La cittadella di Huè, situata a pochi chilometri da Da Nang, è una delle destinazioni più celebri e allo stesso tempo più trascurate del Vietnam. Cosa che, a mio modo di vedere è un peccato imperdonabile, perché si tratta di una delle poche testimonianze storiche del breve ma intenso passato imperiare del paese. Senza dimenticare che sembra una copia – se non proprio nelle dimensioni quanto nello spirito – della Città Proibita di Pechino.
Non è proprio la stessa cosa, intendiamoci, ma parliamo comunque di un sito Patrimonio UNESCO. Qualsiasi albergo di Hoi Han o Da Nang è in grado di organizzare una escursione di mezza giornata da e per Huè, a prezzi anche abbastanza contenuti. L’autista si occupa di tutto: porta i visitatori all’ingresso principale della fortezza e resta in zona finché la visita non si conclude. A richiesta può anche inserire nell’itinerario anche altri luoghi altrettanto interessanti, nelle vicinanze, come la Tomba di Khải Định, l’ultima e più sfarzosa tomba imperiale vietnamita.
Inizio della visita: le tra cittadelle interne
La cittadella di Huè sembra antica ma non lo è affatto. E’ stata la sede del potere della Dinastia Nguyễn (1802-1945), l’ultima famiglia imperiale vietnamita, che la occupò senza soluzione di continuità in uno dei momenti meno felici della storia locale, ovvero sotto il dominio coloniale francese. E’ stata progettata come una serie di fortezze concentriche, tre per la precisione, che riflettono l’ordine cosmologico e la gerarchia del potere. L’intero complesso si estende per oltre 5 km² ed è ispirato in parte al Feng Shui e alla Città Proibita di Pechino, ma non mancano evidenti influenze occidentali.

La visita inizia proprio dalla prima fortezza, quella più esterna, che comprende mura di mattoni alte circa 6 metri e spesse 2 metri, lunghe complessivamente 10 km, circondate da un largo fossato quasi ovunque invaso da ninfee. Per raggiungere l’entrata del complesso, la Porta Sud, occorre camminare costeggiando questo enorme muro perimetrale per parecchie centinaia di metri, nel caldo infernale di Huè. E non c’è verso di scampare alla tortura: gli autisti privati, per evitare il traffico degli autobus turistici (in genere vietnamiti), depositano i loro clienti in zone più tranquille, meno caotiche ma più distanti, dove trovano peraltro un posto all’ombra in cui bivaccare.

L’ingresso principale, comunque, è facilmente riconoscibile perché è la porta più grande e monumentale di tutto il complesso. E basta osservare l’enorme bandiera vietnamita che la sovrasta, visibile anche da parecchie centinaia di metri tutto intorno, per non sbagliarsi. Da qui, pagato il biglietto, si entra nel secondo anello della fortezza, il cuore amministrativo e cerimoniale del palazzo imperiale di Huè.

La porta interna è un primo assaggio di ciò che ci aspetta: un portale riccamente decorato introduce alla strada centrale, la più grande di 5 vie che conducono all’anello più interno. Era riservata all’Imperatore, solo lui e i suoi cari (concubine comprese) potevano percorrerla, mentre le altre vie adiacenti erano per i mandarini civili e per gli ufficiali. Da qui si raggiungono gli edifici di “rappresentanza”, quelli riservati alle cerimonie pubbliche: il Padiglione Ngũ Phụng, da dove l’Imperatore assisteva e presiedeva alle grandi cerimonie e parate; la Spianata dei grandi saluti, un enorme cortile pavimentato dove i mandarini si radunavano per rendergli omaggio durante le cerimonie ufficiali; la Sala del trono, con il tetto in tegole smaltate gialle e intarsi dorati, dove si tenevano le incoronazioni e gli incontri più importanti della corte.

Il Padiglione, peraltro, contiene un plastico molto ben realizzato che mostra come appariva (e appare ancora, in fin dei conti) il complesso all’apice del potere imperiale. Colpisce la perfetta armonia che caratterizza la progettazione di questo palazzo, in cui gli edifici si alternano a larghi spazi verdi, giardini, laghetti, boschetti. Sembra quasi la celebrazione di una filosofia di vita, più che di un potere dinastico, in cui ogni cosa deve essere al suo posto e in armonia con tutti gli altri elementi. Una impressione che verrà ben presto confermata una volta entrati nel vivo della visita.

Il Padiglione, con il suo plastico, è solo l’anticamera del complesso. Da qui in poi inizia il terzo e più interessante anello della cittadella, l’area più interna riservata esclusivamente all’Imperatore e ai suoi cari. Questa parte della cittadella si chiama la Città Purpurea Proibita: purpurea perché ovunque predomina il colore rosso, come si può vedere dalla foto sopra, relativa ad uno dei numerosi camminamenti coperti; proibita, per l’ovvia ragione che l’ingresso era proibito a chiunque non fosse l’Imperatore, la sua famiglia e le ancelle.

Qui insomma si svolgeva gran parte della vita politica del regno, per quanto era possibile, ovviamente, dato lo stato di subalternità dell’Imperatore ai colonizzatori francesi. Gran parte degli edifici in questa sezione furono distrutti durante la guerra del Vietnam (soprattutto durante l’Offensiva del Têt nel 1968), ma sono in corso importanti e meticolosi lavori di restauro che ne stanno lentamente riportando alla luce la magnificenza. All’epoca del mio viaggio gran parte del complesso era oramai in ottimo stato di conservazione e le aree precluse al pubblico erano ridotte a poche sezioni isolate.

In quella che dovrebbe essere la sala del trono (ma non ne sono sicuro) è possibile assistere a un rito piuttosto interessante. Molti turisti, in gran parte vietnamiti, si mettono in fila per potersi abbigliare da imperatore o da alti dignitari di corte, o perfino da ancelle e concubine. E’ una abitudine abbastanza diffusa in Oriente, specialmente quando si visitano siti storici di particolare rilevanza. L’ho verificato più volte in Cina e – recentemente – anche in Corea del Sud. I turisti, una volta agghindati per bene, si mettono in posa per la foto di rito, alla quale poi riserveranno forse uno spazio privilegiato su qualche mobile di casa.

Lasciato questo edificio inizia il lungo vagabondare senza meta all’interno della zona imperiale. Dico questo perché in effetti non c’è alcuna traccia di un percorso predefinito, obbligato, che conduca il turista verso le zone più interessanti seguendo una logica di qualche tipo. Niente di tutto questo. Non resta che andare a zonzo per spianate, cortili immensi, palazzi, corridoi di legno coperti, in balia del clima che, in agosto, può riservare spiacevoli sorprese come brevi acquazzoni e lunghe pause di intollerabile umidità. Molti turisti – in gran parte stranieri – saltano da un riparo all’altro, evitando di stare all’aperto per più di 5 minuti consecutivi. Tale è il caldo che affligge questa area del Vietnam in questa stagione…

I Giardini Imperiali
La Cittadella non è solo un complesso di mattoni e palazzi, ma anche un’oasi di tranquillità. La costruzione, come detto, è stata influenzata dai principi del Feng Shui, con una forte attenzione sull’armonia tra l’architettura e l’ambiente naturale. E poco più oltre se ne ha subito la prova. Appena oltre gli ultimi grandi edifici, ecco che ci si trova in un enorme e curatissimo parco. Siamo all’interno dei Giardini Imperiali, una vasta area caratterizzata da laghetti, ponti, padiglioni e giardini fioriti di una bellezza sconvolgente.
E ovunque si notano bonsai di ogni tipo, genere botanico e dimensione. Alcuni sorgono ai lati delle vie interne, collocati dentro grandi vasi di ceramica; altri si ergono in miracoloso equilibrio su piattaforme sopraelevate. Sono tutti curati all’eccesso, fino alla più piccola e insignificante fogliolina, e testimoniano una volta di più lo smisurato amore dei vietnamiti per questa forma di arte, come già raccontato in questo articolo.

Il giardino è uno spettacolo di per sè e induce molti turisti a fermarsi più a lungo di quanto sarebbe necessario. Un po’ per trovare qualche panchina comoda dove sedersi e riprendersi dalla fatica, un po’ perché il luogo lo merita, e non soltanto per i suoi innumerevoli angoli paesagisticamente favolosi. Passeggiare all’interno di questa area è l’occasione giusta per apprezzare i principi cardine della filosofia che l’ha creata. L’acqua, innanzitutto, presente ovunque (vedi il lago di loto) come prescrivono le regole auree del Feng Shui. O i numerosi ponti in pietra o legno rosso laccato, che collegano diverse sezioni del giardino o attraversano i ruscelli. O anche le impressionanti Rocce Ornamentali, giardini rocciosi in miniatura che rappresentano il paesaggio montano del Vietnam. Insomma ce n’è per tutti i gusti e sembra che non ci sia limite alla ricerca (e raggiungimento) della grazia e dell’armonia.
Le decorazioni in porcellana e vetro degli edifici
Ma c’é anche qualcosa a cui dedicare un pizzico di attenzione ulteriore. Se guardiamo gli edifici della Cittadella di Hué, specie quelli dei Giardini, notiamo delle stupende opere di mosaico che raffigurano svariati momenti di vita all’iterno della reggia. Siamo di fronte ad una delle manifestazioni artistiche più distintive del Vietnam, il Khảm Sành Sứ, ovvero l’arte del mosaico in porcellana e vetro.

Questa tecnica decorativa, che utilizza frammenti di ceramica, porcellana e vetro colorato, in realtà non è esclusiva della Cittadella, ma qui raggiunge il suo apice di complessità e sfarzo, in particolare negli edifici e nelle tombe costruite alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. Quanto alla tecnica, si utilizzavano scarti o pezzi rotti di porcellana, terracotta, piastrelle e vetro (spesso importati dalla Cina o dal Giappone, ma anche ceramiche vietnamite). I frammenti venivano meticolosamente tagliati e sagomati (spesso con bordi smussati o arrotondati) e poi incastonati in un letto di malta ancora fresca sulla superficie dell’edificio (pareti, colonne, tetti, timpani).