Gli straordinari affreschi di Bonampak, il tesoro nascosto del Chiapas

Bonampak è un sito Maya che le agenzie di viaggio locali trascurano volentieri. Non perché è praticamente irrangiungibile, immerso com’è nella più vasta area boschiva del Chiapas, dove la giungla è più fitta e impenetrabile. E neppure perché è un sito archeologico piuttosto ristretto, in confronto a Palenque o a Yaxchilan, inducendo a credere che ci sia poco da vedere. La verità, secondo me, è che Bonampak richiede una visita – diciamo così – un tantino “articolata”, che prevede più fasi e qualche disagio; pertanto, le agenzie di viaggio preferiscono evitarla. Ne parlerò fra poco.

Intanto iniziamo a dire che Bonampak è un sito rarissimo nel panorama archeologico messicano. Custodisce infatti le uniche testimonianze di affreschi pittorici Maya rimasti miracolosamente integri malgrado l’umidità, le piogge e l’invasione della foresta tropicale. Non ce ne sono altri in tutto il Messico. Il ciclo pittorico a cui mi riferisco è gelosamente rinchiuso all’interno di tre camere adiacenti poste alla sommità di un edifico sopraelevato, raggiungibili tramite una scalinata piuttosto sconnessa. Risalgono ad un periodo remoto della presenza Maya, più o meno intorno al 780 dopo Cristo, e quindi sono coevi alle opere murarie dell’epoca longobarda e carolingia.

Le verosimiglianze con il nostro medioevo non finiscono qui. La tecnica, infatti, è molto simile a quella utilizzata in Europa per fissare gli affreschi alle pareti e alle volte delle nostre chiese, evitando che si sgretolassero con il tempo. Gli affreschi maya di Bonampak, realizzato allo stesso modo, si sono conservati anche grazie ad una fortunata combinazione: le infiltrazioni d’acqua, nel corso dei secoli, hanno formato uno strato sottile di calcite che ha preservato i colori, consentendo una conservazione che da quelle parti ha qualcosa del miracoloso.

Le tre stanze mostrano scene di vita di corte. La narrazione si snoda dalla stanza 1 alla stanza 3, in ordine cronologico, raccontando tre momenti topici delle abitudini e usanze dell’elite maya di allora. La Stanza 1 descrive scene di festa, con processioni di musicisti e nobili riccamente vestiti. La stanza 2 mostra una feroce scena di battaglia: un assalto in piena regola a un villaggio con tanto di carneficina e cattura di prigionieri. La stanza 3 raffigura infine la celebrazione della vittoria. Le donne della famiglia reale si auto-infliggono il cosiddetto sanguinamento rituale, eseguito pungendosi la cute con spine di agave o di pesce, mentre intorno a loro danzano uomini dalle acconciature molto elaborate.

I tre affreschi (che ricoprono tutte le pareti e la volta delle stanze) si possono visitare liberamente, ma a turno e non più di 1 persona alla volta. Questo per impedire che le esalazioni dei nostri corpi possano alterare il fragile equilibrio ambientale che ha preservato i dipinti per tutto questo tempo. Ciò non permette di approfondire lo studio di ogni singolo soggetto, lasciando inevitabilmente la sensazione di non aver visto abbastanza. A ciò aggiungerei anche la relativa oscurità in cui vengono tenuti questi capolavori che impedisce di scattare foto decenti. Di conseguenza, ci si limita a eseguire un entra/esci rapido e frettoloso, gestito con esagerata severità dai guardiani del sito, che impedisce di apprezzare appieno ciò a cui stiamo assistendo.

Dicevo che la visita di Bonampak è un tantino complessa. In effetti, il sito si trova nel sud-est del Messico, al confine con il Guatemala, quindi abbastanza distante da qualsiasi altra rotta turistica. Bisogna organizzare una visita apposta, magari abbinandola con Yaxchilan, partendo preferibilmente da Palenque. Il tragitto, di per sè, non sarebbe neppure complicato se non fosse che qui, come altrove nel Chiapas, è obbligatorio pagare un ticket aggiuntivo alla locale comunità indigena. Come ho già raccontato in questo articolo, in Chiapas è piuttosto frequente (e a quanto pare pacifico) pagare due volte per gli ingressi ai siti naturalistici o archeologici: un biglietto ufficiale (per lo Stato) e uno ufficioso (per la comunità).

Nello specifico, il gruppo indio che gestisce Bonampak è la comunità dei Lacadoni. Ecco cosa avviene. Arrivati a destinazione veniamo bloccati da un cancello a livello abbassato. Bisogna pagare il solito obolo, ma questa volta non possiamo proseguire in piena autonomia, come avviene in altri luoghi. Siamo obbligati a lasciare l’auto in un parcheggio e prendere posto in uno sgangherato macinino degli anni Ottanta guidato da un indigeno abbigliato con un costume molto particolare. I Lacadoni infatti si vestono con una tunica tradizionale bianca, dritta e senza maniche, che arriva generalmente al polpaccio. Quasi tutti esibiscono ai fianchi delle piccole borse di fibra vegetale che contengono collane di semi o altri elementi rituali o beneauguranti. Ma la particolarità di questo gruppo etnico è la chioma: gli uomini non si tagliano mai i capelli e li portano lunghi e sciolti lungo le spalle o la schiena. Il nostro autista, per darne un’idea, sfoggiava una capigliatura lunga fino al sedere, liscia e lucida da far invidia ad una parrucchiera professionista…

Il tragitto verso il sito archeologico dura non più di 20-30 minuti; poi l’autista ci lascia, posteggia la macchina all’ombra e ci aspetta per riportarci indietro. All’interno del parco ogni attività viene gestita quasi interamente dai lacadoni, compreso il merchandising e la ristorazione. L’unica funzione ancora in mano allo stato è quella relativa alla gestione delle visite alle tre stanze dipinte.

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