In Chiapas esiste un luogo in grado di suscitare emozioni e meraviglia come nessun altro. Mi riferisco al Canyon del Sumidero, un luogo primitivo, ancestrale, selvaggio, in cui la natura dimostra quanto sia perfetta ogni sua creazione. Un luogo talmente isolato e preistorico da incutere un po’ di soggezione. Da un momento all’altro, infatti, ci si aspetta che sbuchi fuori un rettile alato del Giurassico o che dalle profondità del fiume emerga qualche mostro preistorico.
Il Canyon del Sumidero è un’enorme gola profonda che si estende per decine di chilometri, scavata nel corso di milioni di anni dalle acque del fiume Grijalva. Le sue pareti si innalzano in maniera vertiginosa, raggiungendo in alcuni punti altezze di quasi 1.000 metri. Non è quindi una sorpresa che sia considerata una meta imperdibile e che sia inserita in qualsiasi giro turistico che si rispetti. Si trova a pochi chilometri da Tuxla Gutierrez e quindi è facilmente raggiungibile anche con un taxi privato, per chi non volesse affidarsi a un’agenzia.

La visita si svolge generalmente in barca, seguendo un percorso di andata e ritorno che non dura più di 2 ore. Per chi non ne ha abbastanza, è possibile farsi portare presso alcuni belvedere posti alla sommità della gola (miradores) dove la vista panoramica è particolarmente suggestiva. In questo caso, tuttavia, occorre fare i conti con il tempo atmosferico: le pareti del Canyon sono così alte che spesso sono avvolte da una coltre di nubi fitta e fredda. Raggiungere uno dei punti panoramici in queste condizioni è del tutto inutile perché non si vede proprio nulla e si rischia un raffreddore.
L’escursione inizia da una delle cittadine più vicine al fiume Grijalva, Chiapa de Corzo, caratteristico pueblo messicano con belle chiese e mercati folkloristici. Si raggiunge un’ampia ansa del fiume dove ci attendono le barche a motore, le “lanchas”, come le chiamano qui, imbarcazioni dal fondo piatto dotate di motori molto potenti. Si paga il biglietto e ci si mette pazientemene in fila, aspettando il proprio turno per imbarcarsi. Le lanchas possono ospitare fino a 10 persone alla volta, sono quasi tutte sprovviste di tettoia e in certi tratti si producono in spericolate virate che sollevano ampi schizzi d’acqua. Quindi è fortemente consigliato un cappello e – possibilmente – una cerata leggera, che sarà utile anche in seguito, come racconterò fra poco.

La prima parte della gita si svolge in favore di corrente e a velocità moderata, per non dire nulla. Inoltrandosi nella parte più primordiale del Canyon, le barche procedono a passo d’uomo per permettere di ammirare le pareti scoscese, ricche di vegetazione, e le piccole spiaggette che ogni tanto appaiono tra le rocce. Lungo le sponde e tra la fitta vegetazione è facile avvistare coccodrilli che si crogiolano al sole, scimmie urlatrici e scimmie ragno che si dondolano tra gli alberi e una grande varietà di uccelli, tra cui aironi, cormorani e pellicani. Noi siamo stati più fortunati perché siamo riusciti a vedere, appollaiati su un ramo secco di un albero semi-sommerso, un paio di avoltoi neri, uccelli piuttosto rari in questa parte del paese.

Procedendo oltre il fiume si restringe e le pareti del Canyon sembrano chiudersi sopra di noi. In certi punti è persino difficile scorgerne la fine, per via dell’altezza e delle sopracitate nuvole, che iniziano a coprire gran parte del cielo soprastante. I suoni della foresta si attenuano per sparire del tutto. Adesso siamo in un budello stretto e tortuoso e non si ode altro che il fruscio del vento e il rumore soffocato del motore della barca.

In certe pareti, aguzzando lo sguardo, è possibile scorgere una fitta serie di stalattiti, quasi indistinguibili a occhio nudo. Io le ho notate grazie allo zoom della mia videocamera. Sono il risultato di centinaia di anni di continuo, incessante, impetuoso gocciolamento prodotto dalle pioggie che investono la sommità della gola. E dove la pioggia riesce a trovare una via più facile, ecco che forma spettacolari cascate di parecchie centinaia di metri di dislivello. Una di queste, la più celebre, è la cosiddetta “Árbol de Navidad” (Albero di Natale). Non è un albero vero e proprio, ovviamente, ma una enorme formazione calcarea creata dal deposito di minerali (principalmente carbonato di calcio) e sedimenti che, nel corso di migliaia di anni, l’acqua che filtra attraverso la roccia ha scolpito e colorato. La forma che ne risulta ricorda in modo sorprendente un abete decorato per Natale, da cui il nome.
E’ qui che sarebbe utile disporre di una cerata impermeabile. Sì, perché i piloti delle barche non possono fare a meno di far provare ai loro clienti l’emozione di passare sotto lo scroscio d’acqua prodotto dalla cascata. Si tratta in genere di un passaggio veloce, che solleva le urla di eccitazione dei presenti, ma che finisce per bagnarci tutti fino all’osso. Se il tempo è bello, niente di grave: nel giro di pochi minuti, grazie al sole e alla velocità della lancha, ci asciugheremo. Tutt’altra situazione se il tempo è nuvoloso o piove.
Alla fine del tragitto si sbuca in un punto in cui il fiume, improvvisamente, si allarga a dismisura. Le pareti scoscese del canyon si appiattiscono e si trascormano in colline boscose e campi coltivati. Siamo arrivati in prossimità della diga di Chicoasén (ovvero la Centrale Idroelettrica Manuel Moreno Torres), una delle più grandi dighe del Messico. La sua costruzione ha creato il bacino artificiale che si estende per l’ultima parte del canyon, formando un lago profondo e navigabile.
Il ritorno si svolge a velocità folle, ed è comprensibile il motivo: i piloti non vogliono perdere neppure un minuto per fare un nuovo giro con nuovi clienti.