Il Budda ricoperto d’oro del Mahamuni Paya

Il luogo che più di altri testimonia l’enorme devozione religiosa dei birmani – e al contempo le vette di assurdità che essa può raggiungere – è senza dubbio il Mahamuni Paya a Mandalay. Un tempio dedicato al Budda che da secoli rappresenta uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Myanmar. Fin qui niente di strano; altri luoghi di culto sono altrettanto venerati e frequentati dai pellegrini. Ciò che differenzia abbastanza nettamente questo posto da tutti gli altri è l’usanza di rivestire d’oro la locale statua del Budda; e quando dico “rivestire” intendo proprio in senso letterale, non metaforico.

La pagoda in questione conserva al suo interno una celebre statua del Budda, ritratto nella posizione accovacciata con la mano destra rivolta verso terra. Questa immagine dovrebbe essere molto antica e le sue origini si perdono nel tempo e nelle leggende, anche se conserva qualche elemento che l’accosta all’arte khmer della Cambogia. Ad ogni modo, è una enorme statua di bronzo rivestita d’oro lucente che si mostra in tutto il suo splendore all’interno di una ampia nicchia del tempio (anch’essa ricoperta d’oro a profusione).

I fedeli intenti a coprire d’oro la statua

Da tempo immemore, questa struttura è soggetta ad una abitudine piuttosto singolare: i pellegrini la ricoprono di lamelle sottili d’oro, applicandole su di essa con l’ausilio di palette di legno e carta. Si dedicano a questa occupazione recitando di tanto in tanto delle preghiere o sostando di fronte all’effige per qualche minuto. La fila di gente in attesa del proprio turno è impressionante. Tutti vengono al tempio per adempiere allo stesso rito, vecchi e giovani, poveri e ricchi, uomini e donne.

Il risultato di tale preziosa devozione è che la statua del Budda, nel corso dei secoli, ha iniziato a perdere le sue forme originarie. Gli strati d’oro si accumulano l’uno sopra l’altro dando vita a corrugamenti, bitorzoli, rigonfiamenti della struttura che a lungo andare hanno nascosto in molti punti le forme originali dell’effige. La statua in sostanza sta letteralmente sparendo all’interno di un involucro d’oro sempre più informe e bernoccoluto. Restano fuori dalle attenzioni dei pellegrini solo le parti più alte e irrangiungibili: la testa, in primo luogo, e alcune zone delle spalle.

Il rito si compie in pochi minuti, è vero, ma inizia molto tempo prima. E’ naturale pensare che per potersi permettere una volta l’anno l’acquisto di un paio di lamine d’oro, seppur sottilissime e duttili come chewingum, sia necessario risparmiare pazientemente e a lungo. Dal momento che ho visto ripetersi spesso questa usanza (per esempio anche la Roccia d’Oro è ricoperta d’oro), mi sono chiesto quale livello di devozione bisogna possedere per sprecare le poche risorse a disposizione in questo tipo di attività economicamente sterile.

A mio modo di vedere si passa il limite del buon senso. Ho visto molta povertà – sia pur dignitosa – in Myanmar; ho constatato che laggiù il termine sussistenza è ancora diffuso, e parecchie persone lo rasentano a malapena. Eppure l’oro è dappertutto, ricopre pagode, statue, rilievi, effigi, perfino pietre… E non basta quello che c’è: moltitudini di persone fanno a gara per aggiungerne ulteriormente, fino al punto di sfigurare l’oggetto di tanta devozione!

Un altro curioso rito che si svolge al Mahamuni Paya è la toilette mattutina del Budda. Un monaco anziano, ad ogni sorgere del sole, si dedica al lavaggio di tutte le parti visibili del volto della statua. Prima spazzola faccia e denti, poi li asciuga con tessuti offerti dai fedeli. Questi asciugamani, alla fine della cerimonia, verranno restituiti ai legittimi proprietari che li conserveranno per sempre come vere e proprie reliquie. Per finire il maquillage, il monaco cosparge il volto di una pasta a base di legno di sandalo che poi provvede a rimuoverla, lasciando il volto profumato. Ci manca solo che gli faccia la barba…

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