Aqaba in agosto: primo traumatico contatto

Il momento più difficile è senza dubbio quando si scende dall’auto. La piacevole frescura dell’aria condizionata lascia il posto ad un caldo torrido, implacabile, che mozza il respiro. E’ questa la prima sensazione, la più duratura e spiacevole, che ricordo del mio arrivo ad Aqaba. Un inferno in terra, letteralmente. Il calore sembra provenire da ogni angolo della città, dall’asfalto, dal cielo, dalle pareti delle case. E’ come trovarsi un una sauna finlandese, ma senza la possibilità di scappare fuori per rinfrescarsi con una doccia gelata.

Il lungomare di Aqaba

Visitare Aqaba in agosto, pertanto, è un’impresa da folli (o disperati). O l’unica alternativa per chi, come me e mia moglie, possiamo viaggiare solo a feste comandate.  A dire il vero, avevo inserito Aqaba nel mio itinerario di viaggio malgrado mi fosse stato espressamente sconsigliato. Il mio amico Angelo, che ci era andato l’anno prima (ma a luglio) aveva descritto quei due giorni di permanenza come i più difficili di tutto il viaggio. La ragione per cui desideravo andare ad Aqaba invece era banale, se vogliamo, e un pochino infantile. Desideravo tornare a immergermi nel Mar Rosso, dopo l’esperienza del 2012 in Egitto. Ricordavo un mare fresco, cristallino, perfettamente in grado di mitigare il caldo estremo dell’ambiene esterno. Sarebbe stato sufficiente per non farci arrostire vivi, ne ero sicuro.

Le prime avvisaglie che non sarebbe andata proprio in questo modo le abbiamo provate non appena messo piede ad Aqaba. Il nostro albergo, di cui parlerò diffusamente in un altro post, ci costringeva ad aspettare l’orario prefissato per il check-in. Cosa potevamo fare, nel frattempo? L’idea è stata quella di andare a bere subito un bibitone alla menta, pieno di ghiaccio, per rinfrescarci un poco. Il bar in cui ci siamo rifugiati aveva una tettoia coperta con una serie di ventilatori a soffitto che giravano vorticosamente. Inutile dire che non rinfrescavano per niente. La sensazione di trovarsi in un forno, nel pieno delle sue funzioni, si accresceva sempre di più man mano che ci approssimavamo al mezzogiorno.

La città israeliana di Elat

Era un caldo così debilitante da sconsigliare qualsiasi movimento che non avesse una motivazione inattaccabile. Al contrario, invece di ridurre i nostri movimenti al minimo, ci siamo concessi perfino una passeggiata sul lungomare, tanto per dare un’occhiata alla spiaggia e vedere se e come era balneabile. La camminata non ci ha portato molto lontano, in verità, ma ci ha permesso di ammirare un panorama spettacolare, con la città di Aqaba alla nostra destra e in fondo, appena velata dalla nebbia, la città israeliana di Elat.

Il mare era a pochi passi, limpido e cristallino: sembrava invitarci a toglierci maglietta e pantaloni e precipitarsi tra le sue onde. Ciò che ci bloccava, a parte l’ovvia impraticabilità della cosa, era la strana circostanza che nessuno faceva il bagno. Solo due signore, vestite di tutto punto, si crogiolavano a due passi dalla riva con metà del corpo immerso nell’acqua. A parte loro nessun altro, neppure un bambino.

Non sapendo cosa fare, escludendo a priori l’idea di tornare nel bar, abbiamo deciso di spendere quel tempo morto in maniera più proficua, perlomeno dal punto di vista culturale. Ci siamo recati alla famosa Fortezza di Aqaba, o Castello Mamelucco, uno dei monumenti più rappresentativi di architettura militare mediorientale. La fortezza si presenta come un imponente complesso in pietra a pianta quadrangolare. Inizialmente rinforzata da torri poligonali, queste vennero parzialmente ricostruite assumendo una forma semicircolare e rotonda a seguito di successivi interventi ottocenteschi.

L’ingresso della Fortezza di Aqaba

L’ingresso è gratuito. Una volta varcato il maestoso portone, si entra in quella che un tempo doveva essere una piazzaforte molto ben difesa. Dietro le mura, infatti, la struttura si sviluppa su due piani che ospitavano le stanze per i soldati e per i viaggiatori. All’interno si trovano anche i resti di una moschea lungo la parete sud, con la nicchia del mihrab (che indica la direzione della Mecca) ancora parzialmente visibile. E’ questo, in realtà, il posto più all’ombra dell’intero edificio e non è raro trovarci turisti, storditi dal caldo, che cercano riparo dal sole anche sotto la più insignificante zona d’ombra disponibile.

La Fortezza di Aqaba è celebre per essere stata al centro di uno dei momenti cruciali della cosiddetta Rivolta Araba, durante la pima guerra mondiale. Nel luglio del 1917 le forze arabe guidate da Sharif Hussein e da Laurence d’Arabia, espugnarono la fortezza strappandola ai turchi ottomani. Purtroppo, durante i combattimenti, il bombardamento operato dalle navi inglesi sulla fortezza ne hanno distrutto tutta la parte occidentale e la torre di nord-ovest, di cui resta una misera rovina.

Il cortile interno della Fortezza di Aqaba

Anche la visita alla fortezza richiede un notevole sforzo di adattamento al caldo e all’afa. Bisogna calibrare bene le energie, perché a quelle latitudini anche una semplice ascesa di 4 scalini diventa più pesante che scalare una montagna. Per questo consiglio di non fare come noi, che l’abbiamo affrontata all’una e mezza di giorno, rischiando davvero di prenderci una insolazione memorabile. Più opportuno rimandarla al pomeriggio, meglio ancora alle prime luci dell’imbrunire, quando l’atmosfera si fa meno torrida ed è possibile – ma con cautela – concedersi quattro passi rigeneranti.

Le quattro ore trascorse praticamente quasi sempre al sole ci hanno davvero debilitato, devo ammetterlo. Quando siamo riusciti finalmente a prendere possesso della nostra camera, ben provvista di ogni confort e soprattutto di un impianto moderno di aria condizionata, non ci siamo più mossi fino a sera, e solo perché eravamo oramai a digiuno dalla mattina e avevamo una fame da lupo. Quel primo contatto con il clima proibitivo di Aqaba ha condizionato il resto della permanenza che, nel nostro caso, è stata di ben tre giorni. Ma di questo ne parlerò più oltre.

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