Una giornata a Koh Nang Yuan, piccolo paradiso tropicale

C’è poco da fare: se ami il mare non ne hai mai abbastanza. Ed è quello che accade spesso a me e mia moglie quando siamo in vacanza, e per essere più precisi, quando ci troviamo in uno dei tanti paradisi tropicali di cui è ricca l’Asia. In passato abbiamo scelto apposta luoghi che potevano garantire alcune piacevoli giornate al mare, su spiagge dorate, all’ombra delle palme da cocco, di fronte ad un mare cristallino e caldo. Non più di qualche giorno, per carità, perché le vacanze sono brevi e i posti da vedere sempre troppi. Nondimeno, quei pochi giorni devono essere intensi, pieni, all’insegna di lunghe nuotate, snorkeling sfrenato e tanto ozio da spiaggia…

Ma come spesso succede, un posto, dopo un po’ e inevitabilmente, finisce per annoiare. Ed è quello che è capitato a noi, nel lontano 2006, a Koh Samui, quando abbiamo capito che i due giorni trascorsi sulla bella spiaggia di Lamai erano più di quanto potessimo sopportare. Dovevamo cambiare, scoprire posti nuovi. Dapprima ci siamo affidati ad uno scooter piuttosto sgangherato che ha fatto del suo meglio per portarci in zone dell’isola meno battute e sicuramente più piacevoli di Lamai o Chaweng. Tuttavia, erano spiagge come tutte le altre e alcune, purtroppo, non proprio allettanti in quanto a balneabilità o pulizia delle acque. Il tempo passava e fino a quel momento non avevamo mai visto neppure un pesce tropicale, se non di sfuggita presso i piloni di qualche molo. Troppo poco per giustificare il soggiorno su un’isola tropicale. Dovevamo fare qualcosa di diverso, ad ogni costo.

A dire il vero, l’alternativa l’avevamo sotto il naso fin da quando eravamo arrivati. C’era infatti una arrangiata agenzia di viaggi ed escursioni che sorgeva proprio accanto al nostro albergo; tra le tante offerte, prometteva gite spettacolari su isole da sogno, con spiagge coralline, foreste (quasi) vergini e acque incontaminate e ricche di fauna. Era una tentazione a cui cercavamo di resistere, dato il nostro ridottissimo budget di allora; sapevamo tuttavia che prima o poi avremmo ceduto. Cosa che è puntalmente avvenuta il terzo giorno di soggiorno, quando ci siamo risolti di sondare in che consistevano queste escursioni tanto decantate su deplian e manifesti.

La prima sorpresa (piacevole) è stata il prezzo: una gita di un giorno, compreso il pranzo e il noleggio di pinne e maschere, era offerta a 10 o 25 euro a persona, a seconda della destinazione scelta. Il tour operator proponeva parecchie alternative, tutte piuttosto allettanti. La più semplice, da realizzarsi con vari tipi di imbarcazione, ci avrebbe portato a Koh Phangan, ma non era collegata al Full Moon Party: per quello si utilizzava un altro pacchetto, comprensivo di andata e ritorno e secchiello di alcolici all’arrivo!.. Un’altra isola molto presente tra i deplian dell’agenzia era Koh Tean, a sud di Koh Samui, anch’essa al minimo della tariffa. Noi, chissà perché, ci siamo fatti convincere che l’escursione più idonea sarebbe stata quella all’isola di Koh Nang Yuan, ovvero un gruppetto di scogli a nord ovest di Koh Tao. Il prezzo era stranamente basso, data la distanza da Koh Samui, ma sul momento non ci siamo chiesti il perché.

La distanza tra le due isole non è eccessiva: appena 65 chilometri. Si parte in genere da due moli distinti, uno a nord (Pralarn Pier) e uno a ovest (Nathor Pier). Si utilizzano piccoli traghetti, molto lenti, che percorrono la distanza in circa 2 ore; in alternativa (ed è quello che abbiamo fatto noi) si prendono dei motoscafi da 10 persone al massimo, molto più rapidi ma sicuramente meno stabili. Il tempo di percorrenza, in questo caso, si riduce a circa 1 ora e mezza.

La traversata, all’andata, è stata tutt’altro che piacevole: il motoscavo andava ad una velocità folle e sobbalzava violentemente sulle onde, sballottando turisti ed equipaggio senza pietà. A volte l’impatto con l’acqua era talmente rude che sembrava di rimbalzare su una tavola di legno, e non sul placido mare del golfo del Siam. I nostri vicini erano sconcertati. Alcuni, le cui fattezze denotavano una probabile origine nordica, sembravano particolarmente preoccupati: avevano indossato il giubbotto di salvataggio (non obbligagorio all’epoca in Thailandia) e si aggrappavano tenacemente a qualsiasi cosa sembrasse stabile. Io ho utilizzato una strategia diversa: per evitare ulteriori danni alla mia povera schiena, mi sono recato a prua, vicino al capitano, e mi sono piazzato in piedi vicino al timone, ben agganciato a un corrimano di acciaio e con le gambe ben piantate, in modo da ammortizzare le vibrazioni e gli sbalzi. Una buona tecnica, ripeto, se non fosse che nel punto in cui mi trovavo la pensilina non mi proteggeva, e quindi ero in balia degli spruzzi prodotti dallo scafo ogni volta che sbatteva contro qualche onda…

Dopo circa un’ora e mezza di tale martirio, siamo arrivati presso un paio di isolotti congiunti da una lingua di sabbia. Un paesaggio idilliaco che ci ha fatto immediatamente dimenticare i disagi di poco prima. Il tempo era splendido, il mare di una limpidezza favolosa, le due isole sembravano una rappresentazione del paradiso in terra. In una baia ho perfino notato una massa nera che, sulle prime, ho attribuito ad alghe di posidonia strappate dalla mareggiata. Non erano alghe: era un fittissimo banco di piccoli pesci che stazionava in acque basse, al sicuro dai predatori.

Lo sbarco avviene direttamente in spiaggia per raggiungere una traballante passarella di legno che s’insinua tra alcuni enormi massi di granito. Una scenografia più azzeccata non potrebbe esserci. Qui è collocato un edificio presso cui bisogna pagare una tassa di ammissione di pochi baht. La passarella poi raggiunge la riva della prima isola, lato nord, quella in cui sono concentrate la maggior parte delle strutture turistiche. Per i più pigri, la gita potrebbe fermarsi qui. Poco distante, infatti, inizia la suggestiva lingua di sabbia, appena coperta da un velo d’acqua, che unisce l’isola al suo lembo meridionale. Qui si trovano un paio di spiagge attrezzate, con tanto di ombrelloni e sedie a sdraio. La caratteristica più curiosa della sabbia è che è completamente composta da corallo frantumato.

Per i più avventurosi c’è anche la possibilità di ammirare un panorama magnifico di tutto l’arcipelago. Si raggiunge sull’ultimo lembo dell’isola minore, dopo aver attraversato una lingua si sabbia che, a seconda della marea, può anche essere sommersa, ma solo di pochi centimetri. Giunti dall’altra parte, bisogna scegliere tra due percorsi alternativi: uno, a sinistra, è praticamente una camminata di salute che si limita a fare il periplo dell’isola. Il secondo, più impegnativo, è un sentiero che s’inerpica in salita all’interno di una fitta foresta per raggiungere la vetta della collina. Non è una impresa da poco, visto il caldo e l’umido di quelle latitudini, ma ne vale la pena. La vista migliore, a dire il vero, si ottiene solo arrampicandosi su enormi massi di granito che si innalzano sugli alberi sottostanti. E’ pericoloso, quindi non mi sento di incoraggiare tale iniziativa. Accontentiamoci di esserci arrivati…

I posti migliori dove fare snorkeling sono, paradossalmente, quelli vicini al molo di attracco. E’ proibito utilizzare le pinne per non danneggiare, data la poca profondità delle acque, i coralli sottostanti. Altra regola da rispettare: non cogliere i rametti di corallo morto che abbondano sulla spiaggia. E’ proibito tassativamente e le multe, se vieni colto sul fatto, sono molto salate. Il resto del litorale è a misura di turismo senza particolari pretese. Il mare è poco profondo, pulito, adatto a famiglie con bambini. In alcuni periodi dell’anno viene rilevata la presenza di meduse, adeguatamente descritte in molti pannelli informativi collocati sulle spiagge. Non sono pericolose, nondimeno occorre fare attenzione.

In quel lontano giugno del 2006 io e mia moglie trascorremmo la giornata spostandoci tra una spiaggia e l’altra alla ricerca delle aree migliori dove fare snorkeling. Il pomeriggio abbiamo tentato la scalata al belvedere descritto prima, ma ci siamo fermati a metà strada perché improvvisamente, come accade spesso ai tropici, il tempo è cambiato in peggio. Una coltre di nuvole sempre più compatte e scure ha iniziato ad avanzare verso di noi. Il vento umido che preannuncia la pioggia ci ha investiti in pieno, convincendoci che era arrivato il momento di tornare sui nostri passi. Sulla spiaggia, presso la passarella, abbiamo trovato gli altri compagni di viaggio, spaventati e intirizziti, in attesa che il nostro capitano si decidesse a farsi vivo. Il che è avvenuto solo quando ha iniziato a piovere, ovviamente.

Il ritorno è stato ancora più traumatico dell’andata perché il mare si era ingrossato e le onde avevano raggiunto dimensioni preoccupanti. Il motoscafo sembrava un guscio di noce in balia del mare e della pioggia, ma non per questo il nostro capitano ha mai tolto il “piede dall’acceleratore”. Evidentemente non vedeva l’ora di tirarsi fuori da quella bufera. A pensarci oggi, penso che abbiamo rischiato grosso. Le notizie di barche che affondano nei mari e nei fiumi tropicali sono all’ordine del giorno, e quasi sempre il disastro era ampiamente prevedibile e – di conseguenza – evitabile. Il nostro motoscafo, a onor del vero, non sembrava male in arnese e i due grossi motori Yamaha che lo spingevano hanno fatto il loro lavoro egregiamente per portarci a Koh Samui.

Dove siamo arrivati più morti che vivi, pieni di lividi e pestoni per via degli sballottamenti, ma felici di averla scampata.

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