Perché il Kerala è lo stato più avanzato dell’India

L’immagine di questo post non è stata scelta a caso: riassume in maniera sintetica ma efficace i motivi che rendono il Kerala così diverso dagli altri stati dell’India. Si vedono infatti, accomunati nella stessa scena, due simboli – all’apparenza antitecici – che è impossibile non notare durante un viaggio in Kerala, ovvero la falce e martello e la croce. Due emblemi, frutto di ideologie completamente opposte – ma accomunate dalla stessa origine occidentale – che hanno plasmato un modello di sviluppo civile ed economico di straordinaria efficacia e che rappresenta un “unicum” in India: il cosidetto “modello Kerala“.

L’impressione che si ha quasi da subito, una volta entrati in Kerala, è che non ci si trovi più in India. Le cittadine sono più ordinate e pulite, le infrastrutture, in genere, specie quelle pubbliche, appaiono senz’altro in migliori condizioni rispetto al resto del paese, i lavori di manutenzione – vero tallone d’Achille dell’India – sono presenti e capillari. Insomma, ovunque si rivolga lo sguardo si notano segnali di un benessere più diffuso, più capillare, più equo, così distante da ciò che caratterizza altri luoghi del paese, comprese le grandi metropoli del nord, come Delhi o Mumbay. In Kerala si respira civiltà e progresso, ed è indubbio che la presenza delle religioni occidenali (compreso l’Islam, ovviamente) e dei movimenti politici di sinistra (in primis il Partito Comunista) abbiano contribuito in modo rilevante a raggiungere questo risultato. E adesso spiego perché.

Il Kerala, malgrado non sia certamente il più ricco in termini di Prodotto Interno Lordo pro capite, oggi eccelle in tutti quegli indicatori economici e sociali che lo rendono al di sopra di tutti gli altri stati indiani e all’altezza di alcune nazioni sviluppate. Ma quali sono i fattori più rilevanti di questo successo? L’alfabetizzazione, in primo luogo. Con un tasso del 97%, il Kerala ha il più alto tasso di alfabetizzazione dell’India, vicino ai paesi sviluppati. Inoltre, il divario di genere (maschi/femmine) in questo campo è tra i più bassi nel paese.

Altri indicatori vincenti sono: l’aspettativa di vita (75 anni contro i 70 del resto dell’India); la mortalità infantile, con un tasso di decesso di 6 bambini ogni 1000, quindi inferiore a quello di molte nazioni più ricche; la salute materna, il cui tasso di mortalità è di 30 per ogni 100.000 nati vivi, contro la media nazionale di 113.

Quanto al modello economico adottato, lo sviluppo del Kerala è stato definito uno “sviluppo a basse entrate“, che consiste, in breve, nel massiccio investimento nel capitale umano piuttosto che in macchine o impianti. Per garantire a tutti un’adeguato sostentamento, i vari governi dello stato, a cominciare da quelli sotto la dominazione britannica, hanno puntato sulle politiche per aumentare il grado di istruzione della popolazione, con massicci investimenti nella scuola e nelle università. Da un punto di vista più economico, il Partito Comunista locale ha avviato, alla fine degli anni Sessanta, un energico piano di riforme agrarie che prevedevano la redistribuzione delle terre ai contadini e ha ridotto, di fatto, le disuguaglianze e la povertà rurale, vero problema atavico di tutto il sub-continente.

Questo modello, come è facile intuire, è divenuto presto l’alternativa più praticabile allo sviluppo guidato esclusivamente dalla crescita economica, dimostrando che politiche sociali mirate possono produrre benessere anche con risorse limitate. In altre parole, il Kerala è uno stato avanzato perché ha ottenuto risultati sociali da nazione ricca con una economia da paese in via di sviluppo. In sostanza, perché ha deciso di investire strategicamente nei suoi cittadini. I suoi successi in alfabetizzazione, salute e parità di genere sono comparabili a quelli di paesi europei, a testimonianza che la volontà politica e la partecipazione civica (il Kerala ha uno dei tassi di sindacalizzazione e attivismo sociale più alti al mondo) possono superare i vincoli economici.

E qui veniamo al ruolo svolto dalle due grandi istituzioni extra-indiane (almeno come origine) a cui accennavamo all’inizio: la chiesa (in tutte le sue emanazioni) e il Partito Comunista. La spinta iniziale per la creazione di un sistema di welfare in Kerala non venne dallo stato, ma dalle missioni. Mentre i gesuiti portoghesi si concentrarono sulla formazione del clero e sull’istruzione di base, furono le missioni protestanti britanniche del XIX secolo a rendere l’istruzione accessibile alle masse. Idee come l’uguaglianza, la libertà individuale e la fratellanza, sebbene veicolate in un contesto coloniale, trovarono terreno fertile e ispirarono i movimenti di riforma sociale che lottarono per abbattere le gerarchie di casta e promuovere l’istruzione per tutti.

In questo senso, i missionari, loro malgrado, agirono da precursori, introducendo le premesse ideologiche e le infrastrutture (scuole, ospedali, stampa) che i successivi governi, compresi quelli comunisti, avrebbero poi rielaborato per creare un moderno stato del welfare. L’azione progressista dei partiti di sinistra, iniziata con le lotte per redistribuire la terra ai contadini, è proceduta, tra alti e bassi, a suon di successi (la creazione delle cooperative agrarie, i centri di salute pubblici, l’istituzione di prestiti finanziari a fondo perduto) e di sonore sconfitte elettorali fino ad oggi, ma ha lasciato una eredità che nessun altro partito, anche di idee totalmente opposte, avrà mai il coraggio di sconfessare.

Il punto più elevato di questo processo è avvenuto il 1 novembre 2025, quando il Kerala si è proclamato il primo stato indiano libero dalla povertà estrema. Questa dichiarazione, di per sé fortemente simbolica, è il frutto di un decennio circa di riforme fortemente volute dal CPI-M (il Partito Comunista locale) e poi confermate da tutti i governi che si sono succeduti alla guida dello stato. Il piano originale, del 2021, si chiamava “Progetto per l’eradicazione della povertà estrema”, e consisteva nell’indentificazione di circa 64 mila famiglie che vivevano in condizione di miseria estrema. Per ogni famiglia è stato creato un “micro-piano” personalizzato che includeva l’accesso a una casa, a cure mediche, a un sostegno alimentare decente e a una formazione per un’attività lavorativa, indifferentemente per uomini e per donne. Inutile dire che l’iniziativa ha avuto un successo completo e incondizionato.

In conclusione, a prescindere da come la pensiamo, è innegabile che le amministrazioni comuniste abbiano fornito la visione, la volontà politica e le politiche pubbliche che hanno trasformato il Kerala. Senza le riforme agrarie, l’enfasi sull’istruzione per tutti e la creazione di un sistema sanitario accessibile, il Kerala sarebbe probabilmente uno stato indiano come tanti altri. 

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