Una visita in una banca giapponese

In Giappone, a meno di possedere un bancomat senza chip, nel 2014 non si poteva prelevare dai numerosissimi sportelli che si trovano dappertutto. E l’impossibilità di usare il proprio bancomat in qualsiasi banca giapponese era un fattore certamente penalizzante perché ti privava di una sicurezza fondamentale, soprattutto all’estero: quello di poter attingere liberamente al tuo conto.

Però è subito emerso un risvolto positivo. Tornare a varcare la soglia di una banca per potersi rifornire di valuta locale, come si faceva un tempo quando ti portavi appresso il contante. Una esperienza unica, divertente e per certi versi gratificante. Ciò che sto per raccontare non è frutto di esagerazioni o di un esercizio forzato di ironia: è la pura verità e penso che chi lo ha vissuto mi darà ragione.

La prima volta che ci siamo recati in una banca giapponese per scambiare denaro non avevamo la minima idea di cosa ci aspettasse. Siamo entrati un po’ timorosi, forse anche prevenuti, perché condizionati da ciò che normalmente succede in una banca italiana, dove l’atmosfera è quasi sempre asettica, poco familiare, fastidiosamente sbrigativa.

In Giappone è tutto il contrario. Appena varcata la soglia – per inciso, una normale porta scorrevole – ci è venuto incontro un impiegato, evidentemente preposto a questo compito, che con ampi gesti e ancor più ampi inchini ci ha condotto davanti al front desk del cambio. Nel corso della breve camminata, tutti gli impiegati della banca, dico tutti, ci hanno salutati cordialmente e hanno sfoggiato incoraggianti sorrisi a 32 denti. Stesso trattamento all’uscita: coro di saluti e (penso) ringraziamenti, e larghi sorrisi. Il tutto per 100 miseri euro!

Il procedimento di cambio, peraltro, mi è sembrato molto complicato e terribilmente pignolo. Dopo che ho messo sul piatto scorrevole i due pezzi da 50, l’impiegata se li è rigirati tra le mani osservandoli attentamente e tastandoli dolcemente, e questo per parecchi secondi. Quindi ha tirato fuori da sotto il bancone un enorme manuale con fogli plastificati, ciascuno dei quali aveva le foto a grandezza naturale delle nostre banconote; lì ha trovato i due pezzi da 50, li ha confrontati minuziosamente con quelli che aveva in mano e infine, soddisfatta del risultato, li ha messi in un cestino. Si è alzata, si è inchinata, si è recata da un altro impiegato, il quale ha cominciato a scrivere qualcosa su un modulo.

Finita questa procedura, l’impiegata ha preso il cestino, il manuale e il modulo ed è sparita dietro a una porta, da cui è riemersa qualche istante dopo sfoggiando il solito sorriso. E’ tornata (altro inchino), mi ha presentato le banconote giapponesi, le ha contate due volte, mi ha invitato a contarle io stesso e solo allora mi ha fatto firmare il modulo; quindi mi ha congedato (alzandosi e inchinandosi, naturalmente, questa volta accentuando l’angolo di inclinazione).

Questa operazione, a Hiroshima, ha conosciuto un intoppo inatteso, che poteva trasformarsi in un vero e proprio dramma personale. L’impiegata che mi ha fatto il cambio, infatti, si è sbagliata. Ha calcolato male il tasso di cambio, per cui alla fine risultava un cifra sensibilmente inferiore a quanto mi aspettavo. Io me ne sono accorto subito; prima che si alzasse per il consueto giretto tra le scrivanie, le ho fatto notare, rifacendo il calcolo con il cellulare, che la somma finale non era quella che lei aveva scritto.

La signorina ha cambiato colore, tanto che ho temuto che potesse avere una crisi di nervi; subito si è profusa in scuse e inchini a ripetizione, esibendo una serie di espressioni facciali che variavano dal costernato al dimesso fino al disperato; infine si è precipitata dai colleghi e mi ha fatto avere la cifra esatta più rapidamente del solito. Al momento del congedo, continuando a scusarsi, ha voluto che accettassi due regalini: una penna e un quadernetto con il logo della banca.

Uscendo tra i cori di saluto di tutti gli impiegati ho pensato: proprio come in Italia.

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