La processione dei monaci a Mandalay, tra spettacolo e devozione

Il momento cloux della visita al monastero Mahagandayon, quello che centinaia di turisti attendono come la manna dal cielo, è la processione dei monaci. Si tratta di un rito pubblico che si ripete ogni giorno, sempre alla stessa ora, e che coinvolge i monaci – grandi, piccoli, uomini e donne – e gli abitanti del circondario.

La processione in questione rappresenta quindi il momento più importante della religiosità birmana. I monaci chiedono l’elemosina e ottengono quanto loro serve per sostentarsi nel corso della giornata; i civili compiono l’atto più meritorio previsto dalla loro religione e si guadagnano, probabilmente, qualche vantaggio in vista delle prossime reincarnazioni.

Tutto questo avviene, come detto, ogni giorno, più o meno in tarda mattinata, all’interno del monastero. I monaci si dispongono in fila rispettando un criterio di anzianità: davanti i religiosi più avanti negli anni e di rango elevato, poi a seguire tutti gli altri, fino ai bambini più piccoli. Le monache stanno ancora dietro, relegate agli ultimi posti. A quanto pare neppure una religione tollerante come il Buddismo è riuscita a modificare il rapporto di sostanziale sudditanza della donna rispetto all’uomo, così evidente nella società birmana.

I monaci che si dirigono verso la zona offerte

La lunga linea di tuniche rosse inizia a muoversi lentamente verso la zona in cui gli abitanti dei villaggi vicini hanno allestito un punto di smistamento delle offerte.  Ogni religioso porta con sé un pentolone scuro, una specie di gavetta di metallo e un piccolo asciugamano. Nient’altro. Il pentolone è destinato a fagocitare le offerte di cibo caldo; il resto si conserva tra le pieghe della tunica o è tenuto in mano.

Il momento dell’offerta di riso

Il rito dell’offerta è appannaggio sopratutto delle donne. Che fin dalla mattina presto convergono nei punti destinati all’incontro e cucinano sul posto tutti gli alimenti che poi verranno consegnati ai religiosi. Ma non si limitano solo al cibo. In effetti, i monaci ricevono le cose più disparate, a cominciare dal sapone, in pezzi o in buste colorate, considerato a quanto pare un dono prezioso e bene accetto. Ma anche le patatine e gli snacks salati sono graditi, sopratutto dai più piccoli. Nessuno però si arrischia a iniziare a mangiare mentre è in cammino. Il pasto verrà consumato soltanto in un grande salone più in avanti, alla fine della processione, come racconterò in un prossimo post.

Nella felpata confusione che si crea, i turisti sono gli unici che sembrano avere la massima libertà di muoversi a proprio piacimento tra gli autoctoni e i monaci. Quest’ultimi non ci fanno quasi caso, tollerano tutto il trambusto che i turisti creano con la pazienza che sono un religioso può avere. Per loro non conta nulla, è qualcosa di effimero, non degno di attenzione; o forse è meglio così, almeno anche loro hanno qualcosa da osservare, di diverso, rispetto al solito tran tran quotidiano…

La verità è che questo rito si è trasformato, in tempi recenti, in uno spettacolo ad uso e consumo dei turisti. Il sospetto è che sia messo in scena, ogni giorno, per accontentare chi vuole venire in contatto con una esistenza semplice, rigorosa, priva di sovrastrutture consumistiche… Un mito che ogni occidentale conserva, più o meno coscientemente, nel proprio intimo. E allora cosa c’è di meglio di una processione, così pittoresca e severa allo stesso tempo, per soddisfare la nostra sete di spiritualità? Almeno per qualche oretta?

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