiume Irawaddy e approda sulla riva opposta, presso una zona a metà tra archeologica e religiosa. Qui sorge un monumento che rappresenta il classico esempio di cosa può concepire l’intelletto umano quando è fuorviato dalla superstizione religiosa.

Ecco come si è svolta la nostra escursione. La mattina presto siamo scesi al fiume e abbiamo aspettato il momento buono per imbarcarci. Il battello però era già pronto: era l’ultimo di una serie di numerose imbarcazioni, tutte simili, ormeggiate uno accanto all’altra. Per raggiungerlo abbiamo dovuto attraversare tutte le barche che ci separavano da esso, a volte arrampicandoci, a volte scendendo, superando ambienti che puzzavano di sentina o di cibo cucinato. Devo dire che i marinai di quelle bagnarole non sembravano molto contenti di vederci, essendo occupati nella sacra attività del riposo dopo una notte passata presumibilmente a pesca.

i battelli che conducono allo stupa di Mingun
I battelli che traghettano verso Mingun

Il battello che ci è toccato era abbastanza grande da ospitare almeno 12-14 persone, ma era stato noleggiato solo per noi due! Ci stavamo larghi e comodi, è vero, però che spreco! A quanto abbiamo constatato, tuttavia, sembrava una consuetudine consolidata: tutti i battelli noleggiati ospitavano solo una coppia di turisti ciascuno…

Dopo due ore scarse di navigazione sui placidissimi flutti dell’Irawaddy siamo arrivati a Mingun. Che non è una cittadina, come pensavo io, ma una variegata area archeologico-sacra con nel mezzo un enorme monumento alla follia umana. Si tratta di una costruzione massiccia, in mattoni rossi, in varie parti segnata dall’azione dei terremoti, che si erge poco distante dal fiume in posizione isolata. E’ la Mingun Pahtodawgyi, una pagoda incompiuta che, nelle intenzioni dei costruttori dell’epoca, sarebbe dovuta diventare il più grande monastero con stupa della Birmania e probabilmente del mondo intero.

Il modello in calce dello stupa di Mingun
Il modello in calce dello stupa di Mingun, come sarebbe dovuto essere

Ne dà vivida testimonianza un modello in calce bianca collocato poco distante in un angolo del giardino. Osservandolo attentamente, in effetti, anche un profano con nessunissima cognizione architettonica o ingegneristica si accorgerebbe che c’è qualcosa che non va. La cupola a pannocchia (stupa) è esageratamente alta rispetto alla base destinata a sorreggerla. Incuranti del difetto strutturale, gli architetti del XVIII secolo andarono avanti cercando di correggere le imperfezioni, di rattoppare qualche crepa, di allargare la base di appoggio, ecc.. Ovviamente senza successo. In sostanza, la sproporzione via via sempre più evidente tra ciò che si doveva costruire e ciò che stava sorgendo sancì la fine dell’opera. Il progetto era sbagliato, punto e basta, e non si poteva fare altro che lasciare tutto com’era e come lo vediamo adesso.

Una leggenda locale, tuttavia, rivela che lo stupa di Mingun non fu completato a causa di un astrologo che sosteneva che, una volta terminato il tempio, il re sarebbe morto. Ogni versione, a questo punto, può contenere una stilla di verità…

Quel che resta dello stupa di Mingun è un enorme parallelepipedo di mattoni, rozzo e informe, la cui unica attrattiva è una scalinata che lo percorre lateralmente e raggiunge la cima. Con molte riserve, abbiamo accettato di salire: il problema era il sole che in quel momento della giornata picchiava forte; senza dimenticare i mattoni e il cemento degli scalini arroventati. Sì, perché la Mingun Pahtodawgyi, pur essendo incompiuta e abbandonata, è pur sempre un monumento sacro: va percorsa rigorosamente a piedi nudi.

La vetta dello stupa di Mingun
La vetta dello stupa con relativo panorama

La tortura è iniziata con il primo passo. Abbiamo compiuto la salita saltellando per le scottature ai piedi, con frequenti soste all’ombra per lenire il dolore e tratti percorsi quasi di corsa per evitare il contatto prolungato con le superfice rovente. I locali, invece, sembravano proprio non risentire del calore: andavano su spediti e allegri, ridevano addiritura delle nostre pene da profani occidentali. Il tutto poi per vedere solo un bel panorama e nient’altro. La discesa è stata ancora più dolorosa perché questa volta, per davvero, abbiamo rischiato ustioni di III grado ai piedi…

Un altra attrazione di Mingun è la sua gigantesca campana di bronzo, risalente all’inizio dell’Ottocento. Costruita dallo stesso re a cui era stata dedicata la pagoda, è attualmente la campana più grande del mondo, con le sue 90 tonnellate di peso e 6 metri e mezzo di altezza. L’occupazione principale dei visitatori, a quanto pare, è di introdursi all’interno di essa e osservare le varie scritte incise sulla superfice.

Taxi a trazione bovina nei pressi dello stupa di Mingun
Taxi trainati da buoi

Tornando verso la riva ho notato che i trasporti locali erano assicurati da un inconsueto mezzo di trasporto: il taxi a trazione bovina. Non penso ci sia bisogno di ulteriori parole per descrivere ciò che ho visto, basta la fotografia qui sopra.

 

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