Inserito come tappa irrinunciabile di qualsiasi tour, la visita all’arco di pietra di Umm Fruth è forse il momento più appagante dell’escursione nel Wadi Rum giordano. Si tratta di un magnifico esempio di arco naturale (o “finestra” di roccia) formatosi nel corso del tempo per cause naturali: l’erosione del vento, carico di miliardi di particelle di sabbia abrasiva, l’azione delle infiltrazioni d’acqua, i movimenti del terreno. Il risultato è un ponte di pietra slanciato ed elegante, che si staglia contro il cielo azzurro e lo sfondo di montagne massicce e antichissime.
L’escursione standard nel Wadi Rum prevede di arrivare in vista dell’Umm Fruth quasi sempre nel pomeriggio, meglio se inoltrato. Il motivo è duplice: da una parte, l’arco si trova alla fine del tour classico di mezza giornata effettuato in 4×4; dall’altra, il luogo richiede una sosta più prolungata rispetto a tutte le altre previste dal programma, un po’ per consentire ai driver di prendere fiato, molto per lasciare ai turisti l’opportunità di effettuare l’attività più gettonata di tutta l’escursione: l’arrampicata in cima all’arco. Attività che – come è facile intuire – è meglio intraprendere quando la temperatura inizia a calare e il sole è più basso all’orizzonte.
Ebbene sì, ciò che attrae i turisti come mosche sul miele è proprio la possibilità di poter scalare la parete di roccia che conduce all’arco, camminarci sopra qualche minuto, scattare gli immancabili selfi o farsi riprendere dal basso dagli amici, e poi tornare giù appagati da tale esperienza. Una impresa che, a sentire le guide giordane, sembra alla portata di tutti, ma non è esattamente così. Anzi, visto che ci sono, faccio un appello a tutti coloro che hanno intenzione di affrontare la scalata: non fatelo, non è per niente sicuro e ci vuole davvero poco per sfiorare la tragedia. Adesso spiego perché.
La struttura dell’arco, innanzitutto, è di 20-25 metri dal suolo al punto più alto della curvatura interna dell’arco; 15-20 metri tra i due pilastri di roccia che lo sorreggono. Lo spessore della roccia, nel punto più alto dell’arco, si assottiglia a non più di un metro e mezzo di larghezza. Questi dati dovrebbero quindi rendere l’idea di quanto sia pericoloso avventurarsi su questo ponte di pietra sospeso nel vuoto. Ma volendo essere ancora più diretti, descrivo brevemente come si svolge l’arrampicata, fase per fase.

C’è solo un modo per arrivare in cima. E’ breve, emozionante ed estremamente pericoloso, a mio modo di vedere. Consiste nel seguire la scalinata incisa nella roccia che si vede nella foto sopra (punto 1). Non si tratta di una vera e propria scalinata, come è facile capire, ma di una serie di incisioni, grossomodo equivalenti a orme di piedi, prodotti non si sa in quale epoca (ma non credo in tempi remoti). Basta piazzare i propri piedi in queste scanalature e aiutarsi con le mani, ed è fatta, si raggiunge agevolmente il punto 2. Tuttavia, se salire non sembra comportare troppe difficoltà, scendere è tutt’altra storia: gli scalini incisi, infatti, non possono garantire la stessa stabilità in discesa di quanto lo facciano in salita, e quindi è facile assistere a delle scivolate, a volte controllate, più spesso rovinose, sul proprio fondoschiena, che producono allo stesso tempo danni materiali (ai calzoni) e sonore risate di gruppo.
Giunti al punto 2, occorre muoversi con molta cautela verso destra (punto 3), rasentando la parete rocciosa e cercando di non mettere il piede in fallo. Anche questa non è una pratica da poco: lo spazio di manovra, come da immagine, è ridotto al minimo ed occorre anche fare i conti con il fatto che, spesso, proprio in quel punto si creano le file più lunghe. Molte persone, infatti, si rendono conto solo allora di quanto sia stata avventata la scelta di avventurarsi fin lassù – e non siamo neppure a metà strada! Restano abbarbicati alla roccia senza sapere cosa fare: andare avanti? Tornare indietro? Nel frattempo la gente dietro di loro aumenta e il malumore pure. Non è una sopresa quindi assistere a dei repentini dietro-front che di fatto intasano il percorso e lo rallentano ulteriormente.
Il tragitto indicato nel punto 3 conduce ad una strettoia, poco visibile nella foto, che è il punto 4 dell’immagine. Si segue un percoso piuttosto accidentato (e stretto) che si inerpica per pochi metri fino alla sommità della roccia (punto 5). Da qui in poi sembra tutto più facile, se non fosse che ci troviamo a 20 metri di altezza e sotto di noi c’è l’abisso. Alcune persone si accontentano di essere giunti fini quassù, beandosi del panorama e riposandosi un poco, in vista dell’altrettanto impegnativa discesa. Il ponte di pietra si erge di fronte, più esile e sottile di quanto sembrava dal basso, e per questo ancora più terrificante.

In effetti, rispetto a quanti iniziano a scalare il jebel (così si chiamano le montagne di arenaria del Wadi Rum), sono pochi coloro i quali decidono di compiere l’ultimo passo, il più pericoloso e allo stesso tempo il più gratificante di tutta l’impresa: camminare sull’arco di pietra. Molti, come detto, si accontentano di osservarlo da lontano. I più ardimentosi, al contrario, si mettono in fila per camminarci sopra e scattare il selfie della vita. Alcuni si fanno riprendere mentre saltano, cosa che a me, che li osservavo dal basso, ha fatto raggelare il sangue più di una volta. Sarebbe bastato poco, un passo falso, uno scivolone imprevisto, una spinta provocata dalla folla, e la caduta sarebbe stata inevitabile.
Eppure, malgrado l’evidente pericolosità di quella pratica, nessuno sembrava scoraggiarla. Nè le guide locali, che si prodigavano al contrario per convincere i più riottosi a salire per poi immortalarli dal basso con uno scatto epico; nè i pochi addetti alla sicurezza, che se ne stavano pigramente all’ombra mostrando poco o nullo interesse per quanto avveniva intorno al loro. Gli stessi turisti sembravano apprezzare in modo francamente esagerato la componente di rischio che la salita comportava. Era come se lì, in Giordania, i freni inibitori si fossero improvvisamente allentati, e con essi anche la percezione del pericolo e una significativa dose di buon senso. D’altronde, se lo fanno tutti e nessuno lo proibisce, evidentemente non è così pericoloso come sembra.
Mi auguro che questa pratica venga interrotta, o comunque scoraggiata, prima che ciò avvenga a seguito di una tragedia.