Definirla complessa è a dir poco un eufemismo. La danza Kathakali è una esperienza culturale talmente sconvolgente da mettere a dura prova sensi, razionalità e pazienza del turista più incallito. E non c’è verso di farne a meno: con il giretto a dorso di elefante e lo spettacolo di arti marziali (la Kalaripayattu), è una delle inevitabili e imprescindibili attività che le agenzie di viaggio indiane inseriscono nel loro paniere turistico, una volta arrivati a Thekkady. E se non lo fanno loro, state certi che verrete adescati dappertutto (per strada, in albergo, al ristorante) per assistere, almeno una volta, a questa forma di danza indiana così particolare.
Con ciò non voglio assolutamente scoraggiarne la visione. Al contrario, invito chiunque passi da quelle parti a impiegare un paio d’ore del proprio prezioso tempo per assistere ad una delle forme più affascinanti, controverse e visivamene spettacolari di teatro-danza classico indiano. Un’occasione che non si potrà replicare in nessun altro posto del sul-continente: il Kathakali è originario solo di questa parte del paese. E non si tratta solo di una semplice danza, ma di un’opera totale che fonda teatro, mimica, arti marziali, musica sacra e trucco rituale.
Il Kathakali è nato verso la fine del XVI secolo. Tradizionalmente veniva eseguito in ambito religioso, ovvero all’interno dei cortili dei templi o nei palazzi dei sovrani, e anch’esso, come molte altre forme artistiche indiane, si ispira ai grandi poemi epici indù, in particolare il Mahabharata e il Ramayana.
Qual è la particolarità distintiva del Kathakali? In sostanza, in questa forma di teatro-danza gli attori non parlano né cantano mai sul palco. In pratica non aprono mai bocca. La narrazione è affidata a dei cantanti/musicisti che si posizionano al lato del palco mentre i danzatori danno vita ai personaggi attraverso due elementi: i Mudra, ovvero i gesti delle mani e le Navarasa, ovvero i movimenti degli occhi e dei muscoli facciali. Tutto qui.
I Mudra sono 24 e rappresentano un vero e proprio alfabeto: combinati tra loro formano centinaia di vocaboli. Gli attori, pertanto, riescono a parlare con le mani e in tal modo il pubblico (che ovviamente conosce tutti i segni) è in grado di seguire la narrazione, che comprende, inevitabilmente, storie di battaglie, amori e tradimenti, ma anche la descrizione di paesaggi o di favolosi palazzi reali. Le Navarasa sono invece 9 ed esprimono i 9 stati d’animo fondamentali dell’estetica indiana (amore, comicità, compassione, ira, eroismo, paura, disgusto, meraviglia, pace). L’attore è quindi in grado di poter raccontare storie anche molto complesse combinando i gesti delle mani con le espressioni del viso.
Ma come si svolge uno spettacolo di Kathakali? A Thekkady si può assistere a questa manifestazione in due luoghi: il Kadathanadan Kalari & Navarasa Kathakali Centre e il Thekkady Kalari Centre. Lo spettacolo, in entrambi i posti, è strutturato in una sessione di circa 1 ora, che diventano 2 se si è disposti ad assitere anche alle fasi preparatorie, quelle del trucco e della vestizione degli attori – cosa che consiglio caldamente di fare. Lo spettacolo inizia generalmente verso le 17:00.
Il tipico show studiato per i turisti si svolge come segue. La prima fase, come accennato, è quella del trucco. E avviene direttamente sul palco, davanti agli spettatori che via via prendono posto. Gli artisti, incuranti di quanto succede intorno a loro, applicano rigorosamente a mano i pigmenti naturali e la pasta di riso (utilizzata come collante) e piano piano trasformano il proprio viso in una maschera grottesca. E anche qui ci sarebbe da scrivere un articolo a parte. Dirò soltanto che i colori, nel Kathakali, hanno uno scopo didattico, perché servono a svelare (sempre che il pubblico ne sia a conoscenza) la natura piscologica e spirituale dei personaggi.
Quindi, semplificando molto, se il colore predominante è il verde, allora state certi che il personaggio rappresenterà la nobiltà, l’eroismo e la virtù; se invece il verde è incorniciato da segni bianchi e rossi, allora il tipo è sicuramente un nobile, ma ormai corrotto dall’ambizione e dalla cupidigia. E potrei andare avanti all’infinito, perché così come con i gesti e i movimenti degli occhi, anche i colori, combinati insieme, danno vita a centinaia di caratteri diversi.

Una volta terminato il trucco, che comprende solo il viso, inizia la vestizione. Allo spettacolo a cui ho assistito io era presente solo uno dei due personaggi della serata. Come si vede dall’immagine sopra si faceva aiutare da un attendente che applicava dei sacchi di yuta, uno accanto all’altro, fissandoli con un nastro che, avvolgendosi progressivamente intorno al corpo dell’attore, formava una sorta di tutù. Finita questa lunga e complessa operazione, l’attore veniva abbigliato con una grande gonna colorata, lunga fino ai piedi, che si è gonfiata a campana proprio grazie a quella particolare disposizione dei sacchi di yuta.
La prima parte dello spettacolo è una presentazione introduttiva dei fondamenti del Kathakali. Operazione quanto mai necessaria, anche per la maggior parte dei turisti indiani, perché ha lo scopo di illustrare brevemente la “grammatica” della danza che seguirà, ovvero il significato dei gesti delle mani (Mudra) e i movimenti del viso (Navarasa). Questo compito è affidato ad un attore vestito da donna, il quale si siede proprio davanti al pubblico e inizia la performance. La descrizione di ogni gesto, in indù e inglese, è prerogativa di un narratore a margine del palco, lo stesso che in seguito, fornirà il commento sonoro all’interno spettacolo.
Questo è un momento cruciale, ma la maggior parte del pubblico rimane affacinato – o all’opposto, sbigottito – dall’innumerevole quantità di smorfie che l’attore riesce a compiere utilizzando unicamente gli occhi, le sopraciglia e la bocca. E’ una dimostrazione straordinaria di controllo muscolare, assolutamente impossibile senza un allenamento di anni, ma ciò che impressiona è il modo in cui riesce a roteare le pupille e a combinare tali movimenti con il resto del viso. Il tutto, ripeto, senza emettere neppure un fiato. In questa fase, il narratore elenca via via le 9 emozioni fondamentali e l’attore esegue i gesti corrispondenti.

Terminato questo doveroso preambolo, l’attore invita una persona del pubblico a salire sul palco e lo fa sedere accanto a lui. La pantomima che segue ha lo scopo probabilmente di alleggerire l’estremo ermetismo della rappresentazione e offrire al pubblico un momento di sano divertimento. L’attore, infatti, cerca di dialogare con il malcapitato utilizzando il suo linguaggio (gesti e occhi), sperando di ottenere da lui qualche risposta nella stessa lingua. Cosa oltremodo difficile, dato che nove volte su dieci la vittima non ha capito una mazza dell’introduzione precedente e risponde in modo scomposto, goffo, francamente comico, sollevando l’ilarità dell’intera platea.
Terminato il siparietto comico, ecco che arriva la parte seria, pesante, della manifestazione. Quella però che caratterizza davvero lo spettacolo, ovvero la rappresentazione della storia (Katha). E’ una parte che dura circa 30-40 minuti e deve essere affrontata con lo spirito giusto, lo garantisco, altrimenti risulta davvero noiosa. Viene messo in scena un singolo episodio drammatico tratto dai due grandi poemi indù; i personaggi coinvolti sono il personaggio vestito da donna e il tipo che poco prima veniva abbigliato sul palco.
La trama classica è la storia di Narakasura, o la seduzione/scontro tra una strega demoniaca e un principe senza macchia. Gli attori interpretano i ruoli accompagnati dal vivo dai percussionisti e dalle melodie del cantante. L’azione alterna momenti poetici di corteggiamento a vivaci scene di duello. E’ la fase rappresentata dall’immagine di copertina di questo post. Da quanto ho capito, sembra che la donna cerchi in tutti i modi di ottenere le attenzioni del principe il quale, finché lei resta a distanza di sicurezza, si comporta in modo pacato, i movimenti si fanno sinuosi, eleganti, accondiscendenti. Ma quando la strega prova un approccio più fisico, apriti cielo! Il principe va su tutte le furie, inizia ad agitarsi e a danzare in modo rapido e agitato, costringendo la corteggiatrice a fare un passo indietro.
La cosa va avanti per un paio di volte, aumentando di intensità man mano che la storia procede. Alla fine, all’ennesimo approccio non desiderato, il tipo tira fuori una sciabola e inizia a minacciare l’estroversa spasimante. E’ il momento topico: la donna capisce che non c’è niente da fare e improvvisamente, per la rabbia e la frustrazione, rivela il suo vero volto (l’attore fa scendere un’altra maschera, da strega), inizia una danza/lotta acrobatica, con piroette, scarti, salti, che termina con l’uccisione della donna e la sua uscita di scena.
Di seguito, un estratto video della danza a cui ho assistito nell’agosto del 2024.