Guida di viaggio, perché acquistarla (anche se poi non viene consultata)

L’immagine che ho scelto per illustrare questo post rende l’idea di quanti soldi ho speso/sprecato per possedere una guida di viaggio. Nondimeno, posso assicurare che in varie occasioni, pur essendomi dotato della mia brava guida, una volta arrivato a destinazione l’ho praticamente dimenticata in valigia. In realtà ho sempre acquistato la guida di viaggio per motivi che solo in parte hanno qualcosa a che vedere con la contingente esigenza di consultazione. E adesso spiego quali sono.

Bisogna innanzitutto chiedersi cosa serve una guida così voluminosa se poi viene poco o niente utilizzata? Il principio di fondo è che la guida in forma di libro è da sempre una specie di coperta di Linus per me. Mi rassicura, mi infonde coraggio, mi stimola l’immaginazione; finché la tengo sotto mano, sempre a disposizione, e non la apro mai, allora mi sento a posto con me stesso. L’effetto coperta di Linus dura però poco. Con il tempo, quel libro così vicino e dai contenuti ancora misteriosi, comincia a emanare il suo richiamo delle sirene, mi invita ad aprirlo e a visionare le sue pagine, zeppe di meraviglie, informazioni, immagini, storie. In definitiva mi obbliga ad affrontare il passo successivo, a lungo rimandato, quello della effettiva organizzazione del viaggio. Momento che rappresenta, in definitiva, l’inizio vero e proprio del viaggio.

Ma perché, tra tutte le guide in commercio, acquisto sempre una guida Lonely Planet? Il motivo è presto detto. Pur riconoscendone i limiti (strafalcioni, pregiudizi, incoerenze…) ritengo che sia comunque la guida che più si avvicini ad un manuale di viaggio. Che poi è quello che serve a me. Ovvero un contenitore di notizie, dritte, curiosità, indicazioni pratiche da consultare al volo e su cui costruire un itinerario decente. Per questo la giudico quasi più utile prima del viaggio che durante. La trovo utile, in particolar modo, quando illustra i modi per raggiungere una località o percorrere un tragitto da un punto A a un punto B. In questo è insuperabile, anche se non sempre attendibile, perché in un attimo ti rende semplice ciò che, poco prima, sembrava quanto meno improbabile. Un percorso solo vagamente ipotizzato comincia a delinearsi, emerge dalle nebbie dell’indeterminatezza, si struttura in una serie di eventi, luoghi, mezzi di trasporto, attraversamenti, indicazioni stradali, diventa una sequenza logica di azioni, operazioni, spostamenti, pagamenti… E così anche il tragitto più problematico diventa fattibile, direi addirittura ridicolo.

Non sempre però mi fido ciecamente di ciò che leggo sulla Lonely Planet. Quando individuo un percorso, una località da visitare, una serie di spostamenti da compiere, quasi sempre mi affido alla verifica immediata su Internet, e in genere due sono i posti dove vado avidamente a cercare: turistipercaso.it e i forum di viaggi in lingua inglese. Il primo perché altri viaggiatori come noi postano le proprie esperienze e le arricchiscono di elementi pratici utilissimi, come prezzi, alberghi, nomi di guide, orari, ecc.. I secondi, senza fare torto a quelli in lingua italica, sono i migliori per avere notizie pratiche su particolari situazioni contingenti, come l’attraversamento di un confine o il modo di raggiungere un luogo sperduto nella foresta senza vendere un rene per pagare un autista privato. Sono in inglese perché la maggior parte dei turisti che scrivono su questi forum sono di origine anglosassone, in genere inglesi o australiani; sono tutti caratterizzati da una spiccata dedizione all’avventura e all’esplorazione e allo stesso tempo possiedono una dote impagabile: la parsimonia, elemento questo molto apprezzato da me e mia moglie.

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