Immaginate un blocco di basalto grande come un campo da calcio e alto quanto un palazzo di 4 piani. E’ qui che gli ingegnieri indiani di Ellora, hanno realizzato nell’VIII secolo una delle opere ingegnieristiche più ardite e stupefacenti della terra: un enorme tempio costruito scavando la pietra a partire dall’alto verso il basso. Sto parlando del Tempio di Kailasa (o Kailasanatha), dedicato al dio Shiva, il monumento che senza alcun dubbio rappresenta il momento più esaltante della visita alle grotte di Ellora.
Ribadisco il concetto: tutto ciò che si vede entrando nell’area sacra – e che è mostrato nella immagine di copertina di questo post – non è stato costruito con le metodologie tradizionali, ovvero assemblando ogni edificio con blocchi di pietra, o mattoni, e procedendo quindi dalle fondamenta fino alla sommità. No, qui parliamo di un unico monolite scavato direttamente nella roccia viva, seguendo quella che viene definita “tecnica in negativo”: gli architetti del VIII secolo iniziarono dalla cima della collina di basalto e scavarono verso il basso. Tale tecnica, come è facile immaginare, non dava spazio ad alcun errore, anche millimetrico: una volta rimossa la pietra non si poteva rimediare aggiungendone di nuova. Ciò ha prodotto uno scavo di dimensioni inaudite: si calcola infatti che siano state rimosse almeno 200.000-400.000 tonnellate di roccia per dare forma alla struttura.

Siamo di fronte, quindi, ad una una concezione architettonica radicalmente rivoluzionaria. Anche rispetto a tutti gli altri templi di Ellora, anch’essi costruiti scavando e cesellando la roccia. Ma a differenza di questi, scavati orizzontalmente nella parete rocciosa, Kailasa fu concepito come un tempio indipendente, liberato dalla montagna circostante attraverso tre profondi tagli verticali. Un’impresa che richiese probabilmente diversi decenni e il lavoro di generazioni di artigiani.
L’opera non è solo una meraviglia dell’ingegno architettonico. Kailasa è anche un’opera d’arte a cielo aperto. Basta dare un’occhiata all’interminabile sequenza di pannelli scolpiti a bassorilievi lungo le parenti e all’interno degli edifici principali. Sono praticamente un vero e proprio libro di pietra che narra i grandi poemi epici indiani, a cominciare dall’onnipresente Ramayana e dall’altrettanto celebre Mahabharata. Storie e gesta che per noi – e probabilmente per gran parte dei turisti indiani – sono ormai divenute quasi incomprensibili.

Il complesso è a forma di “U” circondato da un cortile fiancheggiato da arcate scavate profondamente nella parete scura di basalto. All’ingresso si trovano enormi monoliti di elefanti e pilastri (dhwajasthambhas) alti oltre 15 metri. Il corpo centrale poggia su un basamento dove file di elefanti scolpiti a grandezza naturale sembrano reggere l’intera struttura sulle loro schiene. La sensazione visiva è che il tempio stia fluttuando o venendo sollevato verso il cielo. La visita prevede sia la rituale passeggiata attorno al corpo centrale, magari attraversando uno dei colonnati sopraelevati; sia, per i più arditi e in buone condizioni, la scalata al tempio principale, dalla cui sommità si può avere una idea più precisa – e spettacolare – dell’intero complesso. Un altro percorso, ancora più arduo e faticoso, prevede di seguire un sentiero laterale che conduce sulla collina sopra la grotta 16. La vista del monolito isolato dal resto della montagna è davvero mozzafiato.

Ma ciò che ancora oggi affascina gli studiosi è come sia stato possibile realizzare tutto questo in così pochi decenni. Secondo i calcoli moderni, completare un’opera del genere in soli 18-20 anni (l’intero regno di Krishna I, il re a cui si attribuisce la costruzione del tempio) avrebbe richiesto la rimozione di svariate tonnellate di roccia ogni giorno, lavorando giorno e notte, incessantemente. Una impresa probabilmente al di là di ogni ragionevole sforzo umano. Ciò ha alimentato teorie (spesso pseudoscientifiche) su tecnologie perdute, interventi di alieni e cose del genere. La realtà è più semplice e probabilmente ancora più affascinante: è stata adottata una pianificazione ingegnieristica impeccabile e una maestria artigianale unica, tramandata di generazione in generazione.