Un’escursione di mezza giornata nel Wadi Rum è il modo perfetto per vedere i punti più scenografici del deserto. Ma non è una esperienza da prendere alla leggera. Il Wadi Rum, specie in estate, è un forno a cielo aperto in grado di asciugare ogni stilla di umidità del nostro corpo in pochi istanti. Pochi coraggiosi – o sarebbe meglio dire incoscienti – scelgono di prolungare la visita oltre il giorno solare. Alcuni si sottopongono all’autentica ordalia di un trekking di due giorni e una notte, per provare il brivido (si fa per dire) dell’avventura e quella dose esagerata di inconvenienti che non deve mancare mai in queste circostanze.

Ad ogni modo, per chi non è un professionista dell’escursione estrema o un esperto di geologia, una visita al Wadi Rum che duri il tempo strettamente necessario per farsi un’idea, sia pure sommaria, è più che sufficiente. E i tour operator locali lo hanno capito benissimo, perché quasi tutti offrono un pacchetto che comprende, invariabilmente, un tour di 4-5 ore, da effettuarsi preferibilmente nel pomeriggio, con tappa finale per ammirare il sole che si va a coricare tra le montagne di arenaria.
I luoghi da raggiungere, in questo lasso di tempo, non sono poi così distanti l’uno dall’altro, non almeno da lasciarti troppo tempo in balia del fuoristrada (mai troppo ammortizzato) e del vento caldo del deserto, che ti toglie anche il respiro. Si tratta quindi di un tour semplice, veloce e soprattutto indolore. In questo modo hai la sensazione di aver vissuto un’esperienza fantastica e irripetibile, in un luogo mitico, estremo, leggendario, senza aver sofferto più di tanto i disagi dell’avventura. Le guide locali, da parte loro, ottimizzano i tempi e riescono ad effettuare più escursioni in giornata (guadagnando ovviamente di più).

In genere le carovane di fuoristrada si radunano tutte vicino al villaggio dopo aver prelevato i clienti dai vari alberghi della zona. In alcuni casi, il primo trasferimento dell’escursione comprende proprio la raccolta di tutti quei turisti che hanno scelto di pernottare in resort più remoti, alcuni davvero fuori mano. La prima tappa, pensata più che altro per far acclimatare i turisti all’arido clima del deserto, è la cosiddetta Lawrence’s Spring (la sorgente di Lawrence), un punto di ritrovo con alcune tende dove è possibile fare rifornimento di acqua e bere un tè caldo. In realtà si tratta di un punto storico, perché si dice che il famoso avventuriero inglese si sia lavato qui, dopo giorni di cammino nel deserto, durante la Rivolta Araba contro l’Impero turco. Su una parete di roccia sono visibili antiche incisioni e iscrizioni nabateee.

La seconda tappa è quasi sempre la cosiddetta Casa di Lawrence. Di questa casa, in effetti, rimane ben poco: un paio di muri diroccati e una finestra. Il tutto addossato ad una enorme collina di arenaria dal colore rosso vivo. E’ proprio questa parete che bisogna scalare per ammirare probabilmente il più spettacolare panorama di tutto il Wadi Rum. E’ una arrampicata facile, devo ammettere, anche se non proprio alla portata di tutti. Però la ricompensa, ripeto, è impagabile. Si cammina sul bordo dello sperone di roccia e si raggiunge uno slargo da cui è possibile ammirare una vista a 360 gradi sul deserto. Come si vede nella foto sopra, il terreno è disseminato di “ometti di pietra” (Cairns), piccole torri di pietre piatte impilate dai viaggiatori nel corso degli anni. E’ una tradizione che ogni visitatore (me compreso, lo ammetto) non può fare a meno di assecondare.

La terza tappa fissa è il famoso ponte di roccia Umm Fruth, di cui ho già parlato, e quindi non mi dilungo oltre. Dirò soltanto che è questa, in genere, è la tappa che richiede una sosta più prolungata. La ragione è duplice: da un lato, si tratta in effetti dell’area più lontana dai resort turistici, perlomeno in questa parte del deserto; andare oltre comporterebbe un dispendio di tempo, gasolio ed energie che né le guide locali né i turisti sono disposti a sopportare. L’altra ragione, più prosaica, risiede nel ritardo che inevitabilmente si accumula quando tutti, o quasi, vogliono affrontare l’ascesa all’arco di roccia. Non c’è verso di dissuadere i turisti dall’affrontare quella che, come ho già raccontato, per me rimane un’operazione rischiosa. Le file si allungano così come i tempi. Non è raro, infine, vedere i vari autisti andare a cercare ansiosamente i propri clienti per indurli a scendere e raggiungere la jeep.

Il tragitto di ritorno prevede ancora due soste. Il primo, colpevolmente trascurato dalla maggior parte di turisti, è il Khazali Canyon, un altro massiccio di arenaria disseminato di graffiti preistorici. Sono pochi quelli che si avvicinano alla piccola balconata creata per ammirare più da presso questi antichi disegni; i più restano in auto, al riparo dal sole, e scattano fotografie al sole che cala e alle colonne di cammelli che, dopo aver fatto il loro dovere giornaliero, tornano alle loro stalle.

La seconda tappa è forse la più divertente. Si tratta della sosta presso le Dune di Al Ramal, meglio conosciute come le Dune di sabbia rossa. Qui è possibile praticare due attività che il poco tempo rimasto, purtroppo, rende concorrenziali. Da una parte, come si intravede nella foto sopra, si può decidere di scalare la duna a piedi nudi fino alla cresta. Una volta arrivati in cima il panorama ripaga della fatica. Per scendere, non c’è problema. Alcune guide portano appresso delle rozze tavole di legno (o di plastica) simili a quelle da snowboard. In questo modo i turisti possono praticare il “sandboarding”, ovvero la discesa della duna sulla tavola.

L’altra opzione si trova proprio di fronte alle dune. Qui un lungo sentiero pietroso conduce verso una spettacolare spaccatura della montagna, uno strettissimo Canyon che sembra una ferita della terra. E’ una passeggiata davvero affascinante, che diventa sempre più straordinaria man mano che le pareti iniziano a stringerti su di te. Alla fine si arriva in un punto in cui è necessario iniziare ad arrampicarsi per proseguire. Il passaggio è ormai strettissimo, non più largo di due metri, e cosa ancor più emozionante, sembra continuare ancora per parecchie centinaia di metri. Inutile dire che non ho avuto il coraggio di andare oltre. La scalata sembrava francamente difficoltosa e comunque il tempo era ormai scaduto: già vedevo il mio autista agitarsi perchè non ero ancora tornato indietro.

Infine il gran finale: il tour termina in un’area specifica del deserto (spesso chiamata Sunset Area) posizionata strategicamente per vedere il sole scendere dietro le montagne di arenaria. Qui, le guide beduine solitamente preparano il tradizionale tè sul fuoco mentre i colori del deserto passano dal rosso fuoco all’arancio e al viola. E’ il momento forse più emozionante di tutta l’escursione. Devo dire che sono stato fortunato perché ho assistito ad un fenomeno davvero inusuale, specie in un deserto. In lontananza è apparso un gran nuvolone che immediatamente, come si nota nell’immagine di copertina di questo post, si è tramutato in una cateratta di pioggia torrenziale. Ma nessuno di noi ha corso il rischio di inzupparsi: faceva talmente caldo che le gocce di pioggia evaporavano prima di raggiungere il terreno!