L’arte della laccatura tradizionale a Bagan

Uno degli obblighi a cui devi sottoporti quando visiti il Myanmar con un tour operator locale è la visita alle attività artigianali locali. Non c’è verso di sottrarsi a tale prassi, anche se lo metti in chiaro fin dall’inizio. Il tour dei negozi è quasi un dovere civico che il turista è tenuto a compiere, possibilmente senza fiatare, in omaggio alla tradizione locale. Pertanto, anche se non ne hai voglia o non ti importa nulla di sapere vita morte e miracoli di quell’insignificante oggetto che ti presentano come se fosse una reliquia sacra, sei costretto a calarti in questa realtà che rappresenta – è bene ricordarlo – il 90% dell’attività commerciale del paese. Quindi bando ai tentennamenti o alle insofferenze snob da turisti ricchi e annoiati: sottoponiamoci alla tortura e facciamo buon viso a cattivo gioco…

D’altronde, i birmani possono vantare una robusta tradizione artigianale che si perde nel passato più remoto. Come ho scritto qui, si sono specializzati nella prodizione di oggetti che per noi sembrano quantomeno inutili, per loro invece sono importantissimi, e guai a non averne uno in casa. E’ il caso dei manufatti rivestiti di lacca prodotti prevalentemente nella regione di Bagan. Qui è nata circa 1000 anni fa una tecnica particolare, unica nel suo genere, che consiste nel rivestire materiali umili come legno, bambu o cartone di un materiale lucido, elegante, flessibile come la lacca.

Al centro di questo processo c’è la linfa dell’albero Thitsi, non a caso chiamato “albero della lacca”. O per meglio dire, la sua resina, estratta dalle foreste del nord del paese. Allo stato naturale, la linfa è di colore grigio, ma a contatto con l’aria si ossida e assume una colorazione nera lucida. La caratteristica peculiare di questa lacca, però, è che non si asciuga per evaporazione, come avviene comunemente per le vernici industriali, ma ha bisogno di umidità, oscurità e soprattutto tempo per indurirsi. Ciò spiega perché ogni pezzo viene lasciato riposare per giorni all’interno di cantine sotterranee umide dopo ogni singola applicazione.

La laccatura tradizionale del Myanmar, chiamata localmente “yun”, diventa quindi una vera e propria prova di ingegno e pazienza. Che richiede una rigorosa sequenza di operazioni per poter dare frutti: un errore in una qualsiasi fase della lavorazione, infatti, potrebbe compromettere l’intero lavoro di mesi!

Il primo step è la creazione dello scheletro dell’oggetto da lavorare. In genere si usano sottili strisce di bambù fittamente intrecciate. Per i pezzi più pregiati (come le tazze da tè), si usano persino crini di cavallo intrecciati insieme al bambù, rendendo l’oggetto così flessibile da poter essere piegato senza spezzarsi.

La seconda fase è quella della stratificazione e asciugatura. La struttura viene rivestita da una miscela di lacca e argilla o segatura per uniformare la superficie. Da notare che l’applicazione della resina viene effettuato a mano per capire subito, al tatto, se rimangono grumi o imperfezioni nell’impasto. Una volta asciugata nella cantina sotterranea, la lacca viene levigata con cura. Questo ciclo (applicazione, asciugatura di una settimana, levigatura) viene ripetuto moltissime volte (a volte fino a 15 volte) fino a ottenere una superficie liscia come seta.

Una volta asciugata, è il momento di disegnare i soggetti che andranno a decorare l’oggetto. E’ un lavoro svolto in prevalenza da donne (come si vede nella foto) e assolutamente a mano libera, utilizzando piccoli coltellini, simili a bisturi, per incidere la superficie ormai dura dell’oggetto. Non mi è sembrato che gli artisti seguissero un bozzetto preliminare o qualche schema precostituito. Tutto ciò che viene disegnato risponde esclusivamente all’estro, la bravura e la professionalità dei lavoratori.

Ultima fase: la colorazione a strati. Si applica il primo colore (tradizionalmente il rosso cinabro) su tutta la superficie, facendolo penetrare solo nelle linee incise. L’eccesso viene rimosso lavando l’oggetto e il pezzo torna in cantina ad asciugare. Per aggiungere altri colori (come il verde o il giallo), le zone già colorate vengono protette con una resina speciale e si ripete l’incisione e la colorazione per il nuovo pigmento.

Quanto ai prezzi, bisogna riconoscere che ci sono oggetti per ogni tasca. Molti opifici si sono perfino organizzati per inviare, via nave o via aereo, al committente i pezzi più ingombranti, come mobili, credenze o tavoli. E in queste attività commerciali, chissà come, spuntano fuori anche i pos e la possibilità di pagare con carta di credito. Noi, nel lontano 2011, trovammo che gran parte dei manufatti che ci proponevano non erano alla nostra portata. Ci accontentammo dunque di un piccolo contenitore porta gioielli a forma di coccinella. Un oggettino grazioso, poco ingobrante, che si confonde tra tanti altri oggetti inutili, ricordi di viaggi passati, che si trovano sul mobile di fronte alla mia scrivania.

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