Una notte a Kandy, in pieno Esala Perahera

Puntuali come orologi svizzeri, il giorno venerdì 24 agosto, ore 18 circa, siamo entrati finalmente a Kandy, la capitale culturale dello Sri Lanka. Senza dubbio la meta più importante di tutta la nostra vacanza. Avevamo costruito l’itinerario con accuratezza certosina al solo scopo di raggiungere Kandy proprio in corrispondenza dell’Esala Perahera,  come racconto qui. Ogni trasferimento, ogni coincidenza, ogni tappa era stata programmata per darci modo di assistere ad uno degli eventi più grandiosi e controversi della religiosità cingalese. Un evento raro, difficile da incrociare, visto che ogni anno cambia le date in cui si tiene.

Le aspettative, si sa, possono rivelarsi corrette o sbagliate. Nel primo caso ripagano ampiamente di tutti i sacrifici per realizzarle; nel secondo, purtroppo, possono gettarti nello sconforto e nella depressione. Per noi, la prima notte a Kandy è stata una via di mezzo tra le due situazioni. Al nostro primo impatto con la festa buddista, abbiamo vissuto tutte le sfumature delle sensazioni umane: dall’eccitazione al disappunto, dal divertimento allo scoramento, dalla curiosità alla noia mortale… Ecco come è andata.

Siamo arrivati a Kandy appena in tempo prima che chiudessero le vie del centro per la grande festa serale. Il nostro albergo era situato sulle colline prospicenti il piccolo lago che rappresenta, in qualche modo, il centro della cittadina. Un luogo perfetto, da molti punti di vista, per soggiornare in questa caotica località cingalese, ma piuttosto distante dall’azione. Per raggiungere il laghetto, infatti, bisognava percorrere una lunga e tortuosa stradina in discesa, peraltro scarsamente illuminata, o seguire la strada asfaltata che costeggiava la collina, molto più lunga  e trafficata. Tuttavia a noi, animati da quel sacro fuoco dell’entusiasmo che ci prende quando affrontiamo qualcosa di unico e irripetibile, sembravano ostacoli da poco, quasi insignificanti. L’unica nostra preoccupazione era quella di cambiarci, armarci di macchina fotografica e videocamera, e metterci subito in strada.

In realtà la nostra guida Antonio da tempo ci stava mettendo timidamente in guardia. Ci aveva accennato al fatto – non proprio trascurabile – che raggiungere la festa a quell’ora del pomeriggio era ormai una impresa impossibile. L’unico accesso alla sfilata infatti è una stradina, piuttosto stretta, che costeggia il lato ovest del lago. Qui si accalcano i ritardatari, quelli che per varie ragioni non hanno prenotato un posto decente o non hanno occupato fin dalla mattina i marciapiedi lungo la vie coinvolte dalla processione. Questo fiume di persone si imbottiglia inevitabilmente proprio dove la strada incrocia la via principale; man mano che si procede la folla si fa più fitta, più densa, muoversi attraverso di essa è una sfida sovrumana; in breve, anche per colpa delle numerose attività commerciali poste lungo il marciapiede, procedere oltre diventa una follia.

Non resta che fermarsi e cercare un luogo – il più elevato possibile – da dove almeno sbirciare, dare qualche occhiata fugace all’evento che si sta compiendo appena 100 metri più avanti. Cosa più facile a dirsi che a farsi. Tutti i presenti, turisti in primis, mostrano un accanita propensione a non mollare neppure un centimetro conquistato con fatica, pur di restare ancora agganciati  – almeno emotivamente – alla grande celebrazione collettiva. Sono loro, in definitiva, quelli che formano il muro invalicabile che è impossibile valicare. E quindi bisogna accontentarsi di restare al margine dello spettacolo, allungando collo e arti inferiori nel disperato tentativo di cogliere un attimo della festa. Ma è quasi del tutto inutile.

E’ facile capire che, dopo tutto quello che si è fatto per arrivare fin qui in tempo, le aspettative coltivate e accumulate nel corso dei giorni, le speranze, i sogni a occhi aperti, la situazione si presenta davvero sconfortante. Ci si ritrova insieme ad altra gente, per lo più sconosciuta, a presidiare un angolo di marciapiede o di strada come se fosse l’ultima roccaforte della civiltà, in mezzo ad una corrente continua e tumultuosa di gente che ti passa accanto, attraverso, spingendo e spintonando, senza il minimo riguardo né per te né per la tua delusione. E lontano si odono i tamburi, le litanie ipnotiche degli strumenti a fiato che precedono la famosa sfilata degli elefanti di Kandy che tu, malgrado sia ad un passo dalla scena – non vedrai mai… almeno dal vivo.

A meno di non piazzarsi sul parapetto in pietra bianca che divide il marciapiede dal laghetto. Un luogo che ho scoperto quasi per caso e ho trovato stranamente poco presidiato. Poi ho capito perché. Ad ogni modo, mi sono piazzato a ridosso del muretto, appoggiato con i gomiti sulla pietra e ho puntato la videocamera al di là del laghetto, sulla zona illuminata che si vede nell’immagine di questo articolo. Mi sono accorto che lo zoom ottico mi permetteva di riprendere la sfilata abbastanza chiaramente, a patto di tenere ferma la videocamera il più possibile. Ebbene sì, restando bloccati sui gomiti, quasi trattenendo il fiato, in una innaturale posizione reclinata in avanti, era possibile riprendere la sfilata anche se da molto lontano.

La sfilata come sono riuscito a vederla dal posto in cui mi trovavo

La mia soddisfazione è durata appena 30 secondi. Il tempo di venir centrato da un grumo di materiale oleoso e vischioso, estremamente puzzolente, proveniente dall’alto. In un attimo ho capito perché quasi nessuno mi teneva compagnia su quel muretto. Sopra di me, a centinaia, bivaccavano delle cornacchie, o merli, che indifferenti a tutto ciò che li circondava e malgrado la solennità della celebrazione, sganciavano di continuo i loro escrementi sui malcapitati di sotto. Nessuno restava esposto a quel bombardamento continuo per più di un minuto. Anche la coppia di spagnoli che mi stava accanto, che sembrava tenacemente aggrappata alla postazione, all’ennesimo centro si sono ritirati. Pertanto sono rimasto da solo, ma per me era più importante riprendere la sfilata che mettermi al riparo dagli uccellacci che mi sovrastavano.

Ne è valsa la pena. Almeno ho portato con me ricordi più dettagliati di un indefinito vociare lontano, di ombre appena accennate, di figure informi. Un viaggio compiuto proprio per essere lì in quel preciso instante non poteva andare in malora per colpa di quattro pennuti dispettosi!…

 

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