Se c’è una attività che gli indiani amano offrire ai turisti come se fosse una esclusiva locale è la passeggiata a dorso di elefante. Laggiù lo chiamano Elephant Ride: con questo termine si intende in realtà una vasta gamma di servizi che hanno come protagonista indiscusso il povero pachiderma. Si va dal semplice trasporto da un punto A ad un punto B; al trekking nella giungla; alla passeggiata in un cortile ristretto al solo scopo di provare l’emozione di cavalcare un bestione da 4 tonnellate.
Insomma, l’Elephant Ride è una dei servizi che in India vengono maggiornamente reclamizzati; a maggior ragione dove gli elefanti, per questioni naturali o per tradizione, sono più numerosi. Il Kerala è uno di questi luoghi e Thekkady, ultima cittadina prima della grande riserva del Periyar, può vantare la più alta concentrazione di elefanti da intrattenimento di tutto lo stato.
Non è quindi una sorpresa che tutte le agenzie di viaggio indiane inseriscono nel loro itinerario ideale anche una mezza giornata dedicata a questa attività. Anzi, si può dire che ancora oggi si tratta del servizio più richiesto in assoluto! E non dai turisti stranieri – gli unici, in teoria, che hanno qualche giustificazione, non avendo elefanti a casa loro – ma dagli indiani stessi, forse perché provenienti dalle grandi megalopoli dove i pachidermi sono ormai un lontano ricordo. Sono loro che si accalcano, eccitati e giulivi, davanti ai cancelli delle fattorie di Thekkady, dove lo spettacolo è offerto quasi 24 ore su 24 e senza soluzione di continuità.
D’altronde, si tratta di una esperienza decantata dai depliant turistici come una irripetibile (e irrinunciabile) immersione nel cuore della natura indiana. I “campi di elefanti” privati sorgono pertanto un po’ dappertutto, anche presso il centro cittadino. I servizi offerti vanno dalla semplice passeggiata alle sessioni di bagno presso il fiume; dal feeding time al trekking vero e proprio. Per molti visitatori salire in groppa ad un mansueto elefante sembra quindi un modo innocuo per entrare in contatto con uno dei rappresentati più celebri della fauna indiana.

Ebbene, io ho dovuto sottostare a questo rito (come si vede sopra). Me ne pento ancora oggi, ma non avevo alternative. L’escursione faceva parte del pacchetto completo e una volta arrivati al campo sembrava una scortesia non accettare l’invito del mahout a noi destinato. Il tipo, infatti, riesce a guadagnare qualche rupia in più perché offre un trattamento personalizzato che comprende l’irrinunciabile servizio fotografico con l’animale. Si tratta di una consuetudine di vecchia data. Che raggiunge vette di creatività impensabili, dato che i mahout hanno istruito le loro bestie ad assumere posture particolari in base a comandi precisi. In questo modo, le foto che ne risultano sono sempre diverse e spesso divertenti; il cliente è soddisfatto perché ha immortalato una situazione di cui potrà vantarsi fino alla fine dei suoi giorni; il mahout si becca una mancia consistente.
Tuttavia, la passeggiata a dorso d’elefante negli ultimi anni ha trovato una decisa opposizione da parte di biologi, amministrazioni locali e semplici cittadini. Esistono infatti alcune criticità fisiche e psicologiche a cui gli elefanti sono sottoposti. Per esempio, l’anatomia stessa degli animali, che avendo una schiena curva, non è adatta a sorreggere pesi rigidi e concentrati come i baldacchini da escursione. Il nostro campo non aveva simili bardature, dal momento che si limitava ad un ridicolo giretto tra piantagioni di banani e ciuffi di bambù. Ma per i trekking più strutturati, il baldacchino è l’unico modo per garantire una certa comodità al cliente, evitandogli pericolose perdite di equilibrio o mal di schieda epocali.
Un’altra criticità è dovuta all’anatomia della zampa dell’elefante. E’ adatta ai terreni morbidi ed erbosi della foresta, non ai sentieri in sterrato o addirittura all’asfalto delle strade moderne. Camminare per ore su strade asfaltate o sentieri sterrati battuti consuma i cuscinetti plantari sensibili, provocando infezioni croniche.
Infine l’aspetto forse più doloroso: gli elefanti impiegati in questo genere di intrattenimento non sono esattamente degli animali domestici. Per renderli calmi e sottomessi alla presenza dei turisti, vengono sottoposti fin da giovani a processi di condizionamento basati sul contenimento e sulla paura di essere puniti con metodi dolorosi.

Che la vita di questi poveri animali non sia proprio una favola lo si capisce proprio durante il rituale giretto per il campo. Dura poco, appena una ventina di minuti, ma garantisco che sono sufficienti per farsi un’idea delle condizioni nelle quali gli elefanti versano. Innanzitutto, gli animali che non sono “in servizio”, per così dire, vengono tenuti al riparo di tettoie in uno stato di apparente serenità. Ma a guardare bene, si notano subito le catene applicate ad una o a due zampe dell’animale: catene di pochi metri, che impediscono quasi del tutto i movimenti e costringono il pachiederma a dondolarsi avanti e indietro pur di muovere qualche arto.
In conclusione: se è possibile, evitate di inserire nel tour anche l’Elephant Ride. E rivolgetevi ad organizzazioni e tour operator che hanno rimosso le passeggiate a dorso d’elefante dai loro itinerari, promuovendo modalità d’osservazione prive di contatto o sfruttamento. Gli elefanti sono belli da vedere, non da cavalcare.