Shangri-La, tra letteratura, mito e turismo di massa

La prima cosa da chiarire è che Shangri-La non esiste. Non è mai esistita. E’ l’invenzione letteraria di James Hilton, scrittore inglese del primo Novecento, ispirata a un luogo mitico della tradizione buddista-tibetana, il regno di Shambhala. L’opera del 1933 si intitolava “Orizzonte perduto” ed era il racconto di un viaggio ai confini del mondo, tra le più alte vette dell’Himalaya, dove un gruppo di illuminati reggeva una società da cui erano stati banditi tutti i vizi e le nefandezze del genere umano. In questo paradiso perduto gli abitanti dedicavano al proprio sostentamento solo lo stretto necessario, preferendo utilizzare il proprio tempo nello studio, nella meditazione, nell’elevazione spirituale e nella ricerca della perfezione.

“Orizzonte perduto” è forse il primo romanzo-utopia del mondo contemporaneo, concepito in un’epoca in cui si era appena usciti da una guerra disastrosa e si intravedevano i segnali di un’altra a breve. Una fuga dalla realtà, insomma, che ha affascinato quasi subito tutti i lettori occidentali. Un luogo del genere, semmai fosse esistito davvero, sarebbe stato il paradiso sulla terra. E molti, a lungo andare, hanno finito per credere che Shangri-La, da qualche parte nella lontana Asia, dovesse esistere davvero.

Da allora è iniziata la caccia al paradiso perduto. Migliaia di avventurieri prima, turisti dopo, si sono riversati tra India, Nepal, Tibet e Cina alla ricerca di un luogo che, stando alla descrizione di Hilton, presentava alcune caratteristiche geografiche e morfologiche molto particolari. Una montagna a punta, isolata dalle altre, troneggiava su una pianura, solcata da tre fiumi paralleli in cui, malgrando l’altitudine, abbondavano i campi coltivati.

Questa ricerca si è interrotta con l’ultima guerra e si è un po’ stemperata con il tempo, complice l’inaccessibilità della Cina al mondo esterno. Ma il mito perdurava ed è giunto fino a oggi praticamente inalterato. Con l’apertura delle frontiere e l’avvento del turismo di massa, un luogo come Shangri-La non poteva mancare nell’ampia offerta turistica cinese. Era un vuoto che bisognava assolutamente colmare. E Zhongdian, insignificante villaggio della prefettura di Deqin, aveva tutte le carte in regola per trasformarsi, come per incanto, nella mitica Shangri-La di James Hilton…

Ebbene, così è iniziata la seconda vita di questo luogo leggendario. Dopo aver vinto la concorrenza di un’altra mezza dozzina di località, sparse tra Tibet e Sichuan, che ne reclamavano la titolarità, Zhongdian si è trasformata in Shangri-La. Ciò è stato possibile grazie a un decreto governativo del 2001 che, di punto in bianco, le ha perfino cambiato nome sulla carta geografica. Adesso Shangri-La esisteva davvero, era stata ritrovata, bisognava solo aspettare che i turisti la venissero a visitare, possibilmente in massa. Ciò che è puntualmente avvenuto.

Oggi Shangri-La/Zhongdian è uno dei luoghi più visitati dello Yunnan occidentale. Gli alberghi e i ristoranti si sono moltiplicati, rendendo il soggiorno piacevole e confortevole, malgrado l’altitudine e il clima. Le attività, in città e nei dintorni, sono molteplici. Le vestigia della cultura tibetana, che qui è maggioranza, sono dappertutto e meritano una conoscenza più approfondita del solo giorno che le gite organizzate dedicano a questo luogo.

I turisti la invadono da ogni parte del mondo. Tuttavia, quando ci siamo andati noi, ho notato che la percentuale di visitatori stranieri era quasi insignificante rispetto ai turisti cinesi. Sono rimasto molto sopreso: essendo un mito occidentale, immaginavo di trovare frotte di turisti inglesi, americani, o comunque di origine anglosassone in città. Invece niente di tutto questo. La maggior parte dei turisti erano cinesi, asiatici, europei del sud (spagnoli e italiani su tutti). Evidentemente il mito si era definitivamente liberato dalla tutela del libro che lo aveva prodotto.

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