Viaggiare in tempo di guerra sembra essere una bestemmia. Ma come, la gente muore sotto le bombe, i popoli si massacrano per accaparrarsi due metri di terra, i regimi sparano indifferentemente sui propri cittadini e sui nemici, e tu pensi a viaggiare? Certamente, perché i viaggiatori sono probabilmente la categoria di persone che considera la guerra il male assoluto, la moderna peste bubbonica. Il viaggiatore non vede mai nell’altro un potenziale nemico: pensare di poterlo un giorno bombardare, o comunque danneggiare in qualche modo, è semplicemente inimmaginabile. Se fosse per noi viaggiatori, probabilmente non ci sarebbero più guerre in nessuna parte del mondo, visto che quella parte prima o poi la dobbiamo visitare.
Veniamo alla squallida attualità. Le due guerre in atto, specie l’ultima, che riguarda il Medio Oriente, hanno creato molti danni non solo a chi ha programmato un viaggio nei paesi coinvolti, ma anche a chi ci deve fare semplicemente scalo. Tutti i voli diretti in Asia con scalo a Dubai, Doha o Abu Dhabi, sono fortemente a rischio di ritardi o – peggio – di improvvisa cancellazione. E allora che fare? Rinunciare al viaggio?
Non necessariamente: forse è necessaria una pianificazione più attenta, più oculata, prima di intraprendere un viaggio, ma non è una impresa impossibile. In effetti – sempre rimanendo nell’ambito dell’ultimo confitto – la chiusura o la limitazione degli spazi aerei riguarda attualmente solo alcuni paesi, e cioè Iran, Iraq, Siria e Israele.
Il primo aspetto da valutare è come le compagnie aeree si organizzino per evitare le rotte che sorvolano il teatro di guerra. Per adesso sembra che la strategia più efficace (e più costosa) è quella di allungare i tempi di volo, modificando i corridoi aerei. Per raggiungere l’estremo Oriente, ad esempio, i vettori si stanno concentrando su due direttrici principali: il Corridoio Nord, che passa sopra la Turchia, il Caucaso e l’Asia Centrale (Kazakistan); il Corridoio Polare, utilizzato soprattutto dalle compagnie del nord Europa, che sorvola il Polo Nord per evitare entrambe le zone di conflitto. Ciò comporta ovviamente un aumento della durata media del volo, da 1 a 3 ore a secondo della destinazione. E probabilmente anche un aggravio dei prezzi.
Quanto agli scali, le compagnie che utilizzano hub come Dubai, Doha o Abi Dhabi non hanno ufficialmente bloccato questi aereoporti. Al contrario, sono operativi, almeno fino a oggi, ma i voli possono subire cancellazioni improvvise o ritardi a catena se la situazione nello spazio aereo circostante peggiora. Di conseguenza, se lo scalo è un una di queste zone, è fortemente consigliato scaricare l’app della compagnia aerea e attivare le notifiche push, così da essere tempestivamente informati. In caso di cancellazione, la compagnia è obbligata a fornire assistenza (pasti e hotel) e a riprogrammare il viaggio sul primo volo disponibile (Regolamento UE 261/2004 se partiamo dall’Europa).
Diverso il discorso delle assicurazioni di viaggio: non coprono proprio tutti i danni derivanti da atti di guerra o terrorismo. In ogni caso, consiglio di controllare attentamente se la copertura include la clausola “Annullamento per qualsiasi motivo”, o se ha estensioni specifiche per situazioni di crisi geopolitica. Se il volo è cancellato per la chiusura dello spazio aereo dovuta a ostilità, l’assicurazione potrebbe rifiutare il rimborso, lasciando l’onere alla compagnia aerea (che però deve rimborsare il biglietto o riprogrammare il volo per legge).
E quindi, cosa ci conviene fare? Una strategia di autotutela efficace potrebbe essere quella di registrarsi subito su “Dove siamo nel mondo“: in questo modo si ottengono avvisi in tempo reale dall’Unità di Crisi della Farnesina. Un’altra buona idea è quella di utilizzare siti come FlightRadar24 per vedere quale rotta sta seguendo il nostro volo nei giorni precedenti la partenza. Non ci metterà al riparo da brutte sorprese, è vero, ma almeno sapremo cosa dovremo aspettarci.