Ajanta, la galleria d’arte più antica del mondo

Visitare Ajanta dopo esser stati a Ellora (e viceversa) può sembrare una perdita di tempo. D’altronde parliamo sempre di grotte, e a prima vista possono perfino sembrare molto simili. Niente di più sbagliato. E’ vero che i due siti sono entrambi collocati in luoghi remoti e selvaggi; entrambi sono scavati nella roccia nera del basalto; entrambi conservano tesori inestimabili dell’architettura sacra dell’India. Ciononostante non si può fare a meno di visitarli entrambi perché sono uno il complemento dell’altro.

A differenza delle grotte di Ellora, infatti, quelle di Ajanta sono famose perché ospitano alcuni dei più interessanti (e purtroppo appena visibili) affreschi murali dell’arte buddista, molti dei quali considerati capolavori assoluti della pittura classica indiana. Si può dire che le grotte di Ajanta siano una specie di galleria d’arte naturale all’interno della quale è possibile ammirare opere uniche, bellissime, che hanno influenzato l’arte di tutta l’Asia, dalla Cina al Giappone. Vedere per credere.

Una visione delle grotte di Ajanta

Le grotte di Ajanta sono situate in una posizione più distante e isolata rispetto a Ellora. Si trovano infatti a circa 100 chilometri da Aurangabad e necessitano, come già raccontato in questo articolo, di una accurata pianificazione per essere raggiunte e visitate con tutta calma. Per chi arriva al parcheggio ufficiale del sito, è previsto un ulteriore trasferimento da effettuarsi su quella che viene ottimisticamente chiamata “navetta ecologica” che percorre gli ultimi 4 chilometri fino all’ingresso. Sulla carta dovrebbe essere un veicolo elettrico; quando ci siamo andati noi (ma solo al ritorno), si trattava di un vecchio e piuttosto malmesso autobus alimentato a gasolio.

Il sito di Ajanta è più antico rispetto a Ellora ed è esclusivamente buddista. Le prime costruzioni risalgono alla cosiddetta fase Satavahana (II secolo a.C. – I secolo d. C.), le ultime alla fase Vakataka (V secolo d. C.), con ben 400 anni di oblio tra una fase e l’altra. Dopo l’abbandono definitivo del VII secolo, le grotte furono inghiottite dalla giungla e dimenticate, finché nel 1829 un ufficiale britannico, un certo John Smith, le avvistò durante una battuta di caccia.

Ingresso della grotta 1

Le grotte visitabili sono in tutto 30. Una bella fatica, specie se ci si reca in un giorno di festa o durante la stagione calda. Rispetto a Ellora i turisti locali sono molti di più e non sembra che siano particolarmente interessati alle opere d’arte o all’architettura sacra del luogo. L’impressione è che Ajanta sia un ottimo posto dove poter fare una passeggiata con la famiglia e incontrare turisti stranieri a cui strappare un selfie di gruppo, come già raccontato in un altro articolo. E’ stato soprattutto ad Ajanta che siamo stati letteralmente assaliti da intere famiglie desiderose di immortalare l’incontro con lo straniero, meglio se europeo, ancora meglio se biondo con gli occhi azzurri. A me, infatti, quasi nessuno ha chiesto di fare un selfie…

Dicevamo che il sito è piuttosto impegnativo, specie se l’intenzione è quella di vedere tutto. I percorsi sono angusti e molto affollati e in alcuni punti bisogna arrampicarsi per raggiungere le piattaforme sulle quali sorgono i templi. Consiglio quindi di fare una scelta ragionata di ciò che vale la pena visitare e ciò che invece può essere tralasciato. Di seguito segnalo le 4 grotte più celebri, quelle che sarebbe un delitto trascurare.

Interno della grotta 1

La grotta n. 1 è il capolavoro pittorico di Ajanta. Qui si trovano i celebri affreschi dei Bodhisattva Padmapani (colui che tiene il loto) e Vajrapani. La grazia dei tratti e l’uso dei colori naturali sono sorprendenti dopo 1.500 anni. È un Vihara (monastero) con un’imponente statua del Buddha nel santuario interno. La grotta n. 10 è quella che per prima venne scoperta da Smith. Lui stesso ha lascito il suo nome inciso su una colonna. La struttura è austera e imponente, quasi fosse una cattedrale occidentale. La grotta n. 19 è facilmente riconoscibile perché mostra sulla facciata una magnifica finestra a forma di ferro di cavallo. La grotta n. 26, infine è la più famosa di tutte. All’interno c’è l’unica rappresentazione del Mahaparinirvana (il Buddha disteso al momento della morte), una statua lunga 7 metri. Le pareti sono inoltre ricche di rilievi che mostrano le tentazioni di Mara ai danni del Buddha.

Interno della grotta 26

Quanto alla mia esperienza, devo dire che ho faticato alquanto a individuare i famosi affreschi di Ajanta. Un po’ per l’oscurità che domina ogni grotta, un po’ per la ressa di gente davanti a ogni vero o presunto capolavoro, sono riuscito a osservare ben poco rispetto a quanto c’era da vedere. La maggior parte delle pitture sono appena riconoscibili, alcune in avanzato stato di degrado: i famosi colori di Ajanta si possono solo apprezzare sulle cartoline o sulle riproduzioni photoshoppate. Ad ogni modo, l’esperienza di poter ammirare affreschi realizzati in tempi così remoti è qualcosa di impagabile.

A proposito di queste pitture rupestri, occorre fare una precisazione “tecnica”. A differenza degli affreschi europei (come quelli di Giotto), dove il colore è applicato sull’intonaco fresco, ad Ajanta si usò la tecnica del “fresco secco”. Ecco in che consiste. Gli artisti stendevano sulla roccia viva uno strato di argilla mescolata a sterco di mucca, pula di riso e fibre vegetali. Sopra questo applicavano un ulteriore strato di calce bianca. Su questo “foglio bianco” iniziavano a dipingere, utilizzando pigmenti vegetali naturali come l’ocra gialla, la terra rossa, il verde malachite, ecc.. Tale stratificazione di elementi ha permesso ai colori di legarsi profondamente al supporto sottostante e restare brillanti per più di mille anni, salvaguardando al contempo gli affreschi dall’umidità della giungla.

Un affresco della grotta 1

Un altro aspetto che ho notato è che, malgrado le grotte siano in sostanza monasteri buddisti, e quindi luoghi sacri per eccellenza, i dipinti celebrano spesso scene di vita terrena, a volte molto profani, per così dire, come dimostra l’immagine sopra. Nelle scene che raccontano le vite precedenti del Buddha si possono individuare facilmente corti lussuose, gioielli, acconciature elaborate, tessuti trasparenti e vagamente sexi. In alcuni ambienti sembra aleggiare un’atmosfera erotica che sembra cozzare con la sacralità un po’ lugubre del posto.

Interno della grotta 10

Infine, un paio di consigli pratici su come visitare le grotte di Ajanta. In primo luogo, tutte le cavità sono quasi al buio. Non solo perché naturalmente prive di luce, ma anche per proteggere i dipinti: infatti all’interno è severamente vietato usare il flash. È consigliabile portare una piccola torcia (ma non puntarla direttamente sui murales) o pagare la piccola tassa per l’accensione delle luci interne dove permesso. Quasi ogni grotta è considerata a tutti gli effetti un luogo sacro, per cui è obbligatorio togliersi le scarpe prima di varcarne l’ingresso. Quindi consiglio di portare scarpe facili da sfilare (sandali o infradito, anche se in alcuni casi sarebbe meglio disporre di scarpe da trekking) o indossare dei calzini spessi per camminare sulla roccia calda e polverosa.

 

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