In Chiapas per accedere a cascate, riserve naturali, cenote e persino alcuni siti archeologici è necessario pagare due volte il biglietto. Il primo – quello ufficiale – viene emesso dalle autorità governative federali o statali. Il secondo, solitamento richiesto presso un banchetto improvvisato in piena foresta, o davanti ad un blocco stradale con tanto di cancello a livello, viene riscosso pochi chilometri dopo da individui appartenenti a comunità indigene locali. Oppure dagli ultimi gruppi appartenenti ai collettivi di ispirazione zapatista.
L’immagine di questo post illustra un esempio della seconda tipologia di ticket. E’ l’obolo che abbiamo pagato ad un signore dall’aspetto arcigno e impenetrabile, che ci ha bloccato a poche centinaia di metri dalla cascata del Salto de l’Agua. La nostra guida ci ha spiegato che si trattava di una richiesta a cui non potevamo sottrarci, e noi abbiamo pagato senza fiatare. Poco dopo, però, ha manifestato una evidente contrarietà a questa abitudine che equivaleva – secondo la sua opinione – ad un pizzo ingiustificato e dannoso, in prospettiva, per il turismo.
La prima sensazione quindi è senza dubbio di fastidio. Pagare due volte per lo stesso servizio sembra un’imposizione esagerata. In realtà il doppio biglietto è la manifestazione di una complessa realtà storica, politica e sociale che è maturata nel corso degli anni e ha trovato, recentemente, un precario quanto stabile equilibrio.
Per capire i motivi per cui vengono imposti due pagamenti per ogni attrazione del Chiapas bisogna andare indietro nel tempo e tornare all’insurrezione zapatista del 1994 e alla successiva lotta per il riconoscimento dei diritti degli indigeni. Il doppio biglietto è il risultato più tangibile degli accordi finali tra governo e comunità locali. Molti dei siti naturali più famosi — come le cascate di Agua Azul, Misol-Ha, il Parque Ecoturístico El Arcotete o l’accesso ad alcune aree di Palenque — sorgono su terre comunali (“ejidos”). Le comunità indigene ritengono che la sovranità sul proprio territorio appartenga a chi lo abita e lo cura da secoli, non allo Stato federale di Città del Messico.

Il pagamento del biglietto comunitario è quindi un atto di affermazione del proprio diritto di autodeterminazione e di controllo della terra. E visto che i proventi del turismo raramente ritornano alle comunità locali ma vanno a gonfiare il bilancio federale, ecco che pretendere un piccolo obolo per le spese di transito, di gestione o di semplice controllo di un territorio diventa una esigenza improrogabile.
Il secondo biglietto, in pratica, costituisce una risorsa aggiuntiva che permette alle comunità locali di gestire strade, sentieri, passarelle di sicurezza e servizi igienici dei luoghi turistici coinvolti. Inoltre, i fondi ricavati vengono spesi per i servizi essenziali della comunità, non sempre garantiti dal governo statale o federale. Quindi aiutano a finanziare le scuole, gli ospedali autogestiti, le risorse idriche; senza dimenticare il sostentamento di chi lavora come guida, custode o nella manutenzione dei siti.
La proliferazione di luoghi di interesse turistico, tuttavia, ha creato recentemente molte spaccature all’interno delle comunità stesse, divisioni, fazioni locali in disputa – a volte anche violenta – per la gestione delle entrate turistiche. Ciò ha portato alla comparsa di ulteriori blocchi di pedaggio informali lungo le strade montane o le zone più remote. Insomma, in alcuni siti è possibile pagare anche tre o quattro volte per avere il permesso di accedervi.
Detto questo, come comportarsi? Noi abbiamo semplicemente fatto buon viso a cattivo gioco. Data l’esiguità del pagamento (che non va mai oltre i 20 pesos), possiamo considerarlo un contributo diretto al benessere della comunità indigena che si prende cura del sito che stiamo visitando. Per questo è bene avere a disposizione bancanote di piccolo taglio e soprattutto non sottilizzare troppo se il burbero guardiano indio non ti dà il resto…