La nouvelle cuisine giapponese

La foto mostra i resti di una tutt’altro che lauta cena consumata a Osaka, in tarda ora, per disperazione, perché malgrado il girovagare non avevamo trovato di meglio. Quello che si vede è esattamente ciò che ci hanno portato per la bellezza di circa 50 euro. Una piastra bollente con 6 filetti di carne bruciacchiata, una scodellina di noodles e una ciotolina di salsa di soia. Nient’altro.

Quel giorno, se ricordo bene, siamo tornati dai nostri giri piuttosto tardi. Come spesso accade nelle città del Giappone, i locali per gente normale, ristoranti e bettole comprese, chiudono presto. Ci siamo trovati quindi di fronte ad una scelta dolorosa: o mangiare a Dotonbori, il quartiere di “Black Rain”, ricco di luci, gente e locali, ma caratterizzato da una confusione terrorizzante; oppure andare a cercare qualcosa di più tipico, per rompere con i soliti ramen o tempure assortite. Abbiamo naturalmente deciso per la seconda strada e ci siamo incamminati per le vie che da Dotombori si diramano verso l’interno, allontanandoci dal canale.

Cercare un locale la sera a Osaka

Abbiamo incontrato molti locali tradizionali, alcuni generalisti, per quanto riguarda le specialità giapponesi, altri tipicamente mono alimento. Tutti però erano caratterizzati da prezzi alti e orari di chiusura proibitivi. Pensando giustamente che una città come Osaka non poteva limitarsi a quel tipo di offerta, abbiamo continuato a cercare, addentrandoci nelle vie più laterali e nascoste, affidandoci spesso al nostro naso, perché in certi vicoli l’odore del cibo era davvero preponderante. Tuttavia, ogni volta che ci trovavamo davanti a un locale, o le specialità erano scritte in giapponese (e spesso anche i prezzi in numeri giapponesi), o l’orario di chiusura era prossimo; oppure una rapida occhiata all’interno ci scoraggiava subito, perché il lusso che intravedevamo ci induceva a pensare che la cena non sarebbe stata a buon mercato.

Nel frattempo passavano le ore, e la fame, stimolata dagli effluvi provenienti un po’ dappertutto, cresceva a dismisura. Alla fine abbiamo preso la decisione più ovvia: aspettare di trovare qualcosa di meglio non sarebbe stato saggio. Dovevamo provare il ristorante con le scritte e i prezzi in giapponese, rischiare, insomma, sperando di non trovarci nei piatti palle di maiale o lingue di animali ormai estinti…

Il posto in cui siamo scesi (perché collocato sotto il livello della strada, come molti locali in Giappone) a prima vista ci è apparso come un antro fumoso e buio che ingoiava noi e i nostri poveri averi. Appena giunti al piano sottostante, la prima cosa che ci ha colpito è stata la cucina a vista sulla sinistra, dove una miriade di cuochi e sguatteri lavoravano freneticamente ai fornelli e alle pietanze. Tutti si sono girati per salutarci, alla maniera giapponese, e subito dopo si sono rituffati nelle loro faccende. Sulla parte destra, invece, è apparsa una grande stanza da pranzo con un tavolone enorme, affollato di avventori occidentali, alle prese con tutta evidenza con le ultime portate di una cena che doveva essere iniziata almeno 3 ore prima.

Scegliere un piatto da un menu tradizionale giapponese

La signorina che ci ha accolto all’ingresso, dopo innumerevoli inchini in serie, ci ha indirizzato verso una terza zona, più tranquilla, caratterizzata da un corridoio ai lati del quale si aprivano dei privè sopraelevati e protetti da tendoni; ogni privè aveva un tavolo basso, quattro cuscini ai lati, stampe e litografie giapponesi ai muri. Noi abbiamo preso possesso di un ambiente piuttosto confortevole, con un tavolo non troppo basso per le mie gambe anchilosate e cuscini davvero soffici e comodi. Di fronte avevamo una coppia di non più giovani amanti che mangiavano in silenzio e ogni tanto si scambiavano baci furtivi e tenere carezze.

Neppure il tempo di guardarci intorno ed ecco che arrivano due cameriere che si accovacciano accanto a noi e cominciano a sciorinare in perfetto giapponese tutte le pietanze che erano in grado di offrirci. Naturalmente non abbiamo capito niente, quindi a gesti abbiamo fatto intendere che volevamo vedere un menu, e loro, ridendo divertite (e non capivamo davvero perché) ce lo hanno subito portato.

Questo menu, tipico di quelle zone, non è altro che una serie di tavole di plastica agganciate una all’altra, piene di simboli giapponesi, disposti con eleganza dall’alto verso il basso, e immagini di piatti fotografati magnificamente. Sfogliandolo, ci siamo resi conto di essere finiti in un locale la cui cucina aveva qualche ambizione particolare, risultando a prima vista esageratamente raffinata, quasi una sorta di nouvelle cuisine giapponese, di cui i proprietari e le cameriere sembravano giustamente orgogliosi. Ogni immagine che sfilava sotto i nostri occhi era commentata dalle due ragazze con sorrisi e smorfie significative, quasi a farci intendere che ogni piatto fosse il non plus ultra della bontà culinaria in circolazione.

Noi, esterrefatti e piuttosto avviliti, ci siamo affidati a un criterio dimensionale; avevamo fame, quindi abbiamo pensato che se dovevamo spendere un patrimonio, almeno avremmo preso qualcosa di sostanzioso. Facendo affidamento sulle fotografie, abbiamo scelto i piatti che ci sembravano i più ricchi e grandi. Errore fatale! Ci hanno portato piatti francamente minuscoli, quasi degli assaggini… e così abbiamo compreso perché i tavoli di tutti gli avventori attorno a noi erano pieni di piattini, scodelline, vaschette, ecc.. Non volendo peggiorare una situazione già ampiamente compromessa, ci siamo accontentati del magro pasto e in pochi minuti lo abbiamo sbranato fino alle briciole, come si capisce abbastanza chiaramente dalla foto; non mi sono neppure vergognato di ingurgitare perfino i vegetali decorativi, quelli che in genere vengono lasciati là dove sono stati posti perché indigesti o poco saporiti…

Il pagamento, avvenuto rigorosamente in contanti, mi ha dato il colpo di grazia e spezzato definitivamente le gambe, tanto che all’uscita, omaggiati come al solito da tutto il personale e lo sguatterame, ho provato una pesantezza sconosciuta fino ad allora, e quei 15 scalini mi sono sembrati la salita sull’Alpe Huez.

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