quartiere copto

L’antico quartiere copto del Cairo

Racchiuso all’interno della fortezza “di Babilonia”, il quartiere copto è di fatto il nucleo cittadino più antico del Cairo. E’ la vivida testimonianza di un periodo storico, i primi 4 secoli dopo Cristo, in cui l’Egitto divenne la vera capitale della nuova religione monoteista. Rimane l’ultimo baluardo della cristianità in Egitto, essendo sopravvissuto, praticamente indenne, all’ondata islamica del VII secolo. Ma non è un ghetto, tutt’altro. Si tratta di un vero e proprio monumento alla memoria di una città, il Cairo, che proprio da questo agglomerato iniziò ad espandersi e divenne la capitale dell’Egitto.

I copti sono una delle radici storiche da cui si dipana il rigoglioso e fin troppo ramificato albero del cristianesimo. Secondo la tradizione (o leggenda, a seconda dei punti di vista) derivano dalla predicazione di San Marco Evangelista, quello dei Vangeli, per intendersi, che giunse in Egitto nel I secolo d.C. e si stabilì ad Alessandria, la capitale egiziana del perido ellenistico-romano-bizantino. Il nome “copto”, a quanto pare, deriva dal modo in cui i greci chiamavano gli egiziani autoctoni: Aigyptioi, che dopo l’arrivo degli arabi è divenuto gipt e infine qibt.

E’ una religione che si potrebbe definire indipendente sia dalla chiesa di Roma che da quella ortodossa. Con entrambe, infatti, condivide molte dottrine – di cui non starò qui a dissertare perché assolutamente incomprensibili – alcune delle quali sono state elaborate all’alba del cristianesimo. Come per i cattolici romani, la chiesa copta è guidata da un Papa, il papa di Alessandria. L’attuale papa copto si chiama Teodoro ed è il 118esimo della lista.

La porta d'ingresso al quartiere copto del Cairo
La porta d’ingresso al quartiere copto del Cairo

Il quartiere copto del Cairo è facilmente raggiungibile con la metro scendendo alla stazione Mar Girgis. Da qui inizia un percorso, controllato da militari e camionette della polizia, che conduce ad una imponente porta romana. Siamo davanti a Babilonia, la fortezza romana di epoca tardo-imperiale che un tempo dominava questa riva del Nilo. E il primo impatto lascia senza fiato. Queste mura, infatti, sembrano appena costruite, tanto sono in ottimo stato di conservazione. Tale spettacolo consolida la consapevolezza di quanto i romani fossero in grado di costruire qualsiasi cosa in qualsiasi parte del mondo. Sfruttando ogni tipo di materiale a disposizione e riuscendo, comunque, a raggiungere uno standard di solidità e perfezione senza pari.

Una volta entrati ci si perde in un dedalo di vie dall’inconfondibile aspetto medievale. Si respira ancora un’atmosfera da cittadella fortificata, quasi sotto assedio, dove ogni elemento, anche il più minuto, è caratterizzato da inequivocabili simboli cristiani. Le croci, infatti, non si contano. I luoghi di culto, qui, si confondono armoniosamente in mezzo alle case. E i campanili delle oltre 45 chiese svettano un po’ dappertutto, visibili quanto basta ma non troppo alti, tali almeno da non offendere la sensibilità islamica locale.

Si tratta infatti di una antichissima legge islamica imposta a tutti i popoli cristiani dominati. Continuare a professare il loro credo liberamente in cambio della condizione che nessun campanile superasse in altezza il più minuto dei minareti. E niente scampanio di campane, ovviamente. All’interno del quartiere copto del Cairo ho notato infatti una miriade di campanili, alcuni con le loro brave campane di bronzo all’interno, ma tutti straordinariamente bassi rispetto allo standard delle chiese occidentali.

Un’altra caratteristiche delle chiese copte è che non possiedono un ingresso monumentale. Molte non hanno neppure un portone d’ingresso frontale. Anche questo è un retaggio del passato. Per entrare per esempio nel convento di San Giorgio (rappresentato nell’immagine di copertina di questo articolo) bisogna cercare una porticina laterale, appena visibile, che conduce alla chiesa interna, l’unica che sia permesso visitare. Tale scelta aveva una logica. Serviva in primo luogo a rendere più difficile l’individuazione dell’ingresso alla chiesa; in caso contrario, sarebbe stato più semplice murarlo in quattro e quattrotto e rendere così più arduo, da parte di invasori o persecutori, l’accesso al luogo sacro.

Il convento di S. Giorgio è un interessante esempio di chiesa medievale mediorientale. E’ gestito e abitato da qualche decina di suore, tutte oramai al di là degli anni. La chiesa interna, l’unico ambiente visitabile, è decorata in tipico stile orientale e ricorda una chiesa ortodossa greca. Un pannello dipinto con immagini sacre divide la parte pubblica dalla cappella vera e propria, dove sono custodite le relique del santo. Per accedervi bisogna togliersi le scarpe, e questa è una curiosa analogia con quanto avviene nelle moschee. L’interno non è tuttavia degno di nota, se si eccettua la rappresentazione di San Giorgio che uccide il drago, di dubbio valore artistico e piuttosto splatter per il luogo in cui è custodita.

Un vicolo ombroso del quartiere copto
Un vicolo ombroso del quartiere copto

Intorno al monastero l’atmosfera è rilassata e silenziosa. Sembra di trovarsi in un piccolo paese mediterraneo. Ma ciò che è molto diverso, direi peculiare, è la percezione di una spiritualità diffusa e più evidente che altrove. Il cristianesimo qui non è solo la religione della maggior parte degli abitanti. E’ il collante principale che ha tenuto uniti i copti per secoli, garantendo quel legame indissolubile che li identifica come comunità. E tutto questo è percepibile ovunque, passeggiando per le vie del quartiere copto, così strette, silenziose, pulite, poco trafficate.

 

 

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