Con i suoi 3700 e rotti, il Teide può sembrare la meta inarrivabile per eccellenza. In effetti, a guardarlo da sotto, il vulcano più alto della Spagna si presta poco alle banali scampagnate da turisti in gita a cui sono abituati la maggior parte dei vacanzieri. Il Teide è una piccola impresa da pianificare con cura, specialmene se l’intenzione è quella di arrivare in cima, o perlomeno raggiungere l’ultima stazione prima del cratere principale. Serve un minimo di preparazione e – soprattutto – molto tempo a disposizione. Quindi scordatevi la “scappata e via” da mezza giornata e iniziate a programmare con cura la salita al Teide che, posso assicurare, vale assolutamente la fatica e i sacrifici per realizzarla.
In verità, solo avvicinarsi alle sue pendici è un’impresa tutt’altro che semplice. Il vulcano si vede quasi ovunque, a Tenerife, incombe su coste, colline, pianure e valli dell’isola: sembra obiettivamente a portata di mano, ma non è così. Situato nel Parco Nazionale del Teide, dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO, il Teide è solo il punto centrale di una vasta area caratterizzata da crateri spenti, colate di lava solidificate e formazioni rocciose erose dagli elementi che creano scenari quasi extraterrestri. Il tragitto per raggiungere i confini di questo parco, come ho raccontato in questo post, è già di per sé un’avventura. Arrivati all’interno del parco, però, la meta finale, il vulcano, appare ancora troppo distante per poter cantare vittoria. Per questo insisto col raccomandare di dedicare alla visita almeno un giorno intero.

A rallentare il tragitto contribuisce anche la bellezza selvaggia e primordiale della natura. E’ praticamente impossibile non cedere alla voglia di fermarsi in una delle numerosissime piazzole di sosta, scendere dalla macchina e scattare foto a raffica a panorami che sembrano le scenografie di film di fantascienza. E in effetti, in alcuni punti la disposizione delle colate raffreddate e delle rocce assume un colore più rossastro, creando in qualche modo un paesaggio marziano; in altri, il terreno è più scuro, quasi antracite, e sembra di trovarsi a passeggiare sulla luna… Insomma, le occasioni di realizzare ottime foto sono innumerevoli, garantite anche dall’eccezionale qualità della luce e dalla bassissima umidità.

La destinazione finale è un vasto parcheggio collocato appena al di sotto di un massiccio edificio rosso da cui fuoriescono dei fili metallici. Si tratta della famosa Funivia del Teide (2356 metri), il modo più semplice e meno faticoso di salire alla stazione La Rambleta, posta a 3555 metri sul livello del mare. I vagoni sono numerosi e garantiscono una certa fluidità negli avvicendamenti, ma in alcuni momenti della giornata la fila potrebbe essere intollerabile. Per questo gli esperti consigliano di prenotare i biglietti online con un certo anticipo, specialmente in alta stagione, e soprattutto di controllare gli orari di funzionamento, perché possono variare a seconda della stagione e delle condizioni meteorologiche. Il costo del biglietto è salato: 40 euro per i non residenti. Un motivo in più per pianificare con cura questa avventura.
La funivia impiega circa 8 minuti per salire alla stazione La Rambleta. Da qui si hanno a disposizione due alternative: o proseguire l’ascesa per gli ultimi 100 metri scarsi e raggiungere il cono; oppure iniziare a esplorare la miriade di sentieri che da quel punto si diramano in tutte le direzioni. Per quanto riguarda la prima opzione, occorre essere in possesso di un permesso speciale rilasciato dal Parco Nazionale. E’ un permesso gratuito, ma data l’elevata domanda, deve essere richiesto con molto anticipo, anche diversi mesi prima.

La seconda opzione, quella scelta da me e mia moglie, è forse la più soddisfacente. I sentieri sono davvero molti, non tutti francamente così accessibili come dicono le guide, ma sicuramente molto interessanti, perché consentono di avere alcune visioni del parco e, nei momenti più limpidi, dell’intera isola di Tenerife, da mozzare il fiato. Ce ne sono per tutti i livelli di difficoltà: da semplici passeggiate attorno al rifugio a percorsi di diverse ore che esplorano l’impressionante paesaggio vulcanico circostante. C’è perfino una via alternativa per scendere giù, al punto di partenza, adatto ai più impavidi e preparati fisicamente. Devo dire che ho visto non pochi coraggiosi intraprendere questo sentiero.
Ma come affrontare questa salita nel modo più adeguato? Innanzitutto, curare l’abbigliamento. Anche in estate, l’altitudine significa temperature più basse e venti forti. Quando ci andai io, la temperatura alla Rambleta non superava i 10 gradi al sole. Quindi è consiglibile vestirsi a strati: una t-shirt, una felpa media e una cerata anti-vento. All’occorrenza, si può fare a meno di uno o più capi di abbigliamento, ma occorre essere pronti a rivestirsi, e in fretta, quando le condizioni meteo cambiano repentinamente.
Inoltre, la radiazione solare a 3 718 metri è molto intensa, quindi è meglio usare una protezione solare, occhiali da sole e un cappello, possibilmente anti-UV. Per quanto riguarda le calzature, le scarpe da trekking sono praticamente d’obbligo, visto lo stato accidentato dei sentieri. Ma anche una solida scarpa da ginnastica, preferibilmente con suola spessa, può andare bene. Ho visto una coppia di giovani turisti russi che sono arrivati alla Rambleta in short e t-shirt, senza alcun tipo di protezione o di abbigliamento adeguato. Lei indossava perfino delle scarpe con tacchi da parecchi centimetri: lui, palestrato e abbronzato da fare invidia, calzava delle semplici infradito! Inutile dire che sono rimasti bloccati al rifugio, intirizziti e innervositi, finchè non ne hanno potuto più e sono tornati alla base.
Quando si affrontano camminate in altura, con bassa umidità e forte irradiazione solare, è obbligatorio bere moltissimo. L’atitudine e l’aria secca disidratano moltissimo e possono causare malori, vertigini o anche svenimenti. Quindi portarsi dell’acqua in abbondanza. Anche nutrirsi adeguatamente è importante quando si affrontano prove del genere. All’interno del Parco non ci sono molti posti dove mangiare, quindi è bene pensarci prima e avere a portata di mano qualche snack, come crakers o biscotti.

Infine, attenzione al mal di montagna. Gli oltre tremila metri del Teide non sembrano molti ma posso garantire che qualche effetto negativo comunque lo scatenano. Il primo sintomo, il più comune e meno preoccupante, è il fiato corto: alcuni movimenti che normalmente non ci danno alcun problema, a quell’altitudine diventano pesanti, grevi, ci tagliano il fiato. Ci costringono a fermarci e riposare più spesso di quanto siamo abituati a fare. Altri sintomi, più gravi, sono il mal di testa persistente, la nausea, la sensazione di avere le gambe molli. Tutti elementi che, alla lunga, possono rovinare l’escursione e renderla perfino insopportabile. In questi casi è meglio rinunciare e scendere di quota immediatamente.