Diventare monaco in Myanmar: quando gli esami non finiscono mai…

Quasi tutte le famiglie birmane sognano un futuro da monaco per almeno uno dei propri figli. Avere un figlio votato ad una “carriera” religiosa è un modo efficace di assicurare a lui un futuro al riparo dalle difficoltà della vita, a se stessi la certezza di avere una bocca in meno da sfamare. Diventare monaco in Myanmar, tuttavia, non è uno scherzo. Vivere al riparo da incertezze, fame, persecuzioni, fatiche comporta un prezzo piuttosto salato da pagare.

D’altronde, si sa, il buddismo in Myanmar è ben più di una religione. Rappresenta l’istituzione per eccellenza, l’organizzazione pubblica più radicale, capillare e tentacolare del paese. Solo le forze armate birmane possono vantare la stessa diffusione. Il buddismo è insomma una entità che attraversa trasversalmente tutte le classi sociali senza alcuna distinzione. E riesce in qualche modo a tenerle unite, incollate, bloccate in uno status quo che in fin dei conti le paralizza tutte, un eterno medioevo che neppure la modernità e il progresso riescono a scalfire.

Diventare monaco in Myanmar può quindi rappresentare, per un giovane senza né arte né parte, il colpo della vita. Ma la strada per raggiungere l’obiettivo è  disseminata di ostacoli, esami, lunghi periodi di attesa. Un monaco birmano deve affrontare un interminabile tirocinio prima di poter finalmente entrare a far parte della casta. E quindi, in qualche modo, iniziare una “carriera” che potrebbe condurlo alle più alte vette dell’istituzione.

Come ho gia raccontato in questo articolo, all’inizio di tutto c’è da fare la gavetta. Che consiste in una specie di scuola dell’obbligo a tempo pieno all’interno di speciali monasteri. I ragazzi, che entrano da adolescenti, sono educati secondo i precetti del buddismo e ricevono pertanto una sia pure sommaria istruzione generale. E’ già qualcosa, in un paese in cui la scuola pubblica è praticamente assente, e molti ragazzi ottengono così il massimo possibile a costo zero. Certo, le famiglie si faranno in quattro per servire il monastero, cucinando, offrendo elemosine, fornendo servizi che i monaci non possono (o non devono) svolgere. Ma il compenso a quanto pare è ben più alto di qualche sacrificio personale.

I ragazzi, una volta compiuto un periodo minimo di soggiorno nel monastero, ad un certo punto si trovano davanti alla scelta se continuare a fare il monaco “a tempo pieno” o abbandonare la tunica e tornare nel mondo secolare. Molti, ovviamente, attratti da migliori prospettive o costretti dalle esigenze familiari, ritornano ai campi, gli opifici, i negozi a cui erano comunque destinati. Altri – e non si tratta di pochi elementi – decidono di restare, diventare a tutti gli effetti dei monaci buddisti. E’ il momento chiave della loro vita. Si tratta infatti di un passo che raramente prevede un ripensamento.

L’ammissione in monastero prevede un esame. Ma non è un esame qualsiasi. Si tratta della prova più impegnativa e rischiosa che i giovani aspiranti monaco devono sostenere in tutta la loro vita. Gli aspiranti religiosi si preparano per mesi e mesi a questo colloquio, dal momento che rappresenta l’ultimo – e più impervio – ostacolo all’ammissione nel monastero “a tempo indeterminato”. Ma è il soggetto dello studio che lascia perplessi. Non si tratta di studiare argomenti su cui discutere o argomentare, come succede da noi. Qui bisogna impararsi a memoria un intero libro di precetti religiosi in lingua sanscrito e recitarli non solo perfettamente, senza titubanze o errori, ma nel giusto tono di voce! Se racconto tutto questo è perché ho avuto la fortuna di assistere ad una giornata di esami collettivi. Ed ecco come è andata.

Una zona predisposta per ospitare gli esaminandi e le loro famiglie
Una zona predisposta per ospitare gli esaminandi e le loro famiglie

Nel corso della mia visita dei dintorni del lago Inle, mi sono imbattuto, un giorno, in una grandiosa cerimonia che coinvolgeva un grosso villaggio. Si trattava a tutti gli effetti di una solenne manifestazione religiosa e commerciale allo stesso tempo, come spesso se ne vedono in estremo Oriente. Da una parte, mercati di ogni genere sorgevano in ogni angolo della cittadina; dall’altra, la presenza di innumerevoli monaci e monache di ogni età rivelava che stava accadendo qualcosa di importante a carattere religioso.

La nostra guida Sonny ci ha condotti verso una zona in cui sorgevano alcune lunghe tettoie, coperte da baldacchini in tessuto bianco. Al ripare di queste stazionavano degli uomini di tutte le età, seduti per terra, che indossavano una specie di turbante bianco. Più avanti, nei pressi dell’entrata ad un grande edificio di pietra, si erano raccolti alcuni giovani monaci rasati e vestiti della caratteristica tunica rosso intenso. Sembravano ripassare la lezione, borbottando tra sé e sé qualcosa di incomprensibile e in tono volutamente sommesso. La concentrazione era al massimo, era evidente, perché quasi tutti dedicavano i pochi scampoli di tempo che restava a ripetere di continuo litanie senza fine e – occasionalmente – a dare una ultima sbirciatina al piccolo libro che ciascuno di essi portava con sé.

Sonny ci ha spiegato che tutti quegli uomini erano i parenti dei giovani monaci. Ammucchiati sotto le tettoie, in un unico posto, perché così prevedeva la tradizione e la scaramanzia. Le donne non erano ammesse, a quanto pare. Le avrei trovate più tardi, presso le grandi cucine del tempio, indaffarate a preparare il pranzo finale della giornata.

Alla mia richiesta di poter assistere alla cerimonia degli esami, Sonny non ha battuto ciglio e mi ha concesso di entrare nella sala principale di un altrimenti anonimo tempio cittadino. Levate le scarpe e assicuratomi di dare il meno possibile nell’occhio, sono entrato, unico occidentale, nel luogo sacro. Qui, tra innumerevoli colonne la cui sommità era (come al solito) dorata, erano distribuiti a distanze regolari una miriade di bassi tavolini coperti da una tovaglia bianca, circondati da 4 cuscini rossi. Da una parte del tavolo era accucciato un monaco adulto, a volte molto anziano; di fronte aveva il giovane esaminando, accucciato anch’esso, impegnato nella recitazione di qualche precetto. A volte, ma non sempre, qualche altro monaco si disponeva accanto al giovane, forse nella veste di tutore o di accompagnatore.

Un momento dell'esame
Un momento dell’esame

Questa scena si ripeteva in ogni angolo della sala. Quando un ragazzo terminava, l’anziano gli faceva un cenno e lui si inchinava; poi andava via e il suo posto veniva preso immediamente dal prossimo candidato. In fondo, su una pedana rialzata, sotto un baldacchino argentato, troneggiava il probabile capo del monastero, circondato da quattro o cinque monaci, anch’essi anziani, tutti impegnati a controllare che ogni operazione si svolgesse nel modo giusto e senza troppi intoppi.

L’atmosfera era molto suggestiva, lo ammetto, ma non la definirei particolarmente mistica. Sembrava più pervasa da un fervore impiegatizio, quel rumore sommesso e continuo che si può ascoltare nei corridoi dei ministeri o degli uffici molto affollati. Sembrava che la primaria preoccupazione di tutti, esaminatori ed esaminandi, fosse quella di fare presto, di sbrigare la formalità nel minor tempo possibile. Lo si deduceva sopratutto dalle espressioni dei monaci impegnati nella valutazione: erano tutte spaventosamente annoiate, a volte perfino vitree, assenti. Spesso ho pensato che questi individui non ascoltassero neppure ciò che dall’altra parte del tavolino veniva recitato a pappagallo.

La catena di montaggio dell’esame è durata almeno una mezza giornata piena. E alla fine non ho capito nemmeno chi lo avesse superato e chi no. Non ho colto scene di giubilo o di rassegnazione. Tutto si è svolto senza alcuna manifestazione emotiva, in una atmosfera atona e dimessa, in perfetto stile buddista. Ma fuori, tra i parenti dei ragazzi, l’inquietudine dell’attesa si avvertiva eccome!

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