Ellora è il tipico caso di una meta turistica che supera – e di gran lunga – ogni più rosea aspettativa. Non c’è foto o immagine in circolazione che possa dare l’idea esatta di questo complesso monastico indiano millenario. Bisogna entrarci, camminarci dentro, esplorare i suoi anfratti, per apprezzarlo davvero. Le grotte di Ellora sono da vivere in 3D, diciamo, dall’interno, perché solo così è possibile ammirarne la bellezza e l’incredibile processo creativo che le hanno realizzate.
Ma cos’è essenzialmente Ellora? Immaginiamo un intero complesso monastico, con templi maestosi, santuari e monasteri, non costruiti con mattoni, pietre e malta, ma scavati a mano direttamente nella parete di una montagna di basalto, ovvero una pietra fra le più dure in natura. Ellora è proprio questo. Ed è anche – direi ovviamente – Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ma non solo. Questo sito è soprattutto un testamento monumentale alla tolleranza religiosa e all’abilità artistica dell’antica India, dove buddismo, induismo e giainismo fiorirono e convissero pacificamente fianco a fianco per secoli.
Quello che rende Ellora unica è la sua cronologia e coesistenza. Le 34 grotte non sono solo un insieme di templi, ma una narrazione scolpita nella roccia di una storia che attraversa tre diverse fedi:
- Grotte 1-12 (Buddiste): Le più antiche (dal 600 al 800 d.C.). Sono principalmente vihara (monasteri) con celle per i monaci e sale di preghiera. L’atmosfera è di serena contemplazione.
- Grotte 13-29 (Induiste): Costruite durante il periodo di picco della dinastia Rashtrakuta (dal 600 al 900 d.C.). Sono i templi più grandi e spettacolari, pieni di energia e movimento, dedicati principalmente a Shiva.
- Grotte 30-34 (Giainiste): Le più recenti (dal 800 al 1000 d.C.). Più piccole ma finemente decorate, riflettono l’ascetismo e l’attenzione ai dettagli della filosofia giainista.

Si accede al complesso da una sinuosa stradina che attraversa un giardino tropicale molto ben tenuto. Da lì le pareti scure del sito sono appena visibili, ma non appena si arriva all’ultima svolta ci si accorge che le grotte di Ellora sono molto più estese di quanto sembrava all’inizio. E ciò fa presagire che la visita non sarà né semplice né breve. I monasteri e i templi, infatti, si trovano lungo la parete rocciosa che ci troviamo di fronte, e si dispiegano sia a destra che a sinistra della nostra posizione. In apparenza sembrano perdersi all’infinito, e ciò procura un leggero scombussolamento, perché non sappiamo da che parte iniziare.

La guida Lonely Planet e la scorticata mappa posta all’ingresso ci vengono in soccorso. Indicano che a destra troveremo le strutture più antiche, a sinistra quelle via via sempre più recenti. Ok, tutto bene, tuttavia c’è da considerare anche il tempo di visita ad ogni monumento che, per vari motivi, non sembra così breve. Il primo ingresso, realizzato invariabilmente per testare tempi, difficoltà e resistenza, ci fornisce un indizio scoraggiate: sarà una giornata lunga e faticosa! Le strutture sono vastissime e ricche di particolari; alcune sono persino difficili da raggiungere, perché si inerpicano sulla collina; in quelle più agevoli, infine, l’affollamento di turisti è tale da scoraggiare la visita.

Per ogni grotta si ripete il rituale: si entra a turno, ci si perde all’interno alla ricerca di qualche particolare insignificante, si fa la fila per scattare la foto al Buddha di turno. Ma soprattutto, quando si esce, si cammina in un’atmosfera umida e opprimente che ci inzuppa i vestiti, tanto da sperare di raggiungere al più presto la prossima cavità, non per altro per mettersi al riparo dagli elementi. E qui si fa l’ennesima fila per entrare, si ammira con sempre minore interesse la sequenza di colonne monolitiche scavate direttamente nella roccia e i bassorilievi che invariabilmente mostrano il Buddha in varie posizioni. Non dico che non siano luoghi interessanti, beninteso, ma ci sono ambienti che si assomigliano terribilmente e dopo un pò l’interesse scema.
Da ciò ne consegue che è impossibile vedere tutto in dettaglio in un solo giorno. La stanchezza, prima o poi, avrà il sopravvento e ci esporrà al pericolo di trascurare le attrazioni che magari andavano assolutamente viste. Per cui, direi che sarebbe il caso, prima di avventurarsi nell’esplorazione minuta di qualsiasi forma di scavo umano, di concentrarsi sulle attrazioni da non perdere e lasciare il resto, se c’è tempo, energia e volontà, a dopo.

Nella zona a destra dell’entrata, la grotta più interessante è senza dubbio la Grotta 10, con il cosiddetto “Tempio del Carpentiere” (Vishvakarma). E’ senza dubbio una delle grotte buddiste più belle. Inizia come un vihara ma si apre in una chaitya (sala di preghiera). Il soffitto a coste curve, che imita il legno, le è valso il soprannome. Al centro, un’imponente statua del Buddha in posizione di insegnamento. E’ anche una delle aree più densamente frequentate dai turisti: è quasi impossibile riuscire a scattare una foto decente, come dimostra l’immagine sopra. Inoltre è bene sapere che qui, come altrove esista una statua dell’Illuminato, per entrare bisogna togliersi le scarpe.

Sempre nella zona “destra”, non deve mancare una visita alle Grotte 11 e 12. ovvero i Monasteri a due e tre piani. Note come Do Thal (Due Piani) e Tin Thal (Tre Piani), queste sono grotte monastiche immense. La Tin Thal (Grotta 12) è particolarmente impressionante, con il suo portico massiccio e le divinità buddiste scolpite all’interno. Si possono visitare tutti e tre i piani, a patto di avere abbastanza coraggio per inerpicarsi lungo le strettissime e praticamente buie scalinate interne.

A sinistra dell’entrata principale troviamo le grotte induiste e quelle jainiste, più distanti. Di queste, la più importante è la Grotta 16 (Kailasa), ma ne parlerò in un articolo apposito, perchè è un monumento che toglie il fiato e merita la massima attenzione possibile. In questa area troviamo i monumenti più gradevoli, esteticamente parlando, di tutto il complesso. Per esempio la Grotta 21 (Rameshwar), una delle grotte induiste più antiche, famosa per le sue sculture sensuali e ricche di dettagli. Le figure femminili, le dee e i mithuna (coppie amorose) qui sono tra i più raffinati di tutto il complesso.

Non farò un elenco delle grotte che vale la pena visitare in questa area. Dirò soltanto che ogni monumento è un piccolo capolavoro di ingegneria e di qualità artistica, tale da farci dimenticare stanchezza, caldo e ingiurie del tempo. Fra tutti i luoghi che mi hanno stupito, segnalo la Grotta 29, conosciuta anche come Dhumar Lena, una delle più grandi e antiche del periodo induista. E’ stata ricavata scavando dall’alto un blocco di roccia delle dimensioni di un campo di calcetto, e questo per almeno 20 metri di profondità. Gli scultori del tempo ne hanno ricavato, su tre lati la solita struttura a due piani con una serie di camere interne; al centro un ampio cortile, quasi perfettamente piatto, su si erge un edificio a un piano di pietra scura: un unico blocco monolitico di basalto, finemente cesellato, perfettamente agibile, che funge da tempio a Shiva. Una struttura da lasciare attoniti, ma che risulterà perfino ridicola rispetto a ciò che vedremo più avanti…

I templi più distanti, situati a circa 1 chilometro dall’entrata, sono quelli giainisti. Si raggiungono attraversando un sentiero spettacolare ricavato a ridosso della roccia e in alcuni punti a picco su un fiume sottostante. In un punto, quello paesagisticamente più stupefacente (e più fotografato), il percorso passa sotto una cascata di una trentina di metri, il che rende la visita ancora più eccitante. Le grotte gianiste più interessanti sono la Grotta 32 e la Grotta 33. L’atmosfera qui è più rilassata, e non soltanto perché ricalca la filosofia intima e pacifica del giainismo. In realtà, dopo aver camminato per chilometri visitando templi buddisti e induisti, la maggior parte dei turisti sceglie di non affrontare l’ennesima scarpinata, peraltro poco agevole, e torna indietro senza rimpianti.