Il titolo di questo articolo a prima vista sembra uno scioglilingua. Si tratta invece del nome – molto complesso – di un tempio jainista di Mumbai che le agenzie turistiche inseriscono volentieri nei loro itinerari. Il Babu Amichand Panalal Adishwarji Shwetambar è in realtà un mix di due elementi: il nome del principale benefattore del tempio (Babu Amichand Panalal Adishwarji) e quello della setta (Shwetambar, quella “vestita di bianco”) a cui il tempio appartiene. Spiegherò più oltre, e necessariamente in breve, in che consiste il jainismo in tutte le sue forme.
Come accennato prima, il tempio viene inserito nei tour della città di Mumbai dalle agenzie di viaggio locali. In genere si sceglie di far visitare un tempio indu tradizionale (e qui ho raccontato la mia esperienza) in accoppiata con un tempio jainista. La scelta è piuttosto singolare, a dire il vero, visto che il jainismo è una religione nettamente minoritaria in India. Evidententemente si tratta di un doveroso tributo nei confronti di una filosofia che ha dato vita a innumerevoli e pregiatissimi capolavori dell’architettura religiosa indiana, come il Complesso di Dilwara, sul Monte Abu, in Rajasthan, o il Tempio di Palitana, Shatrunjaya (Gujarat).
Il tempio che abbiamo visitato noi, durante il nostro frettoloso giro di Mumbai, è quindi il Babu Amichand Panalal Adishwarji Shwetambar. Un punto di riferimento centrale per la comunità Jain Shwetambar a Mumbai e un bellissimo esempio di architettura templare jainista. Si trova nel cuore del distretto commerciale e storico della città, a Bhuleshwar, un’area famosa per i suoi numerosi e magnifici templi e per le strette e trafficate stradine che la percorrono. Fu costruito grazie alla visione (e alla generosa donazione) di Babu Amichand Panalal Adishwarji, un ricco e devoto mercante locale, a cui il tempio fu successivamentge dedicato. La sua costruzione fu completata nel 1938, quindi non si tratta di un tempio antico.

Il tempio è curiosamente circondato da una sorta di rivestimento di plastica che lo protegge dal clima e (più probabilmente) dagli escrementi degli uccelli. E’ obbligatorio, come in tutti i templi indiani, togliersi le scarpe prima di entrare. Un’operazione che viene effettuata in una apposita area del cortile interno, al coperto, sotto la supervisione di alcuni addetti molto scrupolosi. Le nostre calzature resteranno lì ad aspettarci, ben custodite.
Il tempio presenta il classico stile shikhara (la guglia montagnosa sopra il santuario principale) ed è riccamente decorato con sculture e intagli tipici dei templi jainisti. L’ingresso stesso, con il suo portale elaborato, invita a soffermarsi per ammirare l’intricata complessità della costruzione e scattare le fotografie di rito. In genere si entra dalla scalinata di destra e si esce da quella di sinistra, ma non ho notato particolari proteste se si sceglie il percorso inverso.

In verità, la sensazione che si ha fin da subito, è quella di una sconfinata e piacevole atmosfera di pace, tolleranza, indulgenza, quasi di simpatia reciproca. Il giorno della mia visita c’era anche un gruppo di donne, sedute intorno ad un tavolo oblungo, che recitavanoa preghiere e cantavano sommessamente, agitando dei sonaglini o percuotendo delle bacchette di legno per darsi il tempo. La litania era piuttosto monotona, come è facile aspettarsi, ma non direi sgradevole, anzi: nel luogo in cui avveniva sembrava quasi naturale, e infondeva quel senso di mistico e rispetto che ogni luogo di culto dovrebbe conservare, a prescindere dalla religione o se crediamo o meno.

Il tempio si compone di due livelli, disposti su due piani. Il piano rialzato, il più importante, custodisce una quantità sproposita di idoli disposti ciascuno nella sua nicchia e doverosamente omaggiati dai fedeli. Al centro, proprio di fronte all’entrata, si nota il principale di questi “idoli”, ovvero Mulanayak, una statua in abbagliante marmo bianco, simbolo di purezza, posto nel santuario centrale (garbhagriha). Che sia la divinità principale del tempio non ci sono dubbi: lo testimoniano chiaramente la massa di offerte di cibo disposte poco distante e la fila che le persone fanno per poterla agghindare con corone di fiori e pendagli.

Tutto intorno, e al piano superiore, si intravedono altre nicchie, più o meno grandi, che ospitano divinità di vario tipo, materiale e dimensione, tutte comunque agghindate con fiori colorati e drappi bianchi. Questi idoli “di serie B”, diciamo, raccolgono meno devozione e ancor meno offerte, a quanto ho notato. A loro si dedica un frettoloso passaggio, una preghiera sommessa ma breve, un paio di carezze sul volto e si passa oltre. Ben più interessante, almeno da un punto di vista culturale, appare la volta del tempio, a forma di cupola schiacciata. Come si vede dalla foto, vengono rappresentate molti personaggi che si riferiscono alla filosofia jainista e al centro, proprio intorno al rosone centrale, due personaggi piuttosto bizzarri e altrettanto sconosciuti, Rahu e Ketu, condividono il cielo con i più tradizionali pianeti del sistema solare (Saturno, Venere, Giove, Mercurio, Marte, Luna, Sole).
E veniamo alla parte più complicata di questo resoconto: cos’è in sostanza il Jainismo? Il Jainismo (in sanscrito, Jaina, “seguace dei Jina“, i vittoriosi) è una tradizione ascetica nata in contrapposizione al Brahmanesimo vedico. Sebbene la sua dottrina sia considerata eterna, rivelata di epoca in epoca da esseri illuminati, la sua figura storica più importante è Mahavira (599-527 a.C. circa), un contemporaneo del Buddha. Il quale, attenzione, non è affatto il fondatore del jainismo, ma il 24° e ultimo Tirthankara (“Costruttore di Guadi”), colui che ha raggiunto l’illuminazione e ha mostrato la via per liberarsi dal ciclo delle rinascite (samsara). Come il Buddha, egli abbandonò una vita principesca per intraprendere un rigoroso ascetismo, raggiungendo infine l’onniscenza.
Ma qual è il fondamento di questa filosofia religiosa? E’ la non-violenza (Ahimsa). L’Ahimsa jainista non è solo un divieto di uccidere, ma un imperativo di totale non-nocività nel pensiero, nella parola e nell’azione. Questo principio si estende a tutti gli esseri viventi, dai mammiferi agli insetti, alle piante e persino a microrganismi invisibili. Questa convinzione ha portato a pratiche estreme e al tempo stesso profondamente radicali, come il vegetarianesimo stretto: i jainisti praticanti, infatti, non mangiano neppure le radici (come patate, cipolle e aglio) perché sradicare una pianta uccide molti microrganismi nel terreno e distrugge l’intero organismo. O anche filtrano l’acqua e l’aria, per evitare di ingerire o schiacciare piccoli insetti. Di conseguenza, i jainisti non praticano professioni “pericolose”, come la macellazione o l’agricoltura, perché implicano, anche se in modo involontario, la pratica della violenza su altri esseri viventi.
Le scuole principali del jainismo sono due: Digambara (“Vestiti di cielo”): Sostengono che i monaci perfetti, avendo rinunciato a tutto, incluso l’attaccamento al corpo, debbano praticare la nudità. Le donne, ritenute spiritualmente inferiori, non possono raggiungere la liberazione senza rinascere prima in un corpo maschile. E Svetambara (“Vestiti di bianco”): I loro monaci e monache indossano semplici vesti bianche. Riconoscono la possibilità di liberazione anche per le donne.