Thekkady è il punto di riferimento principale per visitare la riserva naturale del Periyar. I turisti la raggiungono e la frequentano il tempo strettamente necessario per organizzare la famosa escursione (in genere una giornata) per poi tornare a climi più miti, possibilmente al mare. Ciò richiede di restare almeno una notte in città e, di conseguenza, pensare a come trascorrere le lunghe ore serali. Thekkady non si distingue certo per la varietà di divertimenti, quasi tutti concentrati negli alberghi stellati e ridotti a qualche concerto dal vivo e la possibilità di bere alcolici senza restrizioni.
Tuttavia, per chi preferisce immergersi nel tessuto culturale locale, c’è ben altro da fare. Andare a vedere uno spettacolo di Kalaripayattu, per esempio, una delle arti marziali più antiche del pianeta. Assistere a una dimostrazione di questa disciplina significa scoprire una tipologia di combattimento in cui la forza conta relativamente, a tutto vantaggio di agilità, concentrazione, equilibrio e controllo del corpo. I movimenti degli atleti, le armi tradizionali e le spettacolari acrobazie trasformano l’esibizione in un’esperienza coinvolgente, emozionante, con parecchi momenti di pathos; un modo sano e divertente insomma per trascorrere un’oretta prima di cena.
Il Kalaripayattu è una arte marziale le cui basi si perdono nel più remoto passato del Kerala. Si compone essenzialmente di incontri tra singoli e gruppi in cui vengono usate diverse tecniche di combattimento: a mani nude, esercizi per sviluppare forza e flessibilità, movimenti acrobatici e l’utilizzo di diverse armi tradizionali. La preparazione richiede disciplina, allenamento costante e una notevole capacità di coordinazione.
Dove vedere una dimostrazione di Kalaripayattu? A Thekkady non c’è quasi alternativa: si va al Kadathanadan Kalari Centre, specializzato in spettacoli da un’ora circa che si susseguono a partire del pomeriggio, a ciclo continuo, fino a sera. Vengono spesso abbinati a quelli, ben più intellettualmente impegnativi, di teatro Kathakali, che si svolge – guarda caso – in un capannone adiacente. La struttura è una specie di fossa dei leoni: una arena rettangolare incassata nel terreno, su cui si affacciano le gradinate su cui trovano posto gli spettatori. Questi hanno, quindi, la possibilità di godersi lo spettacolo da una posizione molto ravvicinata.
Ovviamente non si tratta di un combattimento reale, ma di una dimostrazione tecnica attentamente preparata. Eppure, osservando la velocità dei gesti e la sicurezza con cui vengono maneggiate le armi, è facile immaginare quanto questa disciplina fosse importante per la preparazione dei guerrieri del passato.
Lo spettacolo si compone di diverse fasi. Inizialmente gli atleti si soffermano davanti ad un altare per pregare; poi, iniziano a fare dei movimenti propiziatori che assomigliano a una sorta di riscaldamento muscolare. Attività più che necessaria, dal momento che il Kalaripayattu è una disciplina che richiede grande prestanza fisica, resistenza e agilità estrema. I combattimenti si susseguno senza soluzione di continuità e riguardano tutte le armi utilizzate nelle guerre del passato: bastoni, pugnali, lance, perfino sciarpe. Gli scontri più spettacolari sono quelli con spade e piccoli scudi rotondi. I combattenti si scambiano alternativamente colpi che producono scintille; al contempo, saltano e schivano i colpi seguendo movimenti ritualizzati che riducono al minimo il pericolo di farsi male.
Malgrado ogni movimento sia studiato alla perfezione per evitare di produrre danni irreparabili, non di rado qualche incidente avviene lo stesso. Durante la manifestazione a cui ho assistito, un artista è stato accidentalmente colpito ad un piede e ha iniziato a sanguinare copiosamente. Ciononostante non si è fermato: ha aspettato la fine della sequenza e poi è stato prontamente soccorso. Poco dopo lo abbiamo rivisto di nuovo in pista, accuratamente fasciato, vispo come un grillo.
La parte finale è quella più spettacolare. Gli artisti si succedono in sempre più spericolate acrobazie, prendendo la rincorsa da lontano e saltando attraverso cerchi infuocati posti a distanza sempre maggiore. Il clima diventa incandescente – e non solo per la presenza del fuoco – e il pubblico (in prevalenza indiano) mostra di apprezzare molto queste acrobazie. Gli atleti sembrano sempre in pieno controllo della situazione anche se rischiano in più di una occasione di arrostire qualche parte vitale del proprio corpo.
Il fuoco è protagonista anche nel finale spettacolare: nel buio più totale entra in scena un artista che inizia a roteare intorno a sé un corda ai cui vertici sono poste due palle infiammate. E’ un esercizio estremo di perizia e velocità, volto, da una parte, ad evitare scottature, e dall’altra a produrre l’effetto scenico più spettacolare, ovvero una miriade di scintille che creano un involucro illuminato intorno all’artista.
Ma non è finita. L’ultimo momento di gloria è lasciato agli spettatori. Vengono invitati a costituire un muro di corpi, disposti uno accanto all’altro, via via sempre più esteso, sopra il quale gli artisti compiono un azzardato salto mortale con atterraggio su un materasso ben poco morbido. Ho avuto l’impressione che sia l’evento più atteso della serata perché la partecipazione dei volontari (quasi tutti indiani) è stata fin troppo entusiastica. C’è stato un momento in cui delle persone hanno perfino litigato per contendersi il privilegio di scendere nell’arena e andare a esibirsi!