Sulle sponde del lago Inle, in Myanmar, si tramanda da generazioni un’attività artigiana davvero particolare: la lavorazione della seta di loto. E’ una delle tradizioni probabilmente più rare e affascinanti del Myanmar, che unisce da sempre la devozione spirituale buddista per il fiore acquatico e la maestria unica, quasi magica, degli artigiani locali. Il risultato sono dei tessuti, vestiti, drappi, sciarpe e qualsiasi altro tipo di indumento realizzato con le fibre ricavate dal gambo del loto.
Non è una tradizione antica, per quanto le guide locali provino a farlo credere. Si tratta in realtà di una scoperta fatta quasi per caso all’inizio del XX secolo da una tessitrice del villaggio su palafitte di Inpawkhon, situato proprio al centro del lago Inle. La signora notò che spezzando gli steli del loto si potevano ricavare dei sottili filamenti resinosi piuttosto resistenti. Decise quindi di provare a estrarre quelle fibre, una per una, e utilizzarle per tessere un mantello sacro da donare al monastero locale. Un’opera titanica, effettuata cogliendo e lavorando centinaia di migliaia di steli di loto, per poi filare le fibre e tessere il manto. Il tutto in quasi un anno di lavoro.
Che sia una storia vera o leggenda non importa. Oggi l’arte della tessitura del loto è una pratica consolidata, famosa in tutto il mondo, tanto da essere utilizzata per confezionare capi di sartoria di eccellenza dalle maggiori case d’alta moda europee. Ma all’inizio, la fibra del loto serviva solo a confezionare abiti di monaci e rivestimenti delle immagini del Buddha. Un uso unicamente devozionale, quindi, senza fini di lucro.

Nel 2011 fummo condotti in un piccolo opificio locale, a condizione per lo più familiare, per assistere alla realizzazione dei vestiti di loto seguendo tutto il processo di produzione. La prima parte del lavoro è infatti quello di raccogliere gli steli del loto, che spuntano tra le ninfee in gran numero sul lago Inle. La raccolta avviene preferibilmente durante la stagione delle pioggie perché allora è possibile trovare steli più lunghi e robusti.
Entro tre giorni dalla raccolta si procede all’estrazione dei filamenti. Le tessitrici praticano una incisione longitudinale lungo lo stelo e lo spezzano delicatamente. Tirando le due estremità ecco che emergono sottili filamenti appiccicosi che vengono prontamente separati l’uno dall’altro come si vede nella immagine di copertina di questo post. Una volta separati, ma quando non sono del tutto asciutti, i filamenti vengono uniti a gruppi di 5-6 e arrotolati a mano su una superficie inumidita, unendoli così in un unico filo sottile ma robusto. Si calcola che sono necessari tra i 120 mila e i 200 mila steli di loto per produrre il filato necessario a una singola veste tradizionale.

Il filo grezzo appena ottenuto viene arroccato tramite arcolai dozzinali, spesso ricavati da ruote di biciclette dismesse. Il tutto viene poi tinto con pigmenti naturali ricavati da cortecce, semi, molluschi o minerali locali. La tessitura avviene come per qualsiasi altro tipo di tessuto, ovvero su telai tradizionali di legno. Il risultato è un tessuno soffice, resistente, elastico e particolarmente rugoso al tatto. Una volta terminata la tessitura, gli abiti vengono asciugati al sole (quando c’è) e in questo modo i colori si fissano in modo indelebile.
Le piccole attività artigianali che fioriscono sul lago Inle sono specializzate nella produzione di sciarpe e mantelli di loto. Sono questi capi che i turisti cercano e acquistano di più, anche perché facilmente trasportabili. I costi sono piuttosto salati, è vero, ma occorre sempre tenere presente che sono produzioni interamente fatte a mano, che impiegano tempo, energie e molta pazienza per essere realizzate. Io stesso acquistai una sciarpa grigia che, sul momento, mi sembrò costosissima (ma la pagai con carta di credito, evento più unico che raro, allora, in Myanmar). Adesso sta nel mio armadio, praticamente inutilizzata; il loto sarà anche un tessuto ecologico e originale, ma purtroppo è dannatamente pruriginoso, quindi poco adatto ai nostri delicati colli occidentali.