La megalomania dei potenti produce spesso capolavori assoluti. E’ un’assioma triste ma confermato più volte nel corso della storia. Basta pensare al Colosseo, l’Esercito di Terracotta, le piramidi Maya… Opere meravigliose, senza dubbio, realizzate tuttavia quasi sempre per celebrare la brama di immortalità del tiranno di turno. E ottenute grazie alle indicibili sofferenze e privazioni di migliaia di persone che, al contrario, non hanno lasciato alcun segno nella storia.
Finché ci limitiamo agli esempi citati, non ci sono problemi: in fin dei conti si tratta di capolavori incontestabili. Tutto il resto slitta penosamente in secondo piano, diventa meno importante, meno doloroso, di fronte a tanta bellezza. In qualche modo, siamo portati inconsapevolmente a giustificare l’operato di chi ha realizzato queste meraviglie in base al risultato ottenuto. Un Colosseo come lo ammiriamo oggi, in sostanza, non sarebbe stato possibile senza la crudeltà innata dei romani e senza le loro guerre di conquista. La piramide di Chichen Itza non esisterebbe senza i sacrifici umani che venivano eseguiti sulla sua sommità. E gli esempi come questi potrebbero continuare all’infinito.
Diverso – ma fino a un certo punto – è il caso di opere che non corrispondono al nostro generale senso della bellezza o ci appaiono completamente fuori contesto. Monumenti che per un motivo o per l’altro sembrano non c’entrare nulla con il luogo, la storia, il tempo in cui furono costruiti. E’ il caso emblematico del mausoleo di Khai Dinh, ovvero la tomba del penultimo imperatore del Vietnam.
Il mausoleo di Khai Dinh, situato presso la città di Hue, rappresenta una delle più straordinarie e controverse testimonianze dell’architettura funeraria della dinastia Nguyen (1802-1945). Costruito tra il 1920 e il 1931, questo complesso monumentale fonde in modo unico elementi architettonici vietnamiti, cinesi ed europei, riflettendo il periodo coloniale e la personalità del suo committente. Mentre le altre tombe della dinastia Nguyen si fondono armoniosamente con la natura seguendo i dettami del Feng Shui, quella di Khai Dinh rompe ogni schema del passato, mostrando un miscuglio di sfarzo barocco, cemento armato e influenze coloniali che ancora oggi divide l’opinione pubblica e i critici d’arte.

Il primo approccio è francamene scioccante: una imponente scalinata di 127 gradini divisa in settori da quattro lunghi draghi-serpente. Tutti realizzati in un cupo e anonimo cemento armato. Dall’esterno, quindi, il mausoleo appare come una massiccia fortezza grigio scuro, quasi sinistra. Una volta giunti al piano principale, la Corte delle Cerimonie, lo spaesamento aumenta ulteriormente: ci troviamo in uno spazio in cui siamo circondati da statue di mandarini, soldati, cavalli ed elefanti, disposti ai due lati del passaggio principale. Sembra di trovarsi in una versione ridotta – e un po’ meschina – dell’esercito di terracotta, ma senza quell’idea di potenza e di grandiosità del sito cinese.
Ancora una scalinata ed eccoci arrivati di fronte al Tempio Thien Dinh, il cuore del mausoleo. Una struttura che mescola in modo piuttosto ecclettico elementi indù e buddisti (negli stupa e nei pilastri); uno stile a volte neoclassico, a volte perfino romanico (nel padiglione della stele a forma esagonale); uno spiccato quanto improbabile gusto gotico (nella verticalità e nell’aspetto austero delle facciate).

L’interno, invece, è una esplosione di sfarzo, colori e decorazioni. L’edificio è sostanzialmente diviso in due ambienti distinti, le sale più sacre e sontuose, poste in successione. La prima è la Sala dell’Altare, dove si trova l’altare principale, sovrastato da una grande fotografia a colori dell’imperatore Khai Dinh in tenuta cerimoniale. È un elemento insolito e moderno per un mausoleo imperiale, che sostituisce la tradizionale tavoletta ancestrale. La sala è riccamente decorata con mosaici di porcellana e vetro che rappresentano dragoni, fenici, fiori e altri simboli imperiali. L’atmosfera è solenne e votiva, concepita per le cerimonie di offerta e preghiera. Gli oggetti rituali sono esposti con grande sfarzo.

Il secondo ambiente è la Sala del Sarcofago, dove è custodito il simbolo più sacro dell’intero complesso: una magnifica statua bronzea dell’imperatore Khai Dinh, seduto in trono e ricoperta da una laminatura d’oro. La statua è una perfetta effigie del sovrano, realizzata con sorprendente realismo, e devo dire che accoglie l’apprezzamento di numerosi fotografi e videomaker locali, che fanno la fila per poterlo riprodurre in modo ottimale. Questa sala, per quanto possibile, è ancor più sontuosa della prima. Il soffitto sopra la statua è decorato con un famoso affresco che ritrae la bellezza di nove draghi fra le nuvole. Sotto il pavimento, in una camera sotterranea segreta e inaccessibile (ben 18 metri più in basso), si trova la tomba vera e propria con i resti dell’imperatore.
La disposizione delle due sale non è stata realizzata a caso, ma risponde a un preciso percorso rituale. Prima si rende omaggio all’immagine pubblica e ufficiale dell’imperatore; poi si passa alla sue effige eterna e divinizzata (la statua dorata). E’ la celebrazione del potere imperiale, la fusione tra tradizione (la statua bronzea) e modernità (la fotografia), e lo sforzo di Khai Dinh di immortalare la propria figura attraverso un’opera di ineguagliabile opulenza artistica.
Sforzo alquanto vano, a conti fatti, perché all’epoca non raccolse affatto l’apprezzamento del popolo vietnamita. Khai Dinh regnò dal 1916 al 1925, in un’epoca di forte fermento nazionalista contro il dominio coloniale francese. Ciononostante, Khai Dinh scelse la via della collaborazione totale con la Francia, venendo percepito dal suo popolo come un sovrano “fantoccio”. Quanto al mausoleo, ciò che i vietnamiti non gli hanno mai perdonato è l’eccessivo spreco di finanze pubbliche per costruirlo. Per realizzarlo, infatti, l’imperatore ottenne dai francesi il permesso di aumentare le tasse ai sudditi del 30%. Questo atto, unito al suo amore per il lusso eccentrico e la cultura occidentale, lo rese una figura estremamente impopolare.
In conclusione, quindi, vale la pena visitare questo bislacco monumento alla megalomania umana? Io ritengo di sì. Il Mausoleo di Khai Dinh rimane un’opera controversa ma affascinante, simbolo di un’epoca di transizione nella storia vietnamita. La sua architettura ibrida e le decorazioni sfarzose raccontano la storia di un imperatore che cercò di conciliare tradizione e modernità, creando un’opera unica nel suo genere, e proprio per questo da vedere assolutamente.