Notte nel deserto a Merzouga: cosa aspettarsi

Trascorrere una notte nel deserto è l’esperienza più appagante che si possa vivere in Marocco. Se poi avviene dopo aver attraversato le dune di sabbia a dorso di un dromedario, come un novello Lawrence d’Arabia, allora diventa quasi un’avventura epica. Per questo centinaia di agenzie di viaggio, locali e non, inseriscono sempre il pernottamento in una tenda beduina nei loro itinerari di viaggio. Tutto sembra perfetto, o quasi. Non sempre le cose vanno come le descrivono i depliant turistici. La realtà, a volte, può essere leggermente più complicata, per non dire fuorviante. Ma ciò non toglie che passare una notte tra le dune del deserto, una volta arrivati fin laggiù, è un obbligo morale al quale non bisogna sottrarsi.

Innanzitutto bisogna prendere contatto con l’agenzia locale che ci porterà nel deserto. Ce ne sono moltissime, come si può immaginare, molte delle quali hanno un sito web decente e un’organizzazione inappuntabile. Si possono prenotare escursioni di vario tipo e durata, sia online, sia tramite agenzie di Marrakech o alberghi specializzati.

La stragrande maggiornanza degli operatori della zona sono però semplici beduini che possiedono un cammello o due e si improvvisano guide turistiche. Per chi non ha una prenotazione, dovrà vedersela con loro, perché appena arrivati nei pressi della cittadina verrà letteramente preso d’assalto da procacciatori che tenteranno, con modi più o meno spicci, di convincerti che loro offrono il servizio migliore, che conoscono i luoghi più belli e meno battuti e che le agenzie online ti fregano solo i soldi.

Questa fase è, inutile dirlo, la più complicata, specie per chi, come noi nel lontano 2007, non avevamo la minima idea di come funzionassero le cose laggiù. Arrivammo nei pressi di Merzouga di pomeriggio inoltrato, sperando di trovare una agenzia per realizzare l’escursione la notte stessa. Alla peggio, avremmo cercato un alloggio in zona e pazienza, avremmo rimandato tutto al mattino seguente. Era un programma avventato, lo so, ma avevamo molto tempo a disposizione e poche idee di come impiegarlo.

Come previsto, ci accolse un nugolo di persone che sembrava non aspettare altro. Ci circondarono quando ancora eravamo in movimento, rischiando anche di essere investite, frastornandoci di inviti e offerte nelle più variegate e improbabili lingue del mondo. C’erano anche molti bambini, uno dei quali, il più audace e intraprendente, si aggrappò al mio finestrino e non ci mollò più fino a quando non lo accompagnammo dove i suoi genitori gestivano una specie di B&B, poco distante.

Il posto era dignitoso, le camere erano dotate di doccia e l’accoglienza fu più che gentile. Stremati dall’assalto subìto poco prima e dal caldo (50 gradi all’ombra) accettammo di buon grado di visionare l’offerta che ci proponevano i due fratelli maggiori del ragazzino. Alla fine, avendo contrattato il giusto, ci accordammo sull’acquisto di un pacchetto che prevedeva, nell’ordine:

    1. un po’ di riposo in camera, con tanto di bevande a piacere;
    2. una escursione veloce presso un laghetto dove – ci assicuravano – avremmo visto migliaia di fenicotteri;
    3. la cammellata nel deserto in direzione di un campo beduino posto a pochi chilometri da lì;
    4. la cena a base di prodotti locali e montone;
    5. il pernottamente in una originale tenda beduina;
    6. la sveglia all’alba per vedere il sorgere del sole tra le dune;
    7. il ritorno al B&B e la fine dei servizi.

Come da accordi, la prima escursione prevedeva la visita ad un laghetto poco distante dove, ci assicuravano, avremmo visto centinaia e centinaia di fenicotteri cibarsi placidamente tra giunchi e canneti. Affascinati dalla prospettiva di assistere a un tale spettacolo, ci siamo infilati entusiasticamente nella vecchia e sgangherata Toyota 4×4 che ci mettevano a disposizione e siamo partiti. Dopo pochi minuti, forse 3 o 4 chilometri, di sterrato sassoso, siamo giunti davanti al panorama della foto sopra: una larga e assolutamente vuota pozzanghera battuta da un vento caldissimo come il phon per i capelli (quando viene impostato alla massima temperatura). Il nostro driver, tanto per dare un’idea della situazione climatica, ci ha fatto scendere e si è ficcato sotto l’auto alla ricerca di quel minimo di fresco che l’ombra del mezzo assicurava.

Io e mia moglie siamo rimasti lì, sulle sponde di quel lago corrugato dalle folate di vento, cercando in tutti i modi di scorgere qualcosa di lontanamente simile ad un uccello trampoliere. Ma è stato tutti inutile. A parte qualche pennuto isolato, che svolazzava tra le piante lacustri alla ricerca di insetti, non abbiamo visto altro. Delusi, abbiamo chiesto al driver di ricondurci indietro, dove almeno avevamo diritto a consumare tutte le bevende gassate che volevamo…

Quando il sole si è andato a collocare in una posizione giudicata propizia ad affrontare la traversata delle dune, sono iniziati i preparativi per la partenza. Oggi molte escursioni nel deserto vengono compiute con potenti e relativamente veloci 4×4 o con moto a quattro ruote. Allora non esisteva altro che il dromedario, l’unico mezzo di locomozione sicuro e affidabile in un ambiente che – lo avrei sperimentato di persona la mattina dopo – non era fatto per essere percorso a piedi.

Il cammello viene scelto in base al peso e l’altezza di chi dovrà montarlo. A mia moglie toccò un esemplare femmina di pochi anni, visibilmente più piccolo dei suoi compagni e più mansueto. La posizione in sella, come si vede nella foto, era leggermente diversa da quella sperimentata, qualche anno prima, in Tunisia. In Marocco il dromedario si cavalca come un cavallo, con le gambe a penzoloni ai due lati della bardatura. In Tunisia, invece, ci toccò stare in punta di gobba con le gambe incrociate e poggiate sul collo del povero animale.

A me invece toccò un dromedario più maturo che però, a quanto pareva, avrebbe preferito restare al villaggio e fare tutt’altro, piuttosto che affrontare l’ennesima camminata nel deserto con la groppa occupata. Occorse tutta la bravura del cammelliere, il signore vestito di blu che si vede in foto, per convincerlo ad alzarsi e accodarsi agli altri due. In ogni caso, per tutta la traversata, il mio cammello non fece altro che produrre orribili versi, rigettando e ingoiando continuamene una specie di sacca rossa dalla bocca, e appestando l’aria con peti puzzolenti. Questo strano atteggiamento, poi, ho scoperto cos’è. Si tratta del palato molle del dromedario, un organo che si gonfia e viene estroflesso dalla bocca del maschio. Tale comportamento si verifica quando un maschio vuole attrarre l’attenzione di una femmina; la bava che fuoriesce durante questo processo viene interpretata dalle femmine come un segno della sua virilità. De gustibus…

La scelta delle dimensioni del dromedario è un aspetto vitale che può condizionare, positivamente o negativamente, l’esperienza di monta. Spiego perché. Un cammello piccolo, come quello che toccò a mia moglie, sicuramente è più tranquillo e mansueto degli esemplari più adulti, però ha anche le zampe più corte. Il che significa che, per stare al passo con gli animali più grandi, a parità di velocità deve compiere più passi. Cosa implica questo? Che in alcune situazioni il cammello inizia a trottare, facendo sobbalzare il proprio ospite. La mancanza di una sella con staffe sottopone il nostro organismo ad uno sforzo titanico per ammortizzare gli urti, sforzo che si ripercuote a lungo andare sui lembi e sui fianchi. Con il risultato che, a fine escursione, ci troviamo con la schiena a pezzi, pesti e doloranti.

Torniamo al racconto. Ogni dromedario venne equipaggiato con due borse e una ruvida coperta di lana. Le due borse contenevano 4 bottiglie da 1 litro e mezzo d’acqua. Era la nostra riserva di liquido per l’intera avventura e sulle prime giudicai esagerata tale dotazione. In sostanza si trattava di portarci dietro, in due, 12 litri d’acqua! Posso assicurare che nel deserto, in estate, con 50 gradi di temperatura media, 12 litri d’acqua non sono niente, come ben presto mi sarei accorto… Le due coperte, invece, sarebbero state la base del nostro futuro giaciglio sotto la tenda.

Quando il sole ha iniziato a impallidire a occidente, siamo partiti. Il cammelliere andava a piedi, camminando senza apparente sforzo sui suoi enormi sandali piatti, e teneva con una corda il primo cammello (quello di mia moglie), al quale era agganciato il mio; seguiva il terzo cammello, quello con le provviste e alcuni pali di legno. L’andatura era lenta, misurata, cadenzata dal rumore soffocato degli zoccoli degli animali nella sabbia. Le dune erano ancora lontane ma iniziavano a delinearsi all’orizzonte, mostrandosi in tutta la loro imponenza.

E qui mi è capitato il primo inconveniente: ad un certo punto ho provato una arsura terribile. Sulle prime non ci ho fatto caso: ho aperto una bottiglia d’acqua e ho bevuto a lungo, pensando che sarebbe bastato fino all’arrivo. Invece, dopo circa 5 minuti, avverto di nuovo la bocca asciutta. Di nuovo mi sono attaccato alla bottiglia e mi sono accorto, con una certa inquietudine, che bevevo, bevevo a lungo ma la mia sete non sembrava estinguersi. In breve, dopo neppure 20 minuti di camminata, avevo fatto fuori una bottiglia da un litro e mezzo. Insomma, alla fine della traversata avevo esaurito più della metà della mia dotazione di acqua, e mancava ancora tutta la sera, la notte e la mattina seguente.

Col senno del poi, ho capito cosa mi stava capitando: mi stavo semplicemente disidratando. Il motivo è interamente imputabile al caldo secco del deserto, che è davvero subdolo perché sulle prime non sembra così soffocante come il caldo umido sperimentato in altre parti del mondo. Io stesso mi meravigliavo, sulle prime, che non provassi il disagio accusato, per esempio, in Thailandia o in Cambogia qualche anno prima. Quanto mi sbagliavo! Il calore del deserto ti asciuga dentro, lentamente ma inesorabilmente, e ti costringe ad attaccarti alla bottiglia più spesso di quanto avviene in altre condizioni di caldo analogo. Il segnale che qualcosa non sta funzionando a dovere è che non si suda, neppure una goccia, malgrado i litri di acqua consumati. Quindi, consiglio di non lesinare con la scelta dei liquidi da portarsi appresso: più ne hai, meglio è.

La cammellata è durata un’oretta scarsa, cioè fino al raggiungimento della zona più affascinante, quella delle dune di sabbia. Qua e là si vedevano piccole aggregazioni di tende beduine, delimitate da recinti di serpi in cui venivano fatti riposare i cammelli. Nelle zone più alte ho notato delle persone che si concedevano un benefico bagno di sabbia, come nella foto sopra. A quell’ora, in effetti, la sabbia, pur essendo ancora piuttosto calda, era comunque idonea allo scopo.

La nostra meta finale era composta da una tenda grande e due più piccole. Ci aspettavano alcuni tuareg che subito hanno allestito una cucina da campo e iniziato a cucinare il classico cus cus di montone. Una delle tende, a prima vista piuttosto mal messa, era la nostra dimora notturna, ma in quel momento di esaltazione non abbiamo dato il giusto peso ad alcuni aspetti che avrebbero dovuto metterci in allarme. Ma come potevamo fare altrimenti? Eravano in pieno Sahara, con la prospettiva di trascorrere una nottata irripetibile in una delle zone più iconiche della Terra. Tutto il resto passava in secondo piano.

Purtroppo, mano a mano che scendeva la sera, la mia arsura incontrollabile anziché diminuire aumentava sempre di più. A ciò contribuivano diversi fattori concomitanti, il principale dei quali era che la temperatura non si abbassava minimamente con il procedere dell’oscurità. Avevamo viaggiato poco prima a circa 50 gradi e dopo due ore, con il cielo ormai buio, la morsa del caldo non sembrava volersi allentare. E io avevo fatto affidamente proprio su questa caratteristica del deserto, quella cioè di assicurare temperature più basse durante la notte, per regolare la mia sete. Macché: quella sera di agosto del 2007 la temperatura restò praticamente inalterata tutta la notte!

Di conseguenza, temendo di dar fondo troppo presto alla scorta d’acqua, iniziai a bere il tè che i beduini, generosamente, continuavano a versarsi nei nostri bicchieri. Giunse il momento di mangiare e neppure la carne un po’ stopposa della pecora riuscì a calmare la mia sete. E io continuavo a bere, a volte acqua, a volte tè, e mai una volta, dico mai, ho sentito l’urgenza di orinare. Evidentemene tutto ciò che ingurgitavo si disperdeva da qualche parte del mio corpo prima che potesse raggiungere la vescica.

Anche l’altro momento topico di una notte nel deserto andò a farsi benedire. Dopo cena, infatti, i turisti si sdraiano sui loro tappeti (o raggiugono la cima di qualche duna) per osservare il cielo stellato che laggiù, in mancanza di inquinamento luminoso, è particolarmente dettagliato. Niente da fare: verso sera le nuvole che vedevamo all’orizzonte ci hanno raggiunto nel deserto, hanno progressivamente coperto ogni angolo di cielo stellato e in breve siamo piombati in una oscurità davvero inquietante. In sostanza, quella notte non si è vista neppure una stella. Delusi e un po’ frustrati, abbiamo deciso di lasciar perdere e andare a dormire. E qui è iniziata la seconda parte del mio personale calvario.

Il programma prevedeva di dormire in una vera tenda beduina. La nostra, come si vede dalla foto, non era particolarmente accessoriata, per così dire, e si limitava ad un ammasso di tappeti disposti un po’ a casaccio su pali e supporti incrociati. L’arredamento interno, poi, era piuttosto spartano: due coperte di lana, due sacchi-letto piuttosto malconci, due cuscini che in origine dovevano essere dei recipienti di vimini. Nient’altro. Naturalmente, avevamo la libertà di scegliere se dormire dentro quella catapecchia o fuori, con il cielo come tetto. Tuttavia, date le precarie condizioni metereologiche, preferimmo entrare nella tenda ed accomodarci come meglio potevamo.

La prima parte della nottata l’ho passata girandomi e rigirandomi senza trovare una posizione comoda per dormire. Ma in realtà non era il giaciglio il problema, bensì la quantità smisurata di tè che avevo bevuto quella sera a tenermi sveglio come un grillo. Passavano le ore e niente, non riuscivo a chiudere occhio. Mia moglie, al contrario, russava beatamente come se si trovasse nel suo letto di casa. Quella condizione di veglia vigile, inoltre, sembrava amplificare tutti i miei sensi. Avvertivo il minimo fruscio intorno a me e restavo minuti interi a capire se provenisse da fuori o – orrore! – da dentro la tenda. E ciò non faceva che rendermi ancora più sveglio e vigile, allontanando anche la minima possibilità di prendere sonno regolarmente.

Ho trascorso tutta la notte così, tra lunghi momenti di veglia e qualche raro attimo in cui la stanchezza predeva il sopravvento. Ma durava poco: il minimo rumore bastava a farmi sobbalzare e a ricominciare il ciclo da capo. Solo quando ho intravisto le prime luci dell’alba mi sono addormentato, ma a quel punto i beduini sono venuti a chiamarci perché era il momento di dedicarsi all’ultima fase dell’escursione, ovvero la visione del sorgere del sole tra le dune. Cosa che costringe tutti i turisti ad arrampicarsi in cima alle dune e ad aspettare pazientemente che il disco solare faccia il suo dovere giornaliero. Sempre che non sia nuvoloso, ovviamente, come invece lo era quel giorno.

Ad ogni modo, malgrado le nuvole, sono riuscito almeno a immortalare l’alba nel deserto nella foto sopra. Una magra soddisfazione, devo ammettere, visto quello che avevo passato. Al ritorno alla tenda ho capito a che cosa erano dovuti i fruscii, gli schiocchi, i rumorini sospetti della notte prima. Intorno alla tenda, infatti, ho notato una quantità smisurata di impronte di insetti e animali di varia taglia e genere. Con l’aiuto di un beduino, mi sono fatto indicare quelle più importanti, e ho scoperto che quella notte, intorno al campo, c’è stato un via vai impressionante di animali. Mi ha indicato le impronte prodotte da serpenti, scarafaggi di varia grandezza, topi salterini (topi delle piramidi), qualche gatto e tantissimi scorpioni. Insomma, altro che deserto, quel deserto!

Il tempo di caricare i nostri dromedari con suppellettili e coperte ed eravamo pronti a tornare indietro. Io però, memore dei dolori causati dalla cavalcata del giorno precedente, ho chiesto al nostro accompagnatore tuareg se potevo andare a piedi, almeno un pochino, tanto per sgranchirmi le gambe. Lui mi ha guardato un po’ sorpreso e poi si è fatto una grassa risata. Da quanto ho capito dai suoi gesti, pur non opponendosi alla mia richiesta, riteneva impossibile che potessi percorrere a piedi anche la minima distanza.

E aveva ragione. Fin da subito ho avvertito una insolita difficoltà a camminare su quella sabbia soffice e inconsistente che avevo sotto i piedi. Ad ogni passo affondavo di qualche centimetro ed ero costretto, quindi, ad occupare la maggior parte delle mie energie solo per tirare fuori i piedi dalla sabbia. Di conseguenza, senza neanche accorgermene, rallentavo la mia andatura rispetto a quello dei cammelli e progressivamente perdevo terreno. In breve mi sono trovato distanziato dal gruppo di una cinquantina di metri, accaldato e con il fiato corto, e sempre più impantanato nelle sabbie del deserto. Ho dovuto richiamare il nostro beduino per soccorrermi, lo ammetto, perché ad un certo punto non ce la facevo più. E mi sono dovuto di nuovo appollaiare in cima al mio dromedario che, insensibile ai miei problemi di schiena, aveva preso una andatura più spedita rispetto al giorno precedente. Evidentemene avvertiva l’odore di casa e di tutte le sue delizie (femmine comprese).

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